Mervyn King: «Vi spiego perché la Brexit farà rinascere il Regno Unito»

Parla l’ex governatore della Bank of England, ottimista sul futuro del suo Paese, meno su quello dell’Unione Europea e dei mercati finanziari: «La prossima bolla? I tassi d’interesse. Ci sarà una crisi pensionistica, prima o poi. L’Euro? Va cambiato, ma nessuno sa come»

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ANDREW COWIE / AFP

10 Aprile Apr 2017 0820 10 aprile 2017 10 Aprile 2017 - 08:20

«Ricordo le parole di David Cameron, nella campagna referendaria: se vincerà la Brexit, diceva più o meno, ci sarà un crollo dei prezzi delle case, una crescita dei tassi d’interesse e un deprezzamento della sterlina. Per lui era un problema. Per me era tutto quel che avevo cercato di ottenere nei tre anni precedenti senza riuscirci. Gli elettori britannici ce l’hanno fatta in un giorno». Mervyn King ha sessantanove anni e una vita avventurosa alle spalle. Figlio di un facchino che si era reinventato insegnante di geografia dopo la guerra, Lord King è stato governatore della Bank of England tra il 2002 e il 2013. A metà del suo mandato, ha dovuto scrivere le prime mappe del futuro della finanza britannica, dopo che la crisi dei mutui subprime e il crac di Lehman Brothers avevano cancellato quelle vecchie. Mentre la Cool Britannia di Tony Blair cominciava ad avvitarsi su se stessa, in una spirale di paura e disillusione e s’incamminava verso la Brexit, lo strappo con l’Unione Europea del 2016. C’è chi dice un azzardo mortale, chi un nuovo inizio. Mervyn King, in Italia per presentare il secondo e ultimo libro “La fine dell’alchimia: il futuro dell’economia globale” (il Saggiatore, 2017) - appartiene a quest’ultima scuola: «La politica è diventata tossica, quando si parla di Brexit. La gente ha perso ogni oggettività nel leggere le cose».

Proviamo a farlo, allora, Lord King. Perché avete deciso di dire addio all’Europa? E perché lei è così ottimista sul futuro solitario del Regno Unito?
La sua domanda è sbagliata.

Prego?
Non distingue chiaramente tra l’Europa. Unione Europea ed Euro. I britannici amano l’Europa, la sua cultura e non possono lasciarla anche se lo volessero, a meno di fare un referendum per abolire la geografia. Non amiamo ll’Euro e l’unione monetaria invece. Non a caso, nessun politico britannico ha fatto e farebbe mai una campagna elettorale per adottare la moneta comune.

Voi però avete votato per abbandonare l’Unione Europa. Non vi piace nemmeno quella?
Sull’Unione Europea siamo ambivalenti. Ci piacciono i legami con gli altri paesi europei, ci piace farci contaminare dalle culture europee, ci piace viaggiare a basso costo in Europa, studiare altrove. L’ambivalenza sta in due elementi dell’Unione Europea che non ci piacciono per nulla, ed è un dissenso ad ampio spettro, che abbraccia trasversalmente tutte le forze politiche britanniche.

Il primo elemento?
È la perdita di sovranità. E qui la colpa è dei politici degli anni passati. Che ci hanno raccontato, in spregio a ogni principio di realtà, che stare nell’Unione Europea non avrebbe cambiato nulla. Non era assolutamente vero, chiaramente. Banalmente, buona parte delle leggi approvate dal parlamento britannico in questi anni è mera approvazione di direttive europee. La corte suprema britannica l’ha ribadito un paio di mesi fa: la legge comunitaria ha la precedenza sulle leggi nazionali fino a che staremo in Europa. E questa è un enorme cessione di sovranità.

Più che una cessione, è un trasferimento di sovranità verso altri organi. Gli europarlamentari sono eletti, i candidati alla presidenza della Commissione Europea sono noti, quando ci sono le elezioni…
Ma in molti casi sono decisioni prese da burocrati, non dagli europarlamentari. E se una cosa decisa dalla burocrazia non ti piace, non puoi farci nulla. Un governo lo puoi mandare a casa, i burocrati no.

