Blair, Zapatero, Obama e ora Macron: la sinistra Zelig ha trovato un nuovo idolo da imitare

A quanto pare la sinistra per avere un'identità deve imitare qualcuno. Sintomo di un provincialismo culturale davvero allarmante, e di un vuoti di idee che non fa ben sperare

Macron
26 Aprile Apr 2017 0930 26 aprile 2017 26 Aprile 2017 - 09:30

Ora tocca a Macron, al patriottismo europeo, alle bandiere europee nel corteo del 25 aprile, ma in principio fu l’effetto Blair, poi Zapatero, poi Obama: prendere la vittoria di un politico straniero e farne immediatamente il modello di una leadership vincente, da importare in Italia quanto prima. A sinistra, questo giochino piace tantissimo. Quando il giovane Tony vinse le sue prime elezioni nel Regno Unito, era il 1997, fu D’Alema che cercò di farne il remake italiano, con la Cosa 2, che tanto assomigliava al New Labour, con la task force dei Lothar di Palazzo Chigi - Rondolino, Velardi, Minniti - che tanto faceva Mandelson-Campbell-Giddens, con la rosa del socialismo europeo - ma anche del Labour - che sostituiva la falce e il martello nel simbolo dei Democratici di Sinistra. Tutto simbolico, ovviamente. Per dire, di rompere il legame con la Cgil come Blair fece con le Trade Union britanniche, nemmeno per sogno.

Andò avanti per anni, il blairismo alle vongole, perlomeno fino a che il buon Tony non finì per impantanarsi nelle sabbie della guerra in Iraq e, peggio ancora, in quelle della Costa Smeralda, ospite di un Silvio Berlusconi in bandana, fresco di intervento tricologico e all’apice del suo potere. Da quel momento, era il 2003, Blair perse tutto il suo fascino. E divenne l’emblema della sinistra che per vincere diventa uguale alla destra.

Al suo posto, assurse a nuovo idolo il giovane premier spagnolo José Luis Zapatero. Uno che aveva vinto le elezioni causa suicidio politico del popolare Aznar, che a pochi giorni dal voto gestì malissimo l’attribuzione degli attentati di Al Qaeda alla stazione di Atocha, puntando il dito contro i separatisti baschi. Tant’è, il buon Zapatero, una volta al potere, diventa il vessillo del laicismo di sinistra. Sì ai divorzio breve, sì ai matrimoni gay, sì all’uso delle staminali nella ricerca scientifica, fine dell’obbligo dell’insegnamento della religione cattolica a scuola.

E non è un caso, forse, che Renzi si rimetta in gioco, pochi mesi dopo, coniando un nuovo slogan: in cammino. Curiosamente, la traduzione letterale di En Marche, il movimento fondato da Emmanuel Macron

Viva Zapatero, insomma, come da fortunato titolo di un film di Sabina Guzzanti: la sinistra vincente che non si piegava ai diktat e alle ingerenze della Chiesa. Oddio, la sinistra italiana ci prova pure, negli anni a venire, ma non riesce a portare a casa nemmeno un barlume di unioni civili, né tantomeno a vincere il referendum sulla procreazione assistita. Però la laicità diventa il vessillo con cui squassare il governo dell’Unione di Romano Prodi - fondato, povero lui, sulla riedizione del compromesso storico tra laici e cattolici -, e soprattutto un insperato regalo a Berlusconi, che approfitta del suicidio del centro sinistra, fa il pieno di voti confessionali e si prepara a tornare in pompa magna a Palazzo Chigi.

Poco importa, però. Perché la sinistra italiana si consola con un altra grande vittoria estera. Quella di Barack Obama negli Stati Uniti