Gli anti-grillini? Sbagliano tutto, come gli anti-berlusconiani di vent’anni fa

Trattare gli avversari come idioti, puntare sull’anomalia del partito-azienda, gridare alla minaccia eversiva. Non ha funzionato la prima volta: perché dovrebbe funzionare la seconda?

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TIZIANA FABI / AFP

18 Aprile Apr 2017 0837 18 aprile 2017 18 Aprile 2017 - 08:37

«La scoperta che c'è un'Italia berlusconiana mi colpisce molto: è la peggiore delle Italie che io ho mai visto, e dire che di Italie brutte nella mia lunga vita ne ho viste moltissime». Indro Montanelli pronunciò queste parole il 25 marzo del 2001, sette anni dopo la prima vittoria di Silvio Berlusconi alle elezioni politiche del 1994, due mesi prima della seconda, quella del 13 maggio 2001, poco meno di cinque dalla sua morte, che avverrà il 22 luglio dello stesso anno.

Era in buona compagnia: come lui la pensavano buona parte degli intellettuali italiani. Gente come Umberto Eco, che più o meno in quei giorni, era l’11 aprile del 2001, scriveva su Repubblica che Berlusconi aveva saputo individuare “nel disfacimento sociologico delle masse pensate dal marxismo classico, le nuove masse“, non più “caratterizzate dal censo bensì da una generica appartenenza comune all'universo dei valori massmediatici, e quindi non più sensibili all'argomento ideologico bensì al richiamo populista”.

Prosegue nella sua esegesi dell’elettore berlusconiano, Umberto Eco, parlando della “persuasione tipica del teledipendente”. Sottotesto implicito: se c’è la massa idiota, l’Italia peggiore, che si fa lobotomizzare dalle televendite politiche, c’è pure la spectre mediatica, il partito-azienda che lobotomizza: “L’inquinamento morale che il governo Berlusconi ha introdotto nella vita italiana attraverso il monopolio dell'informazione risiede anche nel quoziente di violenza di cui i suoi mezzi di informazione si sono fatti tramite e che è andato via via crescendo”, annotava lo scrittore Antonio Tabucchi il 22 marzo del 2002, più o meno un anno dopo Montanelli.

Dalla violenza all’eversione il passo è breve: “Conosciamo l’obiezione: l’Italia di Berlusconi non è mai stato un regime (…) Noi invece pensiamo che il regime ci sia (…), un regime moderno, anzi postmoderno e postideologico”, scrivono Peter Gomez e Marco Travaglio nel loro pamphlet intitolato per l’appunto ”Regime“, nel gennaio del 2005. Capofila di una lunga serie di persone che hanno associato Berlusconi a Mussolini, a Videla, a Peron, a Pinochet, persino a Hitler (sempre Umberto Eco, a Gerusalemme, anche se poi lo stesso Eco negò di averlo mai detto). Di fatto, augurandosi che qualcuno o qualcosa si incaricasse di metterlo fuori dal gioco democratico.

L’Italia peggiore, l’orda dei teledipendenti, il partito-azienda eversivo: ricorda qualcosa? Mutatis mutandis sono le stesse accuse che oggi vengono rivolte a Beppe Grillo e al Movimento Cinque Stelle. A cambiare, in un curioso gioco di specchi, sono gli interpreti. Oggi, infatti, tra i censori della morale e i difensori della costituzione, ci sono molti di quelli che un tempo difendevano la straordinaria anomalia berlusconiana

L’Italia peggiore, l’orda dei teledipendenti, il partito-azienda eversivo: ricorda qualcosa? Mutatis mutandis sono le stesse accuse che oggi vengono rivolte a Beppe Grillo e al Movimento Cinque Stelle. A cambiare, in un curioso gioco di specchi, sono gli interpreti. Oggi, infatti, tra i censori della morale e i difensori della costituzione sono quelli che un tempo difendevano la straordinaria anomalia berlusconiana.

Tra loro, ad esempio, c’è Giuliano Ferrara, secondo cui “Grillo dovrebbe essere bandito dalla scena pubblica, con metodi rigorosi ed estremi. Dovrebbe essere inseguito dal disprezzo agente, non inerte, delle istituzioni. Dovrebbe essere considerato, lui con i suoi corteggiatori e seguaci, come quel che è: un mostro antidemocratico di volgarità e di menzogna, uno che lucra sulla credulità popolare, una specie di metodo stamina a largo raggio”, scrive l’allora direttore de Il Foglio, il 3 febbraio del 2014.

C’è pure tutto il resto dell’armamentario, peraltro. Ci sono le accuse di violenza: “Grillo? Non mi piace la violenza di quel linguaggio”, dice ad esempio Toni Servillo a Otto e mezzo, da Lilli Gruber. C’è il partito-azienda, che non si chiama più Mediaset ma Casaleggio Associati: “È una non democrazia, è un'azienda con due proprietari: un comico dal profilo etico discutibile, vista la sua pesante storia giudiziaria della quale stranamente non si parla mai, e un tizio che ha ereditato dal padre un'agenzia che lavora nel web”, gli fa eco Paolo Virzì.

Al posto dei teledipendenti ora ci sono i webeti - copyright di Enrico Mentana - leader e militanti che non hanno finito l’università, che parlano senza sapere il congiuntivo, che confondono Cile e Venezuela, che scrivono libri che sono involontari pezzi comici, che credono nelle scie chimiche, che sono contro i vaccini, che non conoscono la netiquette e scrivono col caps lock e si bevono tutte le bufale che gli propinano. Il compendio, apparso su L’Unità del 3 dicembre 2015, è a firma di Fabrizio Rondolino. Che non ha il coraggio di chiamarla Italia peggiore, come fece Montanelli, forse perché non ha il dono della sintesi del compianto Indro.

Risultato? L’anti-berlusconismo ha prodotto vent’anni di dominio berlusconiano. Se tanto ci da tanto, forse gli anti-grillini dovrebbero cambiare strategia: “Lancio un movimento politico che, tanto per cominciare, punta a smuovere un milione di persone. A tirar fuori il furore che c’è in loro. Lo chiameremo «A furor di popolo». Voglio un po’ vedere come potranno ignorarlo. E, soprattutto come potranno censurarlo”, scriveva Beppe Grillo - guarda un po’ - proprio nella postfazione di ”Regime”. Forse l’unico vero erede del Cavaliere. L'unico, perlomeno, che ha capito - in tempi non sospetti: era il 2005 - quale fosse l’elisir di lunga vita del berlusconismo: i suoi nemici.

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