Quindi si mandano a casa i governi…
Se tutto questo fosse stato spiegato chiaramente agli elettori, se fosse stato detto loro perché sacrificare qualcosa fosse una cosa giusta, o semplicemente inevitabile, credo avrebbero ci sarebbero stati ottimi argomenti per sostenere questa tesi. Magari gli elettori avrebbero capito. Sarebbe stato più onesto, perlomeno. E invece hanno negato l’evidenza fino all’ultimo. Hanno fatto finta che nulla fosse mai successo. Col risultato che nessuno oggi si fida più di loro.

La seconda cosa che non vi piace dell’Unione Europea?
Schengen e il principio del libero movimento delle persone.

Ma se nemmeno ce l’avevate, Schengen…
No, è vero, non abbiamo aderito a Schengen. Ma ci siamo presi lo stesso il libero movimento delle persone. Oggi abbiamo un milione di polacchi nel Regno Unito. Per le classi medio alte è una cosa bellissima. Hanno bravissimi giardinieri polacchi, ottimi autisti polacchi e le case costano meno da quando ci sono i muratori polacchi. Ma se sei un giardiniere britannico, un autista britannico, un muratore britannico non sei altrettanto contento. Perché sono entrate nel tuo paese persone che ti fanno concorrenza. E lo fanno sfidandoti con prezzi più bassi. È così che l’immigrazione ha prodotto una frattura insanabile tra le classi medio-alte e i ceti popolari. Per sanare questa frattura l’unico via possibile era ridurre l’immigrazione. E per farlo, l’unico modo possibile era lasciare l’Unione Europea.

In un recente articolo apparso sul Guardian, ha detto che il Regno Unito dovrebbe abbandonare non solo l’Unione Europea ma anche il mercato unico e l’unione doganale. Siamo addirittura oltre la hard Brexit di Theresa May. Non pensa sia una scelta un po’ estrema?
No, perché abbiamo votato per la Brexit e abbiamo preso una decisione. E tutti i politici lo avevano detto chiaramente, a partire dallo stesso Cameron: qualunque sarebbe stato il risultato del voto lo avremmo accettato. Così doveva essere. Sfortunatamente, come già le ho detto, la politica è diventata tossica. E chi si è opposto alla Brexit ora vuole sovvertire il risultato del voto. Non c’è nemmeno un giornale, oggi, che ha commenti oggettivi su questo tema. Persino la BBC è schierata: sono tutti contro la Brexit, perché vivono tutti a Londra.

Ok, e quindi perché lasciare il mercato unico e l’unione doganale?
Siamo seri: se mettessimo tutto sul piatto delle negoziazioni sarebbe un disastro. Non si raggiungerebbe alcun accordo e rimarremmo alla mercé di un accordo dell’ultimo minuto. In questo mondo, Bruxelles avrebbe tutto l’interesse a mostrare come l’uscita dall’Unione Europea abbia generato solamente caos nel Regno Unito. Diventeremmo uno strumento meraviglioso, per la loro propaganda. L’unica via razionale che il Regno Unito deve prendere è quella di prepararsi a diventare davvero un attore esterno all’Unione, soggetto alle sole regolamentazioni delle organizzazioni internazionali come il Wto.

Però lasciando l’unione doganale potreste avere grossi problemi nel commercio estero…
Dobbiamo lasciare l’unione doganale perché non possiamo mettere il nostro futuro commerciale nelle mani del caos di due anni di negoziazioni. Il governo britannico deve pianificare semmai uno sforzo doppio per rinnovare l’efficienza delle proprie dogane e renderle iper-efficienti per evitare, per l’appunto, che si trasformino in un problema per il commercio. Abbiamo problemi pratici, ma il punto è farci trovare pronti per poter abbandonare il tavolo delle negoziazioni di fronte a richieste penalizzanti. Dobbiamo darci da fare subito, prima che si inizi a negoziare. Per poter dire, molto tranquillamente, che tra due anni saremo pronti a fare a meno del mercato unico e dell’unione doganale. E liberi di fare accordi bilaterali con chiunque, dagli Usa alla Cina, Unione Europea compresa.

