Così Netflix sta facendo rinascere i documentari (e sta cambiando il giornalismo)

Parla Lisa Nishimura, la donna dietro ai successi di Amanda Knox, Making a Murderer e White Helmets: «I nostri documentari sono pensati per generare un discorso pubblico globale. Cosa ci differenzia dai giornali? Noi abbiamo più tempo e non abbiamo bisogno di pubblicità e click»

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Steven Avery, il cui caso è al centro del documentario di Netflix “Making a murderer” (WISCONSIN DOC / AFP)

15 Aprile Apr 2017 0830 15 aprile 2017 15 Aprile 2017 - 08:30

536.713. Questo il numero delle persone che ha firmato una petizione su Change.org per chiedere al presidente degli Stati Uniti d’America di scarcerare Steven Avery. La petizione inizia così: “C’è una serie di documentari su Netflix chiamata Making a murderer…”. Già, perché non è merito del Washington Post o del New York Times, se mezzo milione di persone di tutto il mondo si sono interessate al caso del presunto assassino di Manitowoc, Wisconsin, condannato all’ergastolo e privato del diritto di parola per un omicidio che dice di non aver commesso, dopo essere stato incarcerato per diciotto anni a causa di uno stupro che non aveva commesso. Ad aver scoperchiato la pentola sono state Laura Ricciardi e Moira Demos due documentariste alla loro opera prima. Un caso esemplificativo, a suo modo, della vulnerabilità dei cittadini più deboli di fronte alla prevaricazione della legge. Che tuttavia senza il documentario e senza Netflix sarebbe rimasto nell’alveo della piccola cronaca locale.

Non è un caso, in realtà. O meglio. È vero che il documentario è sempre stato il fratello povero del cinema. È vero che si è sempre preso le sue belle rivincite, in termini di pubblico e critica, da An unconvenient truth di Al Gore a Fuocoammare di Gianfranco Rosi, passando per Michael Moore. È vero anche, tuttavia, che mai prima d’ora i documentaristi avevano a disposizione una piattaforma di contenuti globale in grado di produrli e finanziarli per farne uno dei propri prodotti di punta. Netflix, per l’appunto. Piattaforma conosciuta per le serie televisive, ma che sta facendo proprio dei documentari il proprio prodotto di punta.

«Tre quarti dei nostri 200 milioni di profili utente ha visto almeno un documentario lo scorso anno, ma la cosa non mi sorprende - spiega Lisa Nishimura, vice presidente con delega ai documentari originali -. Già quando eravamo partiti come dvd company eravamo molto focalizzati sui documentari. Il nostro obiettivo, sin dall’inizio era diffonderli in tutto il mondo, inserirli nelle conversazioni globali, come già accadeva col cinema e con le serie televisive». Impresa ostica: salvo rare eccezioni, i documentari erano pensati per un audience locale. Era fisiologico lo fosse, peraltro: costosi, con tempi di lavorazione biblici, di solito sono prodotti da broadcaster, enti pubblici, fondazioni nazionali».

È per questo, spiega la Nishimura, che Netflix ha cominciato a produrli: «Abbiamo lanciato l’iniziativa sui documentari originali perché volevamo cambiare l’ambiente in cui i documentaristi si muovevano. Noi volevamo lavorare con loro, finanziandoli e dando loro lo stimolo per produrre storie che avessero un audience globale». Il modello di Netflix aiuta: oggi un documentario come Making a Murderer, o White Helmets, o Amanda Knox, o XIII Emendamento viene pubblicato in simultanea in centonovanta paesi:«Se abbiamo fatto bene il nostro lavoro, immediatamente, e fisiologicamente, diventa un fenomeno mediatico globale: Making a Murderer è uscito nel dicembre 2015 e quasi immediatamente un audience globale si è ritrovata a discutere di una storia che è successa nella contea di Manitowoc nel Wisconsin. Con un articolo, mi spiace, non sarebbe successo»·

«Making a Murderer è uscito nel dicembre 2015 e quasi immediatamente un audience globale si è ritrovata a discutere di una storia che è successa nella contea di Manitowoc nel Wisconsin. Con un articolo, mi spiace, non sarebbe successo»

Ma c’è di più: in un’epoca di simultaneità, di articoli pagati un tanto a click e di bufale un tanto al chilo, di informazione che diventa intrattenimento, il documentario può fare il percorso inverso: intrattenimento che si fa informazione, scrittura di qualità, tempi lunghi, analisi sul campo, fact checking rigorosissimo. Arrivare bene, anziché arrivare prima: «Se il giornalismo sta perdendo credibilità e autorevolezza è soprattuto per una questione di soldi - racconta Nishimura -. Per fare un prodotto che raggiunga gli obiettivi che ci prefiggiamo servono un sacco di soldi, un sacco di ricerche, un sacco di interviste per capire se sei sulla strada giusta. E tempo, un sacco di tempo. Il giornalismo oggi ha un ciclo di vita cortissimo. Il modello click & ads in qualche modo lo impone».

Il modello distributivo ha un impatto enorme sul processo creativo: «Noi non abbiamo pubblicità, in nessun modo. Questo cambia completamente il nostro modo di lavorare con sceneggiatori e registi. Non abbiamo necessità di costruire dei picchi d’attenzione in prossimità delle pause pubblicitarie, né abbiamo un palinsesto, fasce e concorrenze orarie, share da conquistare o mantenere - spiega Nishimura -. Il nostro lavoro è molto più semplice: A volte scegliamo la storia e poi cerchiamo chi la racconta. A volte, invece, partiamo dal filmaker e chiediamo loro cos’abbiano voglia di raccontare e come credono questa storia possa essere raccontata al meglio».

Che si discuta di tutto questo a Perugia, durante il Festival Internazionale del Giornalismo, è in qualche modo una curiosa coincidenza, visto che a Perugia è ambientato uno dei più noti e controversi documentari di Netflix, quello dedicato ad Amanda Knox, accusato da diversi media italiani di sposare le tesi innocentiste che hanno avuto la meglio nell’ultimo grado di giudizio, riducendo a macchietta la giustizia italiana. Lisa Nishimura non ci sta: «Amanda Knox è stato un ottimo esempio di quel che vogliamo fare - spiega -.Io credo che il documentario renda alla perfezione come l’opinione pubblica abbia condizionato la stampa nel tentativo di arrivare prima, di appagarla con qualunque dettaglio morboso potesse scaturire dalle storie dei protagonisti e di come questo smodato interesse abbia a sua volta condizionato l’indagine giudiziaria».

E forse sta proprio qui il nocciolo. Nick Pisa del Dail Mail - quello che ha pubblicato sul Daily Mail i diari segreti di Foxy Knoxy - è arrivato a Perugia il giorno dopo la morte di Meredith Kercher. Making a Murderer tre anni dopo la condanna all’ergastolo di Steven Avery: «La questione del tempo è cruciale, è vero - riflette Nishimura - e infatti con White Helmets, (Oscar 2017 nella categoria documentario breve, ndr) abbiamo fatto in fretta, perché temevamo che la storia perdesse senso, se fossimo arrivati con anni di ritardo». E se i documentari, oltre che arrivare ovunque, cominciano pure ad arrivare in tempo, i giornali hanno davvero un concorrente in più.

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