Inquinamento e pesca intensiva, così stiamo mettendo a rischio l’Adriatico

È il mare più pescoso, da queste acque arriva la metà dei prodotti ittici italiani. Ma lo sfruttamento eccessivo di alcune specie ne mette a rischio il futuro. Negli ultimi anni le catture di nasello sono diminuite del 45 per cento. Quelle di scampi di oltre il 54 per cento. L’allarme alla Camera

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21 Aprile Apr 2017 1400 21 aprile 2017 21 Aprile 2017 - 14:00

L’Adriatico è a rischio. Anno dopo anno, il mare più pescoso di tutto il Mediterraneo sta perdendo la sua ricchezza. Per il nostro Paese il danno è altissimo. Tra il golfo di Venezia e il canale d’Otranto si concentra il 47 per cento dell’intera flotta di pesca industriale italiana. Da questo mare proviene il 50 per cento dei nostri prodotti ittici. Eppure l’inquinamento e l’intensa attività di pesca a strascico stanno portando a un rapido impoverimento delle acque. «Sono danni che non vengono raccontati fino in fondo» racconta a Montecitorio il noto giornalista Andrea Purgatori, presidente di GreenPeace Italia. «Un problema che si è trascinato nel corso degli anni fino a diventare una vera emergenza». I dati presentati sono preoccupanti. Tutti gli stock ittici commerciali dell’Adriatico sono sovrasfruttati. Le conseguenze sono fin troppo evidenti. «Tra il 2007 e il 2015 gli sbarchi di prodotti ittici in Adriatico della flotta di pesca italiana sono calati del 21 per cento, da 116.898 a 92.595 tonnellate». La denuncia arriva dall’Adriatic Recovery Project, una campagna lanciata dall’associazione MedReAct in collaborazione con Legambiente, Marevivo, l'Università di Stanford e il Politecnico delle Marche. Alcune specie pagano il prezzo più alto. Il nasello subisce un prelievo di oltre cinque volte superiore ai limiti sostenibili. Il risultato? Tra il 2006 e il 2014, le catture di questo pesce «sono diminuite del 45 per cento sia per i pescherecci italiani sia per quelli croati». Stesso destino per gli scampi, altro pregiato prodotto ittico. Tra il 2009 e il 2014, si legge ancora, le catture di questa specie sono diminuite addirittura del 54 per cento.

Il nasello subisce un prelievo di oltre cinque volte superiore ai limiti sostenibili. Il risultato? Tra il 2006 e il 2014, le catture di questo pesce «sono diminuite del 45 per cento ». Stesso destino per gli scampi. Tra il 2009 e il 2014, si legge ancora, le catture di questa specie sono diminuite addirittura del 54 per cento

È un problema che interessa la salute del mare, ma anche la nostra economia. L’impoverimento delle risorse marine ha un impatto diretto sul settore della pesca. Basti pensare che il solo nasello costituisce il 7,8 per cento del valore di tutti gli sbarchi ittici in Italia (pari a 64 milioni di euro nel 2014). «Decenni di pesca a strascico - si legge in un documento consegnato alla Camera - hanno causato il declino degli stock ittici, della biodiversità e, allo stesso tempo, dell’economia della piccola pesca». Si tratta di decine di migliaia di famiglie. Del resto, come ha spiegato il commissario Europeo Karmenu Vella, citato nel testo dell’Ariatic Recovery Research, «il 75 per cento delle risorse marine viene catturato dal 20 per cento delle grosse navi da pesca industriale, mentre all’80 per cento dei piccoli pescatori non rimane che il residuo, cioè il 25 per cento dei pesci». Ecco perché le iniziative proposte per salvare l’Adriatico non possono prescindere da questa realtà.

Tra il golfo di Venezia e il canale d’Otranto si concentra il 47 per cento dell’intera flotta di pesca industriale italiana. Da questo mare proviene il 50 per cento dei nostri prodotti ittici

Il progetto presentato a Montecitorio propone il divieto di pesca a strascico in una specifica area dell’Adriatico. Si tratta della Fossa di Pomo, una depressione del bacino centrale che arriva fino a 260 metri di profondità e oggi ospita alcune delle più importanti aree di riproduzione per diverse specie ittiche. È un’iniziativa già avviata nel 2015, ma recentemente interrotta. Una misura necessaria per salvaguardare la salute dell’Adriatico, spiegano i proponenti, a cui devono partecipare in misura comune sia l’Italia che la Croazia, i due paesi con le principali flotte adriatiche.

L’ex ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Mario Catania, presente all’incontro, conferma l’urgenza dell’intervento. «Ma accanto alla tutela di quest’area - spiega - è importante prevedere alcune azioni di carattere sociale. Per tutelare i pescatori che saranno colpiti dalle limitazioni introdotte». L’obiettivo è quello di garantire un futuro all’Adriatico, «un mare oggi impoverito e sofferente». Ma anche all’economia della pesca. Un argine alla perdita di una grande ricchezza ambientale. «Non solo quella più evidente, come gli abbondanti stock di alici e sardine, di naselli e scampi o i banchi di ostriche sottocosta - si legge - ma anche quella più nascosta, come la biodiversità dei fondali». La sfida è lanciata. «L’Adriatico è un mare particolarmente vulnerabile» racconta il presidente della commissione Ambiente Ermete Realacci. «Ma in passato ha già visto vincere tante battaglie ambientali».

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