I Paesi europei faranno accordi con voi? Lei crede?
Saranno loro a chiederceli. Siamo un mercato enorme per le automobili tedesche. Credete che la Germania ci rinuncerà così a cuor leggero? Inoltre senza l’unione doganale potremo stringere patti con chi vogliamo. Uno dei più grandi insuccessi dell’Unione Europea è la sua incapacità di fare accordi commerciali. Hanno siglato quello col Canada, ma non sono riusciti a chiudere il Ttip con gli Stati Uniti d’America. Col risultato che oggi l’Unione Europa non ha un accordo commerciale né con gli Usa, né con la Cina. Io credo che il Regno Unito abbia possibilità migliori di siglarli entrambi, nei prossimi anni. Davvero, non è la Brexit il più grave problema economico del Regno Unito.

Qual è, allora?
Il nostro problema è che esportiamo troppo poco, rispetto a quel che importiamo. Ecco perché è importante che la sterlina torni a bassi livelli. E poi ci sono i tassi d’interesse.

«Siamo seri: se mettessimo tutto sul piatto delle negoziazioni sarebbe un disastro. Non si raggiungerebbe alcun accordo e rimarremmo alla mercé di un accordo dell’ultimo minuto. In questo mondo, Bruxelles avrebbe tutto l’interesse a mostrare come l’uscita dall’Unione Europea abbia generato solamente caos nel Regno Unito. Diventeremmo uno strumento meraviglioso, per la loro propaganda. L’unica via razionale che il Regno Unito deve prendere è quella di prepararsi a diventare davvero un attore esterno all’Unione»

In che senso i tassi d’interesse sono un problema?
Sono troppo bassi, sia quelli a breve sia quelli a lungo termine. Se guardi al lungo termine - quelli decennali - negli ultimi vent’anni sono continuati a scendere,

Ok, ma il problema dove sta? Li stiamo facendo scendere volontariamente, no?
Vero, perché non vogliamo che l’economia rallenti. Ma il tasso d’interesse sconta il valore futuro di un bene. Se i tassi d’interesse sono bassi, l’economia non funziona bene. Prendiamo le pensioni: coi tassi sotto zero di oggi, il risultato in un fondo pensionistico è talmente misero da non valere i sacrifici per mantenerlo. Noi oggi ce la caviamo, ma domani avremo una crisi del nostro sistema pensionistico per colpa dei tassi d’interesse di oggi. Una crisi che riguarderà chi oggi è giovane. Spero che questo sia chiaro.

È questa la fine dell’alchimia di cui parla? L’idea che l’economia cresca sempre e che le nostre azioni di oggi non abbiano effetto su quel che ci accadrà domani?
No, è l’idea che basti la fiducia a garantire la stabilità nella nostra economia. Pensi alle banconote che usiamo tutti i giorni. Non sono coperte da nessun bene. Ciò che le garantisce è la fiducia che abbiamo nei governi e nelle banche centrali. Ancora peggio è quello che fanno le banche: che nel loro bilanci compensano investimenti rischiosi a lungo termine con debiti a breve termine, che altro non sono che i nostri depositi. Pensi alla crisi dei mutui subprime americani: tutti compravano i mutui delle persone senza sapere nulla su chi li aveva sottoscritti. Erano pezzi di carta, fungibili. Finché salivano i prezzi delle case, a nessuno interessava di chi fossero quei mutui: «Se non pagano, gli prendiamo la casa e la vendiamo».

Poi però i prezzi sono cominciati a scendere…
E il sogno è finito: «Un attimo: cosa sono questi pezzi di carta? Chi sono queste persone?» Quando tutti hanno cominciato a farsi questa domanda, il mercato è crollato, di botto. Da quel momento, le banche hanno smesso di prestarsi i soldi per qualche mese. Perché basta che una banca fallisca, che la gente smette di metterci i soldi, e nessuno si fida più. E le banche crollano, come tessere del domino. Eccola, la fine dell’alchimia.

