Strage in Egitto, non difendiamo i cristiani perché non accettiamo di sentirci vittime

Perché quella cristiana è l’unica comunità che abbandona i suoi adepti laddove sono minoranza? Perché l’Occidente, in cui i cristiani sono maggioranza, non dice nulla? Può essere senso di colpa. Ma è soprattutto paura di non essere più padroni del mondo

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STRINGER / AFP

10 Aprile Apr 2017 1050 10 aprile 2017 10 Aprile 2017 - 10:50

45 morti tra Tanta e Alessandria, nella domenica delle Palme, vittime della cinica e sanguinaria follia di due kamikaze e dello Stato Islamico, che ha rivendicato gli attentati attraverso i suoi account Twitter. 45 morti copti, cristiani, ammazzati in quanto tali all’interno del loro luogo di culto, in una giornata sacra. Vale la pena di sottolinearlo quanto più possibile. Non tanto perché i cristiani siano la confessione religiosa più perseguitata al mondo. Non ha senso dirlo, né mettersi a fare graduatorie per dimostrarlo. 90mila morti nel solo 2016 - uno ogni sei minuti - sono una misura più che sufficiente della vastità del problema, senza che siano necessarie comparazioni.

Il tema è un altro, semmai. È che quella cristiana è l’unica fede che viene massacrata dov’è minoranza - lo è anche in Egitto, dove i copti sono un terzo della popolazione - senza che dai luoghi in cui è maggioranza si levi un’onda di sdegno, o una voce di condanna, o quantomeno un po’ di empatia. Lo fanno i monaci buddisti con il Tibet, gli ebrei con Isralee, i musulmani, il cui radicalismo si abbevera della retorica contro i crociati, ogni qual volta vengono malmenati. Noi - occidentali con radici cristiane, quand’anche oggi agnostici o atei - no. Noi, per l’appunto, preferiamo non parlarne. E se lo facciamo, tendiamo a giustificare il carnefice - le crociate, per l’appunto - a trovare motivi per cui il massacro, in fondo, ce lo siamo andati a cercare - il colonialismo, la globalizzazione -, a trovare ben altre persecuzioni in giro per il mondo di cui dolerci, per le quali fare concerti e raccogliere fondi, dai tibetani agli uiguri.

Noi - occidentali con radici cristiane, quand’anche oggi agnostici o atei - no. Noi, per l’appunto, preferiamo non parlarne. E se lo facciamo, tendiamo a giustificare il carnefice - le crociate, per l’appunto - a trovare motivi per cui il massacro, in fondo, ce lo siamo andati a cercare - il colonialismo, la globalizzazione -, a trovare ben altre persecuzioni in giro per il mondo di cui dolerci, per le quali fare concerti e raccogliere fondi, dai tibetani agli uiguri

Un ancestrale senso di colpa per i crimini commessi in passato? Può essere. Un anelito all’autodistruzione? Forse. O forse molto più semplicemente ci siamo affezionati al nostro ruolo di carnefici, di predatori alfa del mondo. Convinti - e contenti, o semplicemente rassicurati - di essere ancora i più forti, i più ricchi, i meglio armati. Che la morte di altri cristiani sia solo un effetto collaterale o un accidente. E non invece il preoccupante tassello di una storia nuova, quella in cui sono - siamo - la preda. Oggi, ie minoranze cristiane del mondo, domani chissà.

Soprattutto è la demografia a essere brutale. Secondo Pew Research (sono dati di un paio di anni fa) l’Islam - che oggi ha poco meno di un miliardo di fedeli in meno rispetto al cristianesimo - sarà la religione con più adepti al mondo entro la fine del secolo. Una transizione, questa, che non lascerà immune il nostro continente: tra i Paesi che per primi raggiungeranno la maggioranza musulmana ci sono la Francia, il Regno Unito, l’Olanda, l’Australia. Non saremo più noi la culla della cristianità, ci piaccia o meno la cosa, ma l’Africa sub sahariana. Sarà da lì che proverrà quasi la metà dei cristiani del globo. Indifferenti, molto più che spaventati, noi europei, cristiani, agnostici o atei, dovremo rassegnarci a un futuro di minoranza. Come i morti di Tanta e del Cairo. Vittime della follia islamista. E della nostra inerte e - questa sì, cristiana - acquiescenza.

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