Macron è una botta di culo. E se non lo capiamo, finiremo male

La vittoria del giovane leader di En Marche sembra scontata, dopo i risultati del primo turno. Ma chi ci vuole vedere dentro il riscatto dell’Europa e della società aperta rischia di rimanere deluso. Il difficile arriva ora, purtroppo

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CREDITPATRICK KOVARIK / AFP

24 Aprile Apr 2017 0826 24 aprile 2017 24 Aprile 2017 - 08:26

Lasciate la retorica in frigorifero, per cortesia. La risicata vittoria di Emmanuel Macron al primo turno delle elezioni presidenziali francesi non è la vittoria dell’Europa contro le destre sovraniste, né quella della politica dei ponti contro quella dei muri. Nè lo sarà la quasi certa vittoria al secondo turno del prossimo 7 maggio - gli ultimi sondaggi relativi al ballottaggio danno Macron avanti trenta punti e rotti. Va bene che sbagliano, ma non esageriamo -, quella che farà del trentanovenne di Amiens, il venticinquesimo Presidente della Repubblica Francese. Certo, è una boccata d’ossigeno e di speranza che ci voleva dopo le sberle del 2016. Ma è tutto fuorché risolutiva. Ed è figlia di una tale enormità di fattori contingenti da non poter essere assolutamente presa a paradigma di alcunché.

Primo: Macron ha vinto perché ha più culo di Sacchi a Usa ’94. Audace, certo, a lasciare il governo e il Partito Socialista a un anno dal voto, per imboccare la strada della corsa solitaria verso l’Eliseo. Ma alzi la mano chi pensava che François Fillon, il candidato scelto dagli strafavoriti Repubblicains, si sarebbe trovato, nel giro di poche settimane, nel bel mezzo di uno scandalo di compensi d'oro a moglie e figli. O che i socialisti avrebbero scelto come loro campione Benoit Hamon, il candidato più di sinistra del lotto, lasciando la destra del partito alla mercé delle scorribande del giovane leader di En Marche. O che François Bayrou, l’altro storico candidato centrista, non si sarebbe nemmeno presentato alle elezioni. O che il comunista Jean-Luc Melenchon, nella sua incredibile ascesa delle ultime settimane, avrebbe finito per rubare i voti della classe ouvrière a Marine Le Pen e al Front National.

Secondo: se vincerà pure tra due settimane, Macron sarà presidente di tutti i francesi col consenso, al primo turno, di meno di un quarto dell’elettorato. Un elettorato - ricordiamocelo oggi, ci verrà utile domani - in cui il sentimento anti-europeo è più forte di quanto non lo fosse nel Regno Unito il giorno prima della Brexit. In cui la disoccupazione è stabilmente oltre al 10% e quella giovanile supera il 20%. In cui François Hollande esce di scena con il gradimento del 4% dei cittadini francesi. Un Paese devastato dagli attentati e non esattamente ben disposto verso gli stranieri. Quello stesso Paese che si troverà come presidente il più europeista dei leader terracquei, nonché ministro dell’economia del governo socialista uscente e strenuo sostenitore dell’idea che la Francia possa e debba accogliere più profughi di quanti ne accolga ora. Miracoli del doppio turno.

Se vincerà pure tra due settimane, Macron sarà presidente di tutti i francesi col consenso, al primo turno, di meno di un quarto dell’elettorato. Un elettorato - ricordiamocelo oggi, ci verrà utile domani - in cui il sentimento anti-europeo è più forte di quanto non lo fosse nel Regno Unito il giorno prima della Brexit. E che si ritroverà come presidente il più europeista dei leader terraquei. Miracoli del doppio turno

Terzo: Macron ha vinto, ma il sistema politico francese esce a pezzi da queste elezioni. Spariscono i socialisti, ridotti a percentuali da Pasok greco. Escono dal ballottaggio i gollisti, evento inedito per la Quinta Repubblica transalpina. Marine Le Pen, che cinque anni fa aveva vinto in un solo distretto amministrativo solo nel Gard, oggi ha la maggioranza realtiva in più di cinquanta distretti su novantacinque. E la distanza che separa il vincitore di oggi dal quarto classificato Melenchon, è di poco più di un milione di voti. Per il leader di En Marche potrebbe essere una buona notizia: alle prossime elezioni legislative, quelle che decideranno la composizione del parlamento, coi due grandi partiti in crisi d’identità, sarà lui l'architrave del sistema contro lo spauracchio di Madame Marine. Ma la costruzione di una maggioranza parlamentare, con questo livello di balcanizzazione, è impresa da non dare per scontata.

Già - quarto - perché oltre che vincere, a Macron toccherà pure governare. Vuole più Europa? Gli tocca costruirla e possibilmente farla pure piacere ai francesi. Vuole più profughi? Bene, ma per gestirli - Merkel insegna - far sfoggio dei valori di tolleranza occidentali non è sufficiente. Vuole tagliare 60 miliardi all’ipertrofica spesa pubblica francese, come ha promesso? Si accomodi, ma sappia che ha a che fare con l’apparato statale più forte e strutturato d’Europa. Le sue promesse sono tutto fuorché populiste, ma se possibile ancora più difficili da realizzare. Perché guadagnare consenso accarezzando contropelo l’elettorato è roba che riesce solo ai migliori. E lui - che prima d’ora si è fatto giusto due anni nello staff di Hollande e due anni da ministro, senza mai essere stato eletto, peraltro - dovrà dimostrare di esserlo. Perché la fortuna aiuta gli audaci, sì. Ma una volta sola.

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