Il viaggio di Del Piero dalla provincia alla prateria

Dal sottobosco del calcio a tiro che porta il suo nome, dalle difficoltà a Euro 2000 alla linguaccia, fino alle praterie australiane: la carriera di Pinturicchio vista da Valderrama.it

Vald
21 Aprile Apr 2017 1057 21 aprile 2017 21 Aprile 2017 - 10:57

Per i suoi nemici tutto ebbe inizio con quel gol alla Fiorentina. È il 4 dicembre 1994. La Juve pareggia 2 a 2, la partita è un carnaio, i contrasti duri, gli attacchi bloccati. Poi c’è un lancio lungo, da centrocampo: in mezzo a due difensori Alessandro Del Piero prende coraggio e tira al volo, con l’esterno del piede. La palla si insacca fra le mani di Toldo e il palo. Nessuno di loro, i nemici, è juventino, ma si alzano tutti ad applaudire. Forse era una delle prime partite che guardavano su Telepiù e sarà l’ultima in cui vedranno Del Piero fare un gol così. Quel gol è l’opposto del “suo” gol: non è preparato, ricamato, e viene segnato con la metà dello scarpino che rimarrà intonsa per gran parte della carriera. Iniziano i servizi alla televisione: i genitori, il bravo ragazzo, le pantofole, “non ha grilli per la testa”. Gli amici di sempre, il prete, i vicini: “un bravo ragazzo, un ragazzo normale”. I grandi tazzoni di latte e biscotti. Un vecchio con la erre moscia capisce che il bravo ragazzo non basta e gli affibbia un soprannome, creando un personaggio: Pinturicchio. È più importante di quanto si possa pensare, questo passaggio. Inizia la parabola dell’eterno allievo, del giovane che non crescerà mai, il piccolo pittore. I dualismi a cui sarà condannato malvolentieri cominciano da lì. Sarà sempre quello in campo, e alla folla andranno di traverso le ultime forchettate mentre invoca Totti o Baggio.

Alessandro e i suoi nemici hanno qualche anno di differenza, ma la generazione è la stessa. Alla televisione lo rivedono, fa un gol strano. La traiettoria non è la stessa dei gol di Maradona o del codino. Passa pochissimo tempo e lo fa di nuovo, e poi ancora e ancora. “Il gol alla Del Piero”. Provano a farlo anche loro, i nemici, nelle partitelle. Ma non riescono mai a metterla così morbida. Chissà se allora si rendevano conto di quanto fosse significativo quel gol, e chissà che oggi non esagerino nell’interpretarne l’esecuzione. Eppure, guardando indietro, quel gol pare l’immagine di una generazione che gli anni ottanta hanno prosciugato di qualunque spinta rivoluzionaria. È un gol quasi obbligato. È frutto della necessità di trovare un’altra via per incidere, senza mettersi in gioco frontalmente. Per superare la timidezza Alessandro non prova nemmeno a saltarlo, l’avversario. Si ingobbisce, si allarga, finta, nasconde il pallone. Sembra stia per entrare in area a testa bassa, ma con la coda dell’occhio vede la porta. Scavalca tutti gli ostacoli dell’età adulta, aggira tutto e tutti e arriva direttamente all’incrocio.

Ormai per i giornali è Alex. Anche la Coppa dei Campioni è appena diventata Champions League. Un anno dopo di lui è nato David Beckham. Un centrocampista, uno che non è sicuramente un dieci o un fantasista eppure sta diventando un divo. Il suo tiro è più secco, elastico, meno liftato di quello di Alessandro. Tre anni dopo è nato Raúl González Blanco: arriva dalle giovanili della squadra rivale, ma è già condannato a diventare bandiera. Tutti e tre vincono, e tanto. Sbagliano rigori decisivi, segnano qualche gol difficile e tanti, tantissimi gol facili. È la generazione della Champions League. Nessuno può negare che siano dei campioni, e nessuno può negare che sarebbero potuti essere più forti. Si riaccende la televisione: c’è una pubblicità in cui Del Piero è in costume, e dipinge, un po’ goffamente. Mima il suo gol con un pallone virtuale. Avevamo già visto Franco Baresi fare una rovesciata che mai avrebbe azzardato in carriera nella réclame di una bevanda fluorescente. Ma quello è il gol alla Del Piero, è il suo.


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