Massimo Nava: «Macron come Napoleone. E ora la Francia è il vero laboratorio politico europeo»

Intervista allo storico corrispondente da Parigi del Corriere della Sera: «Attenzione alle sbornie consolatorie: se Macron non riesce a rilanciare Parigi e l’Europa, il prossimo giro sarà tutto dei nazionalisti»

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Eric FEFERBERG / AFP

24 Aprile Apr 2017 1510 24 aprile 2017 24 Aprile 2017 - 15:10

«Astuzia, talento e bùs del cùl». Corrispondente da Parigi per il Corriere della Sera, ma pur sempre milanese doc, Massimo Nava descrive così, parafrasando la celebre massima di Arrigo Sacchi, la vittoria di Emmanuel Macron al primo turno delle presidenziali francesi. Ma, avverte, «attenti alle sbornie consolatorie: il pericolo populista e anti-europeo resta intatto e, se possibile, va affrontato ancora più in fretta». E, soprattutto, va osservato con cura anche da fuori, perché la Francia, con queste elezioni è diventato «il vero laboratorio politico europeo».

Nava, rivoluzione doveva essere e rivoluzione è stata…
Ci tocca rivalutare i sondaggisti. Hanno azzeccato le percentuali al secondo decimale sin dalle tre del pomeriggio. Chapeau.

Chapeau anche per Macron?
Lui è il vero fenomeno di questa tornata elettorale, è evidente. Un giovane di 39 anni, che da zero tira su un partito da 250mila iscritti, in grado di scuotere l’opinione pubblica, di riempire un grande vuoto della politica e addirittura di arriva in testa alla fine del primo turno delle presidenziali, con grandi probabilità di vincere, merita tutti gli onori del caso. L’unico paragone storico che viene in mente è quello con Napoleone.

Bum!
Fatte le debite proporzioni, ovviamente. Però è così. Nella Francia derisa, devastata e ripiegata, ecco l’uomo della provvidenza, giovane e ambizioso, che sembra arrivato dal nulla.

Macron ha preso il 24% anche grazie a molti errori altrui, però…
Certo, è stato molto fortunato. Ma anche di Napoleone si diceva che lo fosse. Fino ad Austerlitz, quando diede una lezione agli eserciti di mezza Europa.

A proposito di Europa: che le fa veder sventolare la bandiera a dodici stelle dietro il probabile, prossimo presidente francese?
Macron è una grande speranza, per gli ideali europei. Di fatto la Francia anticipa il laboratorio politico del nuovo secolo europeo. Ottimisti contro pessimisti, aperti contro chiusi. La sfida però è ancora aperta. Se guardi la mappa francese è nera per metà. Il pericolo populista e anti-europeo resta intatto e va affrontato ancora più in fretta. Soprattutto, le cause del malcontento sono la sfida più grande che attende Macron. Una sfida che è e resta immane, perché il modello francese non regge più.

Cosa intende?
Intendo dire che questo è un Paese con un alto tasso di disoccupazione giovanile e una crisi sociale che ha pochi eguali in Europa. Nel frattempo, però, hanno pure finito i soldi. La Francia comincia a chiedere i soldi in prestito a ottobre, altrimenti non ne ha per pagare gli stipendi.

Macron ha promesso una spending review da 60 miliardi di euro…
È irrinunciabile. Bisogna asciugare le sacche di sprechi e ridurre i funzionari, come già prometteva Sarkozy. La faranno bloccando il turnover dei dipendenti pubblici. Forse con qualche taglio nelle regioni e nelle realtà locali dove ci sono stati molti eccessi. Detto questo, le promesse di spending review sono un cavallo di battaglia dei riformisti. Poi voglio vederli nella realtà. In ogni caso Macron ha anche promesso più investimenti pubblici.

Toccherà pure a lui battere i pugni sul tavolo a Bruxelles…
E li capiremo quale sarà il peso di Macron e della Francia nei confronti di Berlino, dopo le elezioni tedesche. Io credo abbia ragione, in ogni caso: o l’Europa investe davvero, o il prossimo giro i populisti vincono di sicuro.

Non potrebbero risorgere socialisti e gollisti? La loro crisi è davvero così irreversibile?
La curva del declino è abbastanza evidente. Sembra il crollo della Dc dopo Mani Pulite. Un sistema che va in frantumi.

«Certo, Macron è stato molto fortunato. Ma anche di Napoleone si diceva che lo fosse. Fino ad Austerlitz, quando diede una lezione agli eserciti di mezza Europa»

Anche nel 2002, quando al ballottaggio con Chirac ci andò Jean Marie Le Pen si disse che socialisti e gollisti erano in crisi irreversibile. Poi si sono ripresi bene, perlomeno fino a oggi…
Oggi è diverso. L’area di estraneità ai due partiti si è allargata a livelli difficilmente contenibili. Soprattutto, sono crollati gli apparati. Le candidature di Fillon e Hamon sono due errori di popolo, figli del voto alle primarie. I Repubblicani hanno scelto un leader che aveva più scandali che vestiti, nell’armadio. E i socialisti il più grande oppositore interno del presidente uscente, uno totalmente estraneo alla storia e alla linea riformista del suo stesso partito.

Ok, però sono due crisi diverse. Nonostante gli scandali di Fillon, i Repubblicani sono andati a un passo dal ballottaggio…
Vero. Aggiungo che Fillon, oggi, prende tre punti in più di Chirac nel 2002. Il vero errore è stato non costringerlo a ritirarsi. Le elezioni legislative ci diranno se la crisi dei Repubblicani è irreversibile o meno.

A proposito di legislative: ce la farà Macron a conquistare pure la maggioranza parlamentare?
Nella crisi degli apparati, bisognerà capire quanto i potentati e i poteri locali rispetto a un movimento senza partito come En Marche. Due possibilità: o l’onda lunga porta Macron ad avere una maggioranza parlamentare, cosa molto difficile. O si giocherà su una sorta di grande alleanza tra En Marche. Di certo a Macron non dispiace appoggiarsi alla destra…

Come si dice Partito della Nazione in francese?
Si dice Commissione Attali, il consesso di professori e studiosi voluto da Nicolas Sarkozy per liberale la crescita francese. Di quella commissione facevano parte sia Macron, di cui Attali è di fatto il mentore, e pure Jean Pisani Ferry, uno dei più stretti consiglieri del leader di En Marche, una delle personalità più interessanti del nuovo corso. Il primo Sarkozy assomigliava molto a Macron, peraltro, si diceva fosse il Blair della destra moderna.

Sarà un Macron simile a Sarkozy, quindi?
​Ancora non lo sappiamo, dobbiamo ancora conoscerlo bene. Di sicuro c’è che è un uomo di grande intelligenza, di grande preparazione economica e sociale, un Enarca da centro studi. È uno che sa ascoltare, soprattutto. Sul piano della conoscenza dei dossier dovrebbe chiedere qualche consiglio a Fillon, che è stato primo ministro e le cose le conosce meglio di lui. Di sicuro, perlomeno in relazione all’Europa, ha idee molto chiare: rapporto stretto coi tedeschi, meno austerità e più investimenti.

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