Gianluigi Nuzzi porta gli intrighi vaticani a teatro: «Il vero riformatore? È stato Ratzinger»

Parla il cronista e anchorman, che sta per debuttare al Carcano di Milano con lo spettacolo “Pecunia”, sui segreti degli ultimi tre papi: «La chiesa deve essere trasparente, oggi non lo è. Bergoglio? Fa ridere sentir dire che ha fallito. Wojtyla? Pensava solo a far cadere il comunismo»

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HO / OSSERVATORE ROMANO / AFP

20 Aprile Apr 2017 0837 20 aprile 2017 20 Aprile 2017 - 08:37

«La rivoluzione è dimettersi per il bene della chiesa, non attraversare una piazza per comprare gli occhiali in un negozio». Gianluigi Nuzzi, cronista di lungo corso, è uno che la chiesa l’ha indagata da molto vicino, con un lavoro giornalistico lungo anni, che ha prodotto tre libri, un processo per la vicenda dei cosiddetti Vatileaks e ora uno spettacolo teatrale, “Pecunia”, che debutterà oggi (giovedì 20 aprile, ndr) al teatro Carcano di Milano. «Un racconto dal sottoscala del Vaticano», che su un palco spoglio, adorno solo di una scrivania - «il mio banco da lavoro», spiega Nuzzi - e delle fotografie che segnano il percorso, come le molliche di pane di Pollinico, tra il Vaticano di Wojtyla e quello di Bergoglio, passando per Ratzinger, che secondo Nuzzi è il vero riformatore della Chiesa.

Partiamo da lui, dal papa dimissionario, che ha da pochi giorni tagliato il traguardo delle 90 candeline...
Le dimissioni di Ratzinger sono una storia su cui non si è mai scavato abbastanza. Si è creduto all’agiografia che lo voleva stanco per essere un buon pastore.

E non vero?
Probabilmente lo è solo in parte. O meglio, doverosamente compatibile col lavoro che il papa ha fatto per preparare la chiesa a quel momento, affinché quella ferita le facesse bene alla chiesa. Sarebbe ingeneroso pensare che uno dei più grandi intellettuali del ‘900 abbia deciso di dimettersi da Papa nel giro di poche settimane.

Vuol dire che è stato Ratzinger a scegliere Bergoglio come suo successore?
Certo, Bergoglio è il sigillo di Ratzinger, che voleva un papa come Francesco, al posto suo.

Perché?
Perché c’era uno scollamento tra la sua visione della Chiesa e quella degli uomini che detenevano il potere economico del Vaticano, che non ne rispettavano la volontà di trasparenza. La sua scelta, non a caso, ha costretto alle dimissioni di tutti i cardinali curiali, anche se molti li troviamo ancora oggi.

«Wojitlja è stato un papa molto amato dal pubblico, ma io ho molte perplessità sul suo pontificato. Le chiavi dello Ior a Marcinkus, Calvi, Sindona le ha date lui. Lui era concentrato sulla distruzione del Patto di Varsavia e del comunismo. Era il suo sogno sin da ragazzo. Quando però fai entrare certi soggetti nei circuiti finanziari, poi non puoi dire grazie e arrivederci»

La rivoluzione è fallita?
No, non scherziamo. Mi fanno ridere quelli che dicono che Papa Francesco non ha fallito. Sta proseguendo un cambiamento che aveva iniziato Ratzinger. Ma i cambiamenti della chiesa sono lenti, com’è fisiologico per un’istituzione millenaria.

Soprattutto se c’è chi si oppone al cambiamento…
Ci sono molte resistenze, quando vai a toccare interessi e privilegi, hai necessariamente una reazione. Il miglior alleato del papa oggi è la gente. Se non ce l’avesse, sarebbe davvero in difficoltà. Del resto, si scontrano due visioni diverse della Chiesa.

Quali?
C’è chi la vuole povera affinché sia credibile, come Bergoglio. E chi la pensa come il cardinale Marcinkus che diceva, cinico e realista, che la Chiesa non si amministra con le Ave Maria. Poi ci sono le vie di mezzo come Ettore Gotti Tedeschi, ex presidente dello Ior, che non si meravigliava che la Chiesa fosse ricca, perché deve esserlo se vuole essere potente.

Lei da che parte sta?
La chiesa dev’essere trasparente e oggi non lo è.

Abbiamo parlato della spinta riformatrice di Ratzinger e Bergoglio. E Wojtyla?
Wojitlja è stato un papa molto amato dal pubblico, ma io ho molte perplessità sul suo pontificato. Le chiavi dello Ior a Marcinkus, Calvi, Sindona le ha date lui. Lui era concentrato sulla distruzione del Patto di Varsavia e del comunismo. Era il suo sogno sin da ragazzo. Quando però fai entrare certi soggetti nei circuiti finanziari, poi non puoi dire grazie e arrivederci. Non è un caso che sia stato lo Ior la riciclare la maxi tangente Enimont, anni dopo dalla caduta del Muro di Berlino. E non a caso i conti in cui quel denaro è stato riciclato sono quelli di Donato De Bonis, il braccio destro di Marcinkus.

La pecunia, come la chiama lei, intreccia la storia vaticana con quella italiana…
Gianpaolo Pansa diceva che in Italia le fogne portano dappertutto. Aggiungo io, che l’Italia bonifica sempre e solo la sua classe politica, ciclicamente, ma mai se stessa. E i sottopoteri, limpidi e meno limpidi, rimangono sempre lì al loro posto. In fondo, il Vaticano non è che un pezzo d’Italia.

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