Bighellonare con Charles D'Ambrosio

Loitering è il titolo originale di questa raccolta di saggi, uscita in Italia per Minimum Fax, in una magistrale traduzione di Martina Testa. Loitering significa bighellonare. Qualcosa che la maggior parte di noi non si concede molto spesso, o che se si concede, vive come un lusso

Screenshot 2017 04 19 12
19 Aprile Apr 2017 1647 19 aprile 2017 19 Aprile 2017 - 16:47

Ve lo ricordate? Avevamo otto anni e una gran voglia di fare qualcosa che sapevamo i nostri genitori consideravano sbagliata. Allora andavamo da loro, con cadenza regolare, giornaliera, cercavamo consenso. Dopo vari no, a volte, ricevevamo questa risposta: “Va bene, fai come vuoi. Decidi tu.” In quel modo, gli adulti, forse semplicemente stremati dalla nostra insistenza, ci mettevano di fronte alla possibilità di scegliere da soli per noi stessi, ci dicevano che non avevamo la loro autorizzazione, ma che se avessimo voluto, avremmo potuto prendercela da soli, considerando tutte le conseguenze, rischiando.

Qualcuno di noi con quella risposta è cresciuto, qualcun altro non si è mai preso la responsabilità della scelta e forse oggi vive più sereno. Ma sicuramente, nessuno, aveva, ai tempi, la possibilità di leggere Perdersi, di Charles D’Ambrosio.

La parte più difficile arriva però quando l’adulto a cui chiedere il permesso siamo noi stessi. Che si tratti di lavoro, di amore, di uno scherzo da fare a un amico, siamo sempre lì, anche se non ci facciamo caso, a chiederci il permesso. Perché siamo cresciuti così. Ci hanno insegnato il significato dei cartelli di divieto dalle scuole elementari. Sappiamo che esistono i sensi unici, che nei locali non si fuma, che non si strilla per strada, e tante altre cose. Abbiamo fatto di questo pacchetto di dettami la base sulla quale costruire le nostre certezze, che a loro volta sono divenute anche esse regole, composte sulla persona che siamo diventati, o su quella che speriamo di essere.

E allora ecco che un giorno, chissà quale, non abbiamo avuto più bisogno di chiederci l’autorizzazione, perché sapevamo già cosa volevamo o cosa non volevamo fare. Abbiamo smesso di domandarcelo, anche se non abbiamo mai smesso di cambiare. Se vivere così vi piace, chiudete tutto, non procedete con la lettura, tanto meno cercate su Google “Charles D’Ambrosio”. Se invece pensate che ci sia qualcosa che non va in una vita di certezze, e di dogmi mai messi in discussione, bene, andiamo avanti.

Loitering è il titolo originale di questa raccolta di saggi, uscita in Italia per Minimum Fax, in una magistrale traduzione di Martina Testa. Loitering significa bighellonare. Qualcosa che la maggior parte di noi non si concede molto spesso, o che se si concede, vive come un lusso.

Sull’importanza per gli scrittori di osservare il mondo, hanno già scritto in tanti. Su quello che la maggioranza considera uno svago ma che può essere utile per essere persone migliori, si basano i dati di ascolto delle serie tv. Sull’assoluta necessità di guardare a fondo le cose, oltre la superficie, ne parliamo qui, perché D’Ambrosio ne parla nel suo libro.

L’autorizzazione che sentiamo di poterci concedere da quando chiuderemo Perdersi in poi, passa da ciò che D’Ambrosio scrive. Può, un libro, fare tanto? Sì, a fronte della sincerità dell’autore, e dell’autenticità delle parole che sceglie. Perdersi è soprattutto una riflessione sulla vita, e sulla sua necessità. Una riflessione che parte dal suicidio, da uno in particolare, quello del fratello minore di D’Ambrosio, Danny.

Tornando a parlare di certezze c’è un concetto, tra tutti, sul quale non ci concediamo mai possibilità del dubbio: il dolore. Ci sono situazioni per le quali si deve soffrire, perché così è. E D’Ambrosio certo soffre per la perdita di suo fratello, soffre al punto da scavare dentro quella disperazione e arrivare a domande durissime.

Riflettere sul dolore significa anche riflettere sul passato, e Charles, in un momento di onestà per il quale dovremmo essergli davvero grati – non solo come lettori, ma come esseri umani- si chiede se, avendone la possibilità, cambierebbe le cose e farebbe in modo che suo fratello fosse ancora qui.

Quelli che hanno avuto la sfortuna di vivere un dolore così atroce come quello della perdita di una persona amata, sanno che c’è altro oltre la sofferenza. C’è il fascino. C’è quella strana e inspiegabile convinzione che, visto che è capitato a noi, allora abbiamo qualcosa da dire. È un pensiero che ci teniamo dentro, che nascondiamo. Un pensiero che D’Ambrosio, continuando sulla riflessione intorno alla possibilità di modificare il passato, riassume così: “Le starei scrivendo queste righe, o sulla mia vita regnerebbe un delizioso silenzio, lasciandomi libero di considerare altri, più felici, destini?”

In sostanza, si sta chiedendo: è anche per via della morte di Danny che sono diventato uno scrittore?