Che si fa, quindi? Si ritorna alle riserve auree e alle banche che possono investire solo in titoli di Stato?
Ovviamente no. Le banche oggi hanno riserve che sono solo una piccola frazione del capitale investito. Chi finanzierebbe mai le banche, se dovessero coprire tutti i loro investimenti per minimizzare il rischio per i correntisti?

Immaginiamo lei abbia un piano...
Ci arrivo: in una crisi le banche centrali devono metterci dei soldi per salvare le banche. Sottolineo: devono. È come con l’energia: generare energia è una piccola percentuale dell’economia. Ma se fallisce chi produce energia, si blocca tutto. Il problema del 2008 è stato prettamente politico: perché le banche si salvano e le piccole imprese, quando falliscono, si lasciano morire? Perché alle famiglie viene pignorata la casa? Non è giusto? No, probabilmente no. Ma è necessario.

È come se di fronte abbiamo una specie di dilemma. Salvare le banche è necessario, ma ingiusto…
Esattamente. E la conclusione a cui sono giunto è che le banche, invece che chiedere soldi alle banche centrali solamente quando vanno in crisi, dovrebbero sempre avere degli asset in pegno alle banche centrali in modo di essere sempre in grado di ripagare il capitale versato, comunque vada, in qualunque momento. È una specie di tassa sull’alchimia. Se lo facciamo, possiamo prevenire ogni rischio di bancarotta bancaria e di corse agli sportelli come nel 2008. E pure i salvataggi delle banche, che politicamente sono una disgrazia. Questo schema preverrebbe pure che le banche si mettano a prestare senza logica come avveniva prima del 2008.

Livello di utopia, da uno a dieci…
Molto basso. Le banche sono molto più vicine al mio schema di quanto immagina.

Si spieghi meglio…
Pensi al quantitative easing: la banca centrale compra bond dalle banche, in cambio di nuova moneta. Buona parte di quel denaro finisce depositato nel loro conto presso la banca centrale. Grazie a operazioni come questa, ora il sistema bancario ha un sacco di soldi nel conto presso la banca centrale. È liquidità aggiuntiva per tempi di crisi. Ed è una bella notizia, non cattiva.

«Il futuro dell’Unione Europea? Io credo che ci siano due enormi sfide davanti: come riformare l’Euro e come risolvere la gigantesca crisi migratoria di questi ultimi mesi, che chiaramente non era prevista quando è stato deciso di garantire il libero movimento delle persone all’interno dell’Unione»

Forse ha ragione, ma per l’Europa non sarebbe meglio che quel denaro fosse rimesso in circolo nell’economia reale…
Credo che i problemi dell’Europa siano da cercare altrove.

Dove, precisamente?
Se si pensa al futuro dell’Unione Europea, io credo che ci siano due enormi sfide davanti: come riformare l’Euro e come risolvere la gigantesca crisi migratoria di questi ultimi mesi, che chiaramente non era prevista quando è stato deciso di garantire il libero movimento delle persone all’interno dell’Unione…

Sulla riforma dell’Euro ha qualche idea?
Di sicuro c’è che l’Euro non sta funzionando. Anche Macron dice che servono cambiamenti enormi, la Germania pure. Ma non c’è accordo su come si debba riformare, però.Questo era il problema principale. Non è un problema solo dell’Italia, quindi.

Un ministro delle finanze europeo potrebbe servire?
A parole lo vogliono tutti. Ma non ho ancora incontrato un solo ministro delle finanze europeo che mi abbia detto che questa opzione sia politicamente percorribile. Perché non parte da un processo democratico. Un ministro delle finanze europeo decide il budget di ogni singolo stato. A questo punto, peraltro, un ministro delle finanze europeo, e quindi una politica fiscale europea, significa solo che la Germania paga per tutti. Dubito che i tedeschi saranno felici di questo. Soprattutto, da quando non ci sarà più il Regno Unito e il suo sostanzioso contributo al budget europeo

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