Banche popolari, ora la crisi mette in ginocchio i territori e le imprese

E ora che il mondo delle “banche impopolari” sta crollando miseramente, che si fa? Un libro racconta il declino e i dubbi sul futuro, da Vicenza ad Arezzo, in quel mondo che un tempo era locomotiva del Made in Italy e domani, senza banche locali, chissà

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TIZIANA FABI / AFP

26 Aprile Apr 2017 0809 26 aprile 2017 26 Aprile 2017 - 08:09
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“Mi viene in mente la frase di Antonio Gramsci: il vecchio muore e il nuovo non può nascere e in questo interregno si verificano fenomeni morbosi…”. Pare di sentirlo Joseph Oughourlian citare Gramsci. Il suo italiano impeccabile, che tradisce una cultura sterminata, ambrato da un accento francese. Un’epifania radical chic. Che esalta la lontananza dal mondo piccolo e provinciale che pure racconta. Lo fa in una intervista in appendice al libro “Banche Impopolari” firmato dai due giornalisti de La Repubblica Andrea Greco e Franco Vanni e uscito per Mondadori il 28 marzo. Il finanziere di origine armene, nato a Parigi 45 anni fa, con il suo fondo Amber è uno dei grandi esploratori dei disastri “popolari” delle nostre banche. Li ha guardati da vicino e ha provato a costruirci un cambiamento. Non è stato l’unico, nell’emblematico caso della Bpm, anche Matteo Arpe - supportato dai sindacati nazionali dei bancari - aveva cercato di imprimere un futuro diverso all'istituto lombardo intuendo l’alba della metamorfosi (o della necrosi) di un modello.

Ma fino ad un certo punto, e cioè esattamente fino a che il decreto sulle popolari non ha scardinato questo sistema, chiunque abbia provato ad avvicinarsi a questo mondo autarchico e chiuso cresciuto all’ombra dei campanili non ne è uscito vittorioso. Neppure Bankitalia ci è riuscita, spesso chiamata sul banco degli imputati per non aver agito in maniera laica nei confronti del sistema. Dal tramonto delle popolari procede, tuttavia, il declino inevitabile di quella che Ilvo Diamanti chiama l’Italia di Mezzo. L’Italia della piccola e media impresa e della vicinanza quasi incestuosa tra banca e territorio. Il prosaico groviglio di interessenze tra istituto e attori locali, industriali, imprenditori, fondazioni benefiche, politica, chiesa. Un mortale abbraccio quello tra credito locale e territorio che ha prodotto alcune mostruosità, certamente una galleria degli errori (come va ripetendo ossessivamente qualche banchiere) e che ha vergato di proprio pugno il suo tramonto.

Ma mentre le torri di questo capitalismo territoriale, autarchico, autoreferenziale e clientelare stanno crollando, il tema vero attorno al quale gira qualsiasi considerazione è cosa succederà dopo. E come l’Italia di mezzo appunto, quella un po’ naïve e stereotipata della provincia e tutto il suo portato di ricchezza e sviluppo potrà, ancora, avere un interlocutore nel sistema creditizio. Non è argomento da poco. Le popolari sono state non solo sostegno, ma colonna dello sviluppo nella profonda provincia industriale. Lo sono state creando dei potentati governati da oligarchie intoccabili.

Ed era così. Quando si interrogavano i vari Gianni Zonin sulla sostenibilità di un istituto che prestava danari senza una apparente ratio, coefficienti di copertura delle sofferenze tra i più bassi d’Europa, impieghi che crescevano mentre il resto del sistema stringeva la cinghia, la risposta era quasi sempre una. «Voi non sapete come funziona la banca». Non una banca. No. La banca, la sua. La loro banca. Che fosse ad Arezzo, Ferrara, Marostica o Montebelluna. «Noi abbiamo la liquidità». Rispondeva tronfio l’ex banchiere vignaiolo. Il carattere mutualistico del sistema cooperativo era esattamente questo. La banca e il territorio, la banca prestava (anche oltre le necessità) il territorio conferiva ricchezza. E quando serviva puntellare con il capitale si nutriva lo schema Ponzi. Titoli dal valore fittizio, sottoscritti da soldi veri, quelli dei correntisti-soci. Il crac delle venete è la manifestazione di questo disastro. E di un sistema di governance che produceva distorsioni, anomalie che sono alla base dei problemi che oggi abbiamo di fronte.

A Vicenza tra la Fondazione Roi, istituita nel 1998 dal marchese nipote di Antonio Fogazzaro, e la Bpvi c’era un matrimonio di fatto, per rubare le parole del giornalista Paolo Coltro. Tre membri del consiglio dell’ente sono nominati dalla banca per statuto e questo perché il marchese Boso Roi era un grande estimatore di Gianni Zonin. Le azioni della banca c’erano sin da principio. Ma poi il livello di patrimonio investito in titoli si alzò durante i due aumenti di capitale della Vicenza del 2013 e 2014. Quelli fatti a prezzi stellari per sostenere le ambizioni espansionistiche della Vicenza e che invece servivano a coprire i buchi in bilancio. E così del patrimonio della Fondazione, circa 100 milioni, sono rimaste sole le briciole.

Quando si interrogavano i vari Gianni Zonin sulla sostenibilità di un istituto che prestava danari senza una apparente ratio, coefficienti di copertura delle sofferenze tra i più bassi d’Europa, impieghi che crescevano mentre il resto del sistema stringeva la cinghia, la risposta era quasi sempre una. «Voi non sapete come funziona la banca». Non una banca. No. La banca, la sua. La loro banca. Che fosse ad Arezzo, Ferrara, Marostica o Montebelluna

Restando in Veneto il riassetto che presto si vedrà sull’aeroporto di Venezia, terzo sistema aeroportuale italiano, è ancora una volta figlio della crisi del credito popolare. Il concessionario della Laguna è Save, società quotata in Borsa. L’azionista di maggioranza relativa è Finanziaria Internazionale, società finanziaria di Conegliano che ha due soci alla pari: Andrea de Vido e Enrico Marchi. Con la crisi di Montebelluna a de Vido viene chiesto di rientrare di un debito personale ingente, circa 80 milioni di euro che avevano come collaterale le azioni di Banca Etruria, una delle quattro finite in risoluzione nel 2015. De Vido non ha i soldi e allora chiede al socio Marchi di essere liquidato. Ma con il cambio di azionariato in Finint scatta immediatamente l’obbligo di riassetto nel piano sotto, Save appunto. Risultato: accanto a Marchi subentreranno due investitori istituzionali, InfraVia e Deutsche Bank tramite dei fondi. La governance per cinque anni resterà nelle mani di Marchi, ma la maggioranza del capitale dello scalo di una delle principali mete turistiche italiane sarà straniera.

Quante altre storie simili a queste vedremo? Diverse, c’è da scommetterci. Il mondo dell’impresa, piccola e media, si sta già guardando attorno cercando vie alternative al credito bancario. Le anomalie consentite dalla libertà con cui il sistema si muoveva e che il decreto sulle popolari ha di fatto smantellato andavano risolte. Ma il credito è un’infrastruttura dell’economia, non puoi distruggere una strada senza costruirne un’altra. L’evidenza empirica di questo fenomeno sta nei numeri. L’Italia secondo i dati Ocse è il paese della Ue in cui la crescita degli npl la cui origine sono proprio i crediti dati alle piccole e medie imprese è stato più elevato. È anche uno dei paesi in cui la garanzia pubblica per facilitare l’accesso al credito pesa di più sul prodotto interno lordo. Lo dice sempre Ocse, lo 0,8 per cento del pil italiano è assorbito da garanzie governative per facilitare l’accesso al credito delle pmi. Il dato è relativo al 2014, l’anno in cui le popolari hanno iniziato a mostrare le proprie crepe.

Ma il sistema serviva. Secondo l’indagine di Bankitalia su domanda e offerta del credito abbiamo assistito dal 2015 al 2016 ad una speculare inversione di tendenza. Al calo dell’offerta di credito è banalmente contrapposta una crescente domanda di finanziamenti. “Per le banche di maggiore dimensione -scrive Via Nazionale - la domanda è risultata particolarmente intensa nelle regioni del Nord Ovest e del Centro. In tutte le aree del Paese ad esclusione del Nord Est l’incremento della domanda è stato maggiore per le banche grandi e medie rispetto alle piccole”.

La minore biodiversità bancaria, confermano Greco e Vanni nel loro libro, può essere un rischio per il credito alle piccole e medie imprese. La colonna di mezzo, la struttura delle popolari, è sottoposta ad una mutazione genetica che avvolge suo malgrado i territori su cui insisteva. E il territorio resta una risorsa preziosa, è nell’Italia di mezzo, nel capitalismo familiare di matrice locale che è stato costruito il successo industriale del nostro Paese. È stata eretta la ricchezza di una borghesia provinciale che è riuscita in alcuni casi a spezzare i confini e a guadagnarsi ribalte non più regionali. “Chiunque percorra l’autostrada A4 presso Bergamo può vederne un esempio virtuoso tra il Chilometro Rosso, lo stabilimento Dalmine, la nuova fiera cittadina e l’aeroporto di Orio al Serio: una filiera che senza il supporto di Ubi sarebbe stato difficile formare” scrivo Greco e Vanni nel loro libro.

Sarà ancora possibile immaginare un simile sviluppo senza un credito di natura territoriale? No, ecco perché una risposta va trovata. Il Guardian otto mesi già leggeva nel declino della banca di territorio un rischio sistemico per il nostro paese. Il titolo era Vicenza: dark heart of Italy’s banking crisis. E affermava che il crollo della Bpvi, dove i risparmiatori locali hanno perso tutto, e le sue conseguenze rischiano di danneggiare tutta l’Italia e la zona euro. Un orizzonte che fa a pugni nel reportage quasi cinematografico del quotidiano britannico, dove si dipinge l’elegante provincia industriale e il suo armamentario di belle auto e raffinate signore che passeggiano all’ora dell’aperitivo. Accurato, ricco e inconsapevole capitalismo di provincia che non può dissolversi insieme alle ex banche popolari in un fade out.

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