È difficile, per chi non ha una passione per i supereroi, credere nella possibilità che esista anche un solo uomo invincibile. Leggendo questi saggi però, ho riflettuto su una nuova teoria. Forse, invincibile è chi si autorizza a raccontare al mondo le sue assurdità. Invincibile è uno dei fratelli di D’Ambrosio, quello che da anni ormai vive in una clinica psichiatrica, e guarda gli scoiattoli e immagina di possederli, di doversi prendere cura di loro. Invincibili sono i salmoni che risalgono la corrente. Invincibile è un figlio che supera l’odio per il padre e cede al desiderio di passare del tempo con lui. Invincibile è lo scrittore, che mostra debolezze – racchiuse e serrate dentro parole calibrate, certo – e narra di mondi. E rischia. Invincibile è Charles D’Ambrosio che, davanti a una stanza colma di persone, sorride e descrive la sua paura di bruciarsi ogni volta che inizia a scrivere una nuova storia.

Non ha il mantello, questo scrittore cresciuto a Seattle, dalle origini italiane. Ma se dovessi scegliere per lui un travestimento da supereroe, sicuramente partirei dagli anfibi, come quelli di suo fratello Danny, che tiene sulla sua scrivania, riempiti di sassi.E il suo potere è quello di autorizzare il lettore; autorizzarci a non capire, a guardare il mondo e non avere una risposta definitiva, autorizzarci a fare le cose più assurde, ma non perché abbiamo perso la testa, anzi, forse proprio perché l’abbiamo finalmente trovata.

In questi mesi Charles D’Ambrosio è in tour in Italia. È in tour con il suo modo di fare gentile, quasi timido. È in tour con gli occhi alzati verso il cielo, distratti a volte da un cane che accarezza e del quale chiede la razza. Fa presentazioni e risponde a domande. A volte balbetta nelle risposte, altre dice proprio che una risposta non ce l’ha. E ogni volta che lui non ha una risposta, è come prendere una boccata di ossigeno. Respirare a pieni polmoni l’aria di una domenica mattina sulla riva di un ruscello, o dentro il letto accanto alla persona che ami. Quelle volte in cui ti sembra il primo respiro ma anche l’ultimo, che pensi che di belli e profondi così forse non ne farai mai più.

È proprio questo che capita quando ti trovi davanti qualcuno che ha il coraggio di dire che non ha risposte: ti senti sollevato. D’Ambrosio è uno che, in un mondo di opinionisti e critici, smonta e raramente rimonta concetti, demolisce se stesso e le sue convinzioni. Prende la realtà, sbuffa, guarda altrove. La sua personale concezione del reale, influenzata da Orwell e da Joan Didion, è ben racchiusa nel saggio dedicato alle case prefabbricate, quelle vendute con arredamento e frutta finta annessi. E come se lui ci dicesse: ehi, ma ci possiamo davvero fidare della realtà, se è così facile ricrearla?

Ne saranno felici gli accaniti lettori, i cinefili, quelli che Netflix piuttosto che uscire, perché se è vero che è facile ricreare un’apparente realtà, è altrettanto vero che è complicatissimo creare la finzione. Credo che i libri, il film, le serie tv, ci dicano, tra le altre cose, che siamo autorizzati a cambiare. Mostrandoci mondi e situazioni che non conosciamo e mostrandoci personaggi che si muovono all’interno di quegli universi. Ci dicono, in qualche modo, che c’è la possibilità di essere diversi. Uno a zero per la finzione allora, perché nella realtà niente ci può dare questa sensazione.

E allora continuiamo a immaginare… Uno scrittore è seduto alla fermata dell’autobus. Siamo a Seattle, sono gli anni ’70, sta piovendo. Lui allunga la mano fuori dalla pagina, ti afferra, ti guarda negli occhi e ti chiede “Noi esitanti, noi combattuti: siamo tutti soli? Possibile?”. E non ti lascia più.

Non ve ne andrete da questo libro, neanche quando vi dirà cose che non vorrete sentire. È come una persona che vi ama, che vi urla in faccia e vi mette all’angolo. Le pagine scorreranno e voi non farete altro che pregare; no, non me la raccontare la verità, lasciami così come sono. Per convenzione Perdersi, viene definito una raccolta di saggi, ma altro non è che una selezione di luoghi e situazioni da osservare, l’essenza del lavoro di uno scrittore.

C’è chi crede che il talento di un autore stia nel saper comporre belle frasi, chi nell’inventare buone storie. Certo, queste sono indubbiamente caratteristiche che uno scrittore deve possedere, ma il talento, quella roba che o ci nasci o non la imparerai mai, sta nello sguardo. È scrittore colui che nota qualcosa e lo restituisce, mutandolo attraverso il racconto.

Per la teoria che un concetto non può esistere senza il suo contrario, allora viene da chiedersi: dopo esserci persi, dove ci ritroviamo? D’Ambrosio risponde e ci dice ovunque e da nessuna parte. Sembra dire che siamo lì: sui marciapiedi di Seattle, nei ricordi che cacciamo, nelle persone che non rivedremo mai più, fuori dalla casa di due sconosciuti, nella realtà alla quale abbiamo smesso di credere, nella finzione a cui ci aggrappiamo, nell’amore che continuiamo a provare nonostante quel vento che soffia forte sulla faccia e ci ricorda che un giorno, forse, potremmo ancora farci male. Nonostante noi.

Potrebbe interessarti anche