Quando gli amici della Corea del Nord eravamo noi

Nel 2000, su richiesta degli Usa, il governo italiano provò ad aprire un canale diplomatico con Pyongyang. «Eravamo il Paese più adatto per quella missione» ricorda l’ex ministro Dini. Oggi i rapporti sono pochi, ma qualcuno fa ancora affari. Le magliette della nazionale di Kim le producono a Pompei

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21 Aprile Apr 2017 0820 21 aprile 2017 21 Aprile 2017 - 08:20

ll principale problema con la Corea del Nord? «La tonalità del rosso. Non volevano un rosso qualsiasi, ma il loro rosso. Prima di trovare il colore giusto e ottenere l’approvazione abbiamo dovuto produrre almeno sei o sette magliette». Luigi Franco Acanfora è il general manager della Legea, azienda campana che produce abbigliamento sportivo. Da Pompei a Pyongyang: nel 2010 il marchio è diventato lo sponsor tecnico della nazionale di calcio nordcoreana. L’imprenditore non ha problemi a parlare dei rapporti con l’ultimo nemico comunista dell’Occidente. «All’epoca - ricorda l’imprenditore a Linkiesta - ci accusarono di favorire una nazione canaglia. Ma nel momento in cui una squadra di calcio viene accettata ai Mondiali e riconosciuta dalla Fifa, perché noi non possiamo vestirla?». La passione per il calcio ha aperto uno scenario impensabile. «Lavorare con la Corea del Nord nasconde alcune difficoltà», ammette Acanfora. «Hanno una cultura diversa nella scelta dei prodotti. Hanno simboli diversi dai nostri. Ci sono problemi di trasporto e di comunicazione. Ma non pensano solo ai carri armati: se l’Italia è il paese del calcio, anche lì il tifo è molto acceso». Politica e pallone, impasto affascinante, anche di fronte alle recenti tensioni tra la nuova America di Donald J. Trump e il vecchio arsenale di Kim Jong-un.

Da una parte i test missilistici e la minaccia atomica, dall’altra gli avvertimenti bellicosi della Casa Bianca. E mentre il mondo si interroga sul rischio di una guerra nucleare, le speranze si aggrappano a una difficile soluzione diplomatica. Da questo punto di vista, non tutti lo sanno, l’Italia avrebbe potuto giocare un ruolo da protagonista. Il legame tra i due Paesi risale a una ventina di anni fa, quando il governo italiano - unico tra i membri del G7 - decise di avviare un rapporto privilegiato con la Repubblica popolare democratica di Corea. All’epoca il ministro degli Esteri era l'ex premier Lamberto Dini. «Ricordo bene quella vicenda - racconta Dini a Linkiesta - Erano i primi mesi del 2000. E non avevamo alcuna ragione, né politica né economica, per aprire un canale diplomatico con una dittatura militare isolata dal resto del mondo». A suggerire quell’operazione furono gli Stati Uniti, desiderosi di instaurare un dialogo con Pyongyang. L’obiettivo era quello di convincere il Governo di Kim Jong-Il a trasformare la propria economia di guerra in un’economia di mercato. Ma perché fu scelta proprio l’Italia? «Eravamo il Paese più adatto - continua Dini -. Da noi c’era stato il Partito comunista più grande dell’Occidente. E la nostra economia mista, con la presenza di aziende a partecipazione pubblica e private, poteva rappresentare un modello interessante per i coreani».

Nel 2000, su suggerimento degli Stati Uniti, l’Italia prova ad aprire un canale diplomatico con Pyongyang. «Eravamo il Paese più adatto - racconta l’ex ministro Dini - Da noi c’era stato il Partito comunista più grande dell’Occidente. E la nostra economia mista, con la presenza di aziende a partecipazione pubblica e private, poteva rappresentare un modello interessante per i coreani»

La storia sembra incredibile, ma è relativamente recente. In breve tempo la Farnesina accettò la missione caldeggiata da Washington. Dopo i primi contatti, nel marzo 2000 Dini volò a Pyongyang per incontrare “il caro leader”. L’ex ministro ricorda bene la prima impressione di quel Paese lontano. «Qualche anno prima ero stato in Cina, avevo ancora in mente le strade sempre trafficate, fiumi di persone. A Pyongyang invece c’era il deserto, tranne rare eccezioni non si vedevano né biciclette né automobili. Non c’era neppure l’elettricità. La corrente veniva distribuita un quartiere alla volta. Altrimenti si usavano le candele». Si decise di aiutare i nuovi interlocutori. «In Corea del Nord c’era necessità di aiuti alimentari», continua l’ex ministro. I fondi a disposizione per la cooperazione internazionale non erano molti, «ma decidemmo di finanziare un programma per la produzione di patate». Una delle poche coltivazioni che, grazie al clima della Corea del Nord, permetteva due raccolti l’anno. Presto tra i due Paesi si instaurò un rapporto di amicizia. Le prime delegazioni imprenditoriali iniziarono a viaggiare tra Roma e Pyongyang. E, come auspicato, la missione di Lamberto Dini aprì la strada agli Stati Uniti: a Pyongyang pochi mesi più tardi atterrò la segretaria di Stato Madeleine Albright. Un incontro storico (le cronache raccontano che per ingraziarsi Kim Jong-Il, grande appassionato di pallacanestro, l’americana portò in dono un pallone da basket autografato da Michael Jordan). Si arrivò persino a organizzare un vertice con il presidente statunitense. La visita ufficiale di Bill Clinton in Corea del Nord era stata programmata per il dicembre successivo, spiega Dini. «Peccato che a novembre - aggiunge l'ex ministro degli Esteri italiano - il partito Democratico americano perse le elezioni. E George Bush jr, da presidente eletto, impedì quel viaggio». Fu la fine del grande progetto diplomatico guidato dall’Italia. In breve tempo Bush inaugurò la politica degli “Stati canaglia”. Il resto è storia recente. «E così tutti i tentativi di convincere la Corea del Nord ad abbandonare la corsa agli armamenti e agli esperimenti nucleari sono falliti», conclude Dini.

Per qualche tempo la Corea del Nord ha continuato a considerare l’Italia il più vicino Paese occidentale. Ma oggi i rapporti di amicizia si sono molto attenuati. Persino le relazioni commerciali sono quasi inesistenti. Anche dalla Legea confermano che negli ultimi anni gli affari sono diminuiti drasticamente. Vuoi per le tensioni internazionali. Vuoi perché il fenomeno della nazionale di calcio di quel paese è svanito dopo i Mondiali 2010 e le Olimpiadi di Londra 2012. Oggi le aziende italiane che fanno business con Pyongyang sono poche, gli scambi ridotti al minimo. Secondo gli ultimi dati dell’Ice, l’istituto nazionale per il commercio estero, nel 2016 l’Italia ha esportato beni in Corea del Nord per poco più di un milione di euro. L’anno prima per un milione e mezzo. Che cosa vendiamo? Prodotti tessili e macchinari, soprattutto. Ma anche un centinaio di migliaia di euro tra bevande e prodotti alimentari. Eppure nel 2000, quando si cercò di aprire i canali diplomatici, le speranze erano molte. «Le autorità coreane - si legge ancora sul sito dell’Ice - hanno incontrato il rappresentante della società Danieli per un progetto di acciaieria e dell’Enel per la costruzione di nuove centrali e per la ristrutturazione di quelle esistenti». Non solo. «Contatti diretti hanno avuto anche il gruppo Fiat in merito alla possibilità di investimenti nel settore dei motori diesel e la ABB Italia per l’agroindustria».

Da Pompei a Pyongyang. Nel 2010 l’azienda Legea è diventata lo sponsor tecnico della nazionale di calcio nordcoreana. «All’epoca - ricorda il general manager Acanfora - ci accusarono di favorire una nazione canaglia. Ma nel momento in cui una squadra di calcio viene accettata ai Mondiali e riconosciuta dalla Fifa, perché noi non possiamo vestirla?»

Oggi Pyongyang è tornata una città lontanissima. Fisicamente e idealmente. «L’Italia, come il resto d’Europa, non ha alcun ruolo nella vicenda della Corea del Nord», spiega a Linkiesta Axel Berkofsky dell’Ispi, l’Istituto di studi di politica internazionale di Milano. Berkofsky osserva come ormai da quindici anni, proprio dopo la missione diplomatica dell’ex ministro Dini, l’Ue sia rimasta fuori dai consessi internazionali, come i Six-part Talks, chiamati a trattare la fine del programma nucleare nordcoreano. «Oggi - dice l’analista - il programma nucleare ci preoccupa solo sulla carta: l’Europa non ha nulla da offrire, è concentrata sui suoi problemi. La faccenda riguarda principalmente gli Stati Uniti e la Cina, che controlla il 90 per cento del commercio con la Corea del Nord. L’Italia non è più presa sul serio come attore politico, non rappresenta neppure una minaccia». Il tutto con buona pace dei nostri politici che vantano influenze sopra il 38esimo parallelo. Fresco reduce dell’ennesima visita, c’è il solito senatore di Forza Italia Antonio Razzi, autocandidatosi mediatore tra il regime di Kim Jong-un e Donald Trump. Nel 2014, insieme a lui, volò in Corea del Nord anche il segretario della Lega, Matteo Salvini, tornato con un inatteso ottimismo per un Paese che (parole sue) «è un’opportunità gigantesca per i nostri imprenditori». Più sobria la presenza di Paolo Romani, attuale capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, alla parata per i sessant’anni dall’armistizio della guerra di Corea, nel 2013. Chi resta più appassionatamente al fianco della repubblica socialista di Pyongyang è il Partito Comunista guidato da Marco Rizzo. Il comitato politico dello scorso 14 aprile ha offerto al leader coreano un nuovo sostegno diplomatico: «Le affermazioni bellicose degli Usa rappresentano una seria minaccia alla pace nella regione (…) La Corea del Nord non rappresenta alcuna minaccia per la pace mondiale, come gli imperialisti vogliono far credere, preparando il terreno a futuri possibili sviluppi nella direzione di un conflitto. Il Partito Comunista è da sempre schierato per una soluzione alla questione nucleare nell’ottica della riduzione degli armamenti a condizione di reciprocità».

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