Manifattura Milano è l’idea politica più ambiziosa che c’è oggi in Italia

Far tornare la manifattura - digitale e artigiana - in città. Questo il progetto del capoluogo lombardo. Un piano che travalica la sfera economica e che punta a ridefinire identità e tessuto urbano milanese. E a cambiare il destino del Paese

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TIZIANA FABI / AFP

14 Aprile Apr 2017 0842 14 aprile 2017 14 Aprile 2017 - 08:42
WebSim News

Prendete mille lavoratori. Mettete in mezzo a loro un robot. Immediatamente, sei di quei mille lavoratori non hanno più un’occupazione. E i restanti 994 avranno una decurtazione del salario pari allo 0,7%. Sono numeri di Daron Acemoglu, più che autorevole economista americano. E se le cose stanno così, forse qualche ragione per essere preoccupati dell’innovazione tecnologica ce l’abbiamo. Peraltro, conosciamo pure il resto della storia: disoccupati, assistenzialismo, periferie degradate, desertificazione di ogni fonte di sviluppo economico. Una meridionalizzazione dell’Italia, senza più nemmeno un settentrione in grado di controbilanciare. Con un debito pubblico stellare e con una popolazione sempre più vecchia, peraltro.

Lo diciamo ai più ottimisti di tutti: soluzioni facili e bacchette magiche non ce ne sono. Proteggersi, chiudersi, stampare monete, coniare fiorini, vietare le innovazioni non serve a nulla. Zero. Al contrario, serve una strada per cambiare le cose alla radice. Per far sì, in altre parole, che tecnologie abilitanti che costano un soldo di cacio e possono rivoluzionare un ecosistema economico come fiammiferi in una foresta diventino un modo per generare valore, anziché dissiparlo. Che attorno a queste tecnologie nascano imprese, occupazione, ricchezza, qualità della vita. Che possano permettere di ridurre l’impatto della spesa e degli investimenti pubblici e che concorrano, mettendo i giovani al centro dello sviluppo, a invertire la china demografica che ci sta autodistruggendo: “L’industria italiana si è spostata verso l’alto di gamma e verso produzioni su misura che interpretano i bisogni degli acquirenti. Tali produzioni richiedono un maggior valore aggiunto rispetto a produzioni di massa, perché implicano maggiori studi di progettazione, capacità di adattamento alla clientela, assistenza post vendita, attività di marketing e di advertising, maggiore cura nell’esecuzione dei lavori”, scriveva poco più di un anno fa Innocenzo Cipolletta, su Industria. Segno di una consapevolezza che non è più confinata nel recinto di maker e piccoli artigiani.

Non sappiamo se Milano ce la farà, ma perlomeno ha un piano. Si chiama, per l’appunto, Manifattura Milano e si fonda - testuale - sull’idea di fare del capoluogo lombardo “un ecosistema abilitante per la nascita, l’insediamento e la crescita di imprese operanti nel campo della manifattura digitale e del nuovo artigianato”. In altre parole, di fare di Milano - la città, o forse è meglio dire la metropoli - il nuovo cuore produttivo del Paese: «Eravamo abituati a pensare alla città come al luogo in cui si gestisce e si governa la deindustrializzazione - ha ricordato l’assessora alle attività produttive Cristina Tajani alla presentazione del piano, negli spazi di Base - mentre oggi vogliamo essere promotori di un processo di riconversione di spazi improduttivi in luoghi della produzione».

«Eravamo abituati a pensare alla città come al luogo in cui si gestisce e si governa la deindustrializzazione - ha ricordato l’assessora alle attività produttive Cristina Tajani alla presentazione del piano, negli spazi di Base - mentre oggi vogliamo essere promotori di un processo di riconversione di spazi improduttivi in luoghi della produzione»

È un disegno che parte da lontano, questo. A voler fissare una data, almeno dal 2011, quando il professore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia Stefano Micelli ha dato alle stampe “Futuro Artigiano” (Marsilio), libro che ha avuto il merito di indicare la stella polare per la rinascita economica dell’Italia: un modello produttivo di personalizzazione di massa, in cui ogni impresa, a prescindere dal settore e dalla dimensione, diventa artigiana. In grado cioè di corrispondere, grazie al mix di saper fare e nuove tecnologie, al desiderio puntuale di ogni singolo acquirente. Modello, questo, che ha trovato rappresentazione concreta nella mostra New Craft, curata dallo stesso Micelli nell’ambito della XXI Triennale.

Il secondo tassello di questo processo è stata l’intuizione, questa non italiana, che fossero le grandi città l’alveo entro cui rendere concreta questa intuizione. Nuove economie urbane, sono state definite. Non i campus, quindi, né hub circoscritti o isolati, ma vie, strade, piazze, interi quartieri. Come Poblenou a Barcellona, diventato Fab City, in cui una rete di imprese manifatturiere, locali commerciali, cittadini stessi, ha dato vita a una specie di distretto produttivo urbano fondato sui materiali di riciclo e sull’economia circolare. O, rimanendo in Europa, come Parigi e Marsiglia, città anch’esse che hanno scommesso sulla nuova manifattura digitale con la contemporanea presenza di incubatori artgiani in centro città e rientro delle “industrie del futuro” nelle periferie.

La “differenza” di Milano sta nella sua vocazione. Nè Barcellona, né Parigi, né probabilmente nessuna città europea - nemmeno la più innovativa e la più ribelle - può contare su un capitale di partenza fatto di 36.000 imprese e 13.000 artigiani manifatturieri, che da soli producono 360mila posti di lavoro e un quarto del valore aggiunto della città. Altrove, si trattava di ricostruire ex novo una vocazione manifatturiera. A Milano già esiste. E, fortuna vuole, si somma con un settore dei servizi avanzati in grande fermento, nel contesto di una metropoli in una fase di profonda trasformazione urbanistica.

La “differenza” di Milano sta nella sua vocazione. Nè Barcellona, né Parigi, né probabilmente nessuna città europea - nemmeno la più innovativa e la più ribelle - può contare su un capitale di partenza fatto di 36.000 imprese e 13.000 artigiani manifatturieri, che da soli producono 360mila posti di lavoro e un quarto del valore aggiunto della città

Ecco allora il piano: fatto dell’attrazione di ogni risorsa disponibile dedicata alla formazione, alla ricerca e all’innovazione, tra cui si segnala il progetto Mi Generation Lab, per portare i fab lab negli istituti tecnici milanesi; della mappatura e della messa a disposizione di spazi inutilizzati per insediare quante più possibili manifatture digitali nel tessuto urbano, meglio ancora se nelle periferie da riqualificare; degli incentivi agli investimenti tramite accordi di programma tra Comune, Regione, Stato, Europa per attrarre sul territorio risorse pubbliche e private; di un brand territoriale e di una campagna di comunicazione in grado di “vendere” questo modello come la vera vocazione produttiva di una metropoli che diventa nucleo emittente di una nuova visione del mondo.

Un modello di innovazione aperta che si contrappone al protezionismo e alle barriere. Un modello di ricucitura tra centro e periferia, e tra città e territori nella definizione di uno spazio metropolitano vasto che è la nemesi della gentrificazione e dell’inasprirsi delle disuguaglianze sociali. Un modello, infine, in cui nuovi e vecchi saperi non si contrappongono ma si mettono assieme, provando a risolvere il conflitto generazionale anziché inasprirlo. Un modello in cui la sicurezza non è garantita dalle armi e dai sistemi di allarme, ma dalla vitalità dei luoghi, dalla loro capacità di produrre inclusione attraverso il lavoro, la condivisione, la densità di spazi vivi e vitali.

Un modello, infine, che non può non partire da Milano, ma che a Milano non si deve fermare, bensì espandersi a macchia di leopardo lungo tutto l’asse che va da Torino a Trieste, per ridare un senso e un sentiero di sviluppo ad alvei produttivi che stentano a trovare una nuova collocazione nel mondo. E che serva da esempio per altre realtà - Roma? Napoli? Bari? - che possono diventare per il centro e il sud quel che Milano è oggi per il nord del Paese. Con buona pace dei robot, dei protezionisti e dei rassegnati.

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