Il paradosso della Corea del Nord, più pericolosa da morta che da viva

È un regime stalinista, brutale e pericoloso, ma soprattutto è lo Stato-cuscinetto per eccellenza tra Usa, Cina e Russia. Per questo una sua fine metterebbe in moto una destabilizzazione ben più grave del sottile equilibrio armato di oggi

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STR / KCNA VIA KNS / AFP

17 Aprile Apr 2017 0807 17 aprile 2017 17 Aprile 2017 - 08:07

Domanda: cosa ci può essere di peggiore di un regime brutale, guidato da un dittatore scostante e sanguinario, che mentre fa morire di fame il suo popolo, si arma fino ai denti e minaccia il mondo con la corsa a diventare la più piccola e pericolosa potenza nucleare del pianeta? Risposta: la fine di quel regime brutale e sanguinario.

No, non è un pesce d’aprile in ritardo. Ma l’amara constatazione che la Corea del Nord e lo status quo, con buona pace di tutti, sono l’esile crinale su cui si reggono l’equilibrio e la pace lungo il 38° parallelo, il confine che separa le due Coreee, l’unico fronte in cui sono coinvolte - per procura ovviamente, ma fino a un certo punto - le tre principali potenze geopolitiche al mondo. Parliamo di Stati Uniti, Cina e Russia, ovviamente.

È un souvenir della guerra fredda, questo equilibrio. Figlio della divisione della Corea liberata dall’invasore giapponese in due sfere d’influenza, quella comunista a nord e quella liberal-democratica a sud. Del tentativo d’invasione della Corea del Sud da parte del regime nordcoreano, che tra il 1950 e il 1953 diete vita a un conflitto da tre milioni di morti e alla nascita della celeberrima zona demilitarizzata coreana, che in realtà - paradosso tra i paradossi - è la zona più militarizzata del pianeta. E soprattutto, della sostanziale acquiescenza delle tre superpotenze, che hanno sinora garantito la sopravvivenza dell’ultimo regime stalinista presente sul pianeta, con un Pil pro-capite di 2000 dollari l’anno - il nostro è diciassette volte tanto, per dire - e il quarto esercito più numeroso al mondo.

Si sono alternate, Russia, Stati Uniti e Cina, nel garantire alla dinastia dei Kim di mantenere il proprio potere. Fino alla sua fine, è toccato all”Unione Sovietica. Da metà anni ’90 sino ai primi anni duemila invece sono stati gli aiuti umanitari americani a permettere ai nord coreani di ridurre di due terzi il numero di bambini denutriti. Dal 2002, da quando cioè George W. Bush ha inserito la Corea del Nord nel cosiddetto Asse del Male, Pyongyang vive invece unicamente sulle spalle degli aiuti cinesi, con cui è legata, sin dai tempi di Mao, da un patto di cooperazione e mutuo soccorso in caso di guerra.

Perché, soprattutto, tanti protettori, per il regime di Pyongyang? La risposta è più semplice di quanto si creda e basta aprire una mappa geografica per trovarla: la Corea del Nord è infatti l’unico paese con cui confinano contemporaneamente Russia, Cina e un “protettorato” militare americano come la Corea del Sud, con 37mila soldati a stelle e strisce schierati lungo il 38° parallelo. Di fatto, la quintessenza dello Stato cuscinetto

Come mai tanta attenzione per uno staterello grande poco più del Portogallo? Perché, soprattutto, tanti protettori, per il regime di Pyongyang? La risposta è più semplice di quanto si creda e basta aprire una mappa geografica per trovarla: la Corea del Nord è infatti l’unico paese con cui confinano contemporaneamente Russia, Cina e un “protettorato” militare americano come la Corea del Sud, con 37mila soldati a stelle e strisce schierati lungo il 38° parallelo. Di fatto, la quintessenza dello Stato cuscinetto.

Il regime vive dell’ostilità tra Washington, Mosca e Pechino e lo sa benone. Non a caso, ha cominciato ad armarsi sino ai denti a partire dalla fine della Guerra Fredda e ha continuato a farlo man mano che Usa e Cina stringevano accordi a base di libero scambio e interdipendenza. Diventare pericolosa è stato il modo in cui la Corea del Nord si è tutelata, nel caso smettesse di essere necessaria: “Lo status quo finora regge perché sembra convenire a tutte le potenze interessate - ha recentemente osservato Lucio Caracciolo su l’Espresso - Alla Cina, che in caso di riunificazione della Corea si troverebbe le truppe Usa schierate a ridosso della propria frontiera, e dovrebbe gestire un flusso di milioni di rifugiati nordcoreani. Agli Stati Uniti, che non guardano con leggerezza alla prospettiva di trovarsi coinvolti in un conflitto atomico che ne rimetterebbe in gioco la funzione nello scacchiere asiatico-pacifico. Alla Russia, anch’essa esposta ai contraccolpi di uno scambio di bombe atomiche presso la sua frontiera estremo-orientale. Alla Corea del Sud e al Giappone, primi bersagli dell’offensiva nordcoreana”.

Se l’America è intervenuta è perché la soglia di pericolo per la sicurezza è stata superata, senza che Pechino battesse un ciglio. Quel che ha fatto Trump in queste settimane, in altre parole, è stato mettere il cerino nelle mani di Xi Jinping. Consapevole, nonostante tutte le spacconate - buon ultima quella del vicepresidente Pence sulla fine dell’ “era della pazienza strategica“ - sa benissimo di muoversi su un tappeto d’uova. Sa benissimo che non può cospirare contro la sopravvivenza della Corea del Nord, perché la fine del regime di Pyongyang romperebbe l'equilibrio tra le tre superpotenze. Con le sue provocazioni, sta semplicemente chiedendo alla Cina di fare pressioni affinché ne diminuisca la pericolosità: «La Corea del Nord vive perché la fa vivere la Cina. Materie prime, cibo. Gli americani lo sanno e vogliono che i cinesi si muovano», ha osservato ieri Romano Prodi, in un’intervista a Repubblica. Lo faranno, è la previsione dell’ex Presidente del Consiglio, profondo conoscitore di cose cinesi, perché nemmeno a loro conviene che la situazione degeneri. Ma sanno bene che più passa il tempo e aumenta la tensione, più il prezzo sale. E a Pechino, si sa, il protezionismo di Trump non piace per nulla.

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