Quesiti linguistici

Perché si dice “chiodo scaccia chiodo”? Risponde la Crusca

L’origine sembrerebbe essere il cindalismo, gioco di destrezza consistente nell’estrarre un chiodo fissato nell’argilla con un altro chiodo. Ma oggi si applica soprattutto alle situazioni amorose

Chiodo

(Flickr/paPisc)

15 Aprile Apr 2017 0830 15 aprile 2017 15 Aprile 2017 - 08:30

Tratto dall’Accademia della Crusca

“Con il chiodo il chiodo, con il palo il palo”. Così recita un antico verso proverbiale presente nell’Onomastikón di Giulio Polluce (9, 120), grammatico e lessicografo del II secolo d. C., che associa il detto al cindalismo (κυνδαλισμός), gioco di destrezza consistente nell’estrarre un chiodo fissato nell’argilla con un altro chiodo: su un terreno umido veniva piantato un chiodo o un piccolo bastone, che doveva essere colpito e rimosso da un altro chiodo o bastone gettato a partire da una certa distanza. Un gioco molto simile, con tanto di premio posto in cima al bastoncino da abbattere, esiste anche in luoghi distanti dalla Grecia, come l’Inghilterra (St. John, The History of the Manners and Customs of Ancient Greece, 1842, I, 155-156); donde il proverbio inglese: Nail is driven out by nail, and baton by baton ('Chiodo da chiodo, bastone da bastone').

La fonte greca è menzionata da Erasmo da Rotterdam che, negli Adagia (Basilea, Froben, 1536), se ne serve per spiegare Clavum clavo pellere e non manca di citare la variante latina con il 'bastone' (Clavumque clavo, perticamque pertica). “L’adagio”, commenta Erasmo - che qui citiamo nella traduzione italiana di Davide Canfora (Roma, Salerno editrice, 2002, p. 109; ma cfr. anche la prima traduzione italiana integrale, a cura di Emanuele Lelli, Milano, Bompiani, 2013, p. 197) - “è senza dubbio appropriato quando si pone rimedio a un vizio con un altro vizio, a un male con un male, a un inganno con un inganno, alla forza con la forza, all’audacia con l’audacia o alla maldicenza con la maldicenza”. E trova applicazione in vari contesti.

Dal quadro, come sempre molto ricco, delle fonti erasmiane si evince che quella di Giulio Polluce non è l’attestazione più antica. Già Diogeniano, tra il I e il II secolo d. C., raccoglieva una παροιμία, ossia un proverbio, molto simile (E cacciasti paletto con paletto, 5, 16: nella citata edizione 2013 di Erasmo, p. 197); e Aristotele, nel V libro della Politica, citava il proverbio a proposito della spregiudicatezza dei tiranni, i quali non esitano a servirsi della malvagità dei disonesti e degli adulatori per respingere le avversità; per cui ben si può affermare che “chiodo scaccia chiodo, come dice il proverbio” (Politica, 1314a 4-5). Il contesto politico precede quello più noto delle pene d’amore, a cui siamo soliti pensare quando pronunciamo questo notissimo “proverbio da falegnameria”, come l’ha definito Stefano Bartezzaghi (Lessico e nuvole, “la Repubblica”, 25 agosto 2000).

E si possono citare altri loci interessanti: Luciano, Apologia, 9 e Philopseudes, 9; Eusebio, In Hieroclem, 30; Sinesio, Epistolae, 44, quest’ultimo in difesa dei cristiani. Vari sono gli ambiti di pertinenza, oggi in verità abbastanza dimenticati nell’uso comune, ma comunque possibili: da quello politico a quello morale, da quello religioso a quello economico. Per vedere il proverbio per la prima volta riferito all’amore, occorre leggere un brano delle Tusculanae Disputationes (IV 75), dove Cicerone scrive: “etiam novo quidam amore veterem amorem tamquam clavo clavum eiciendum putant” ('pensano che si possa cacciare chiodo con chiodo'). E così Petrarca (nel Triumphus Cupidinis o Trionfo d'Amore, III 66: “come d’asse si trae chiodo con chiodo”) e poi Ariosto (Orlando Furioso, XXVIII 98, 8: “che da l’asse si trae chiodo con chiodo”) nella letteratura italiana.

L’applicazione alle situazioni amorose è senza dubbio la più conosciuta e diffusa, tanto che spesso, per associazione, Chiodo scaccia chiodo può essere seguito dadetti affini, come Morto un papa se ne fa un altro e così via. Il significato è chiaro: ogni preoccupazione passa in secondo piano nel momento in cui una nuova preoccupazione ne prende il posto.

Il “chiodo”, nel linguaggio familiare, indica sempre qualcosa di doloroso e fastidioso: un cruccio, una preoccupazione, un’ossessione amorosa; ma anche, in maniera scherzosa, un debito. Piantare un chiodo significa 'contrarre un debito' e rinvia all’immagine degli scontrini e dei biglietti attaccati a mo’ di pubblico pro memoria; per cui si può dire che il “chiodo” sia in realtà una metonimia prima ancora che una metafora, ovvero la parte di un tutto composito, costituito da un insieme di oggetti propri della cultura materiale (muro, asse o parete; chiodo; foglietti vari) che hanno la funzione di ricordare a tutti il credito da riscuotere.

Ma, al di là del sostantivo e del suo valore figurato, ciò che solitamente cattura subito l’attenzione del lettore contemporaneo è il verbo: scaccia o schiaccia? Come scrive Bartezzaghi, «pare difficile piantare un chiodo sopra un chiodo e scacciarne uno con l’altro. Per questo, e per una ragione invece fonetica, a me viene sempre da dire “chiodo schiaccia chiodo”». Sempre più, accanto all’idea della sostituzione, si è diffusa quella di un dominio delle afflizioni, espressa dal verbo schiaccia, che tuttavia è lectio facilior dovuta anche alla vicina presenza del nesso chį di “chiodo”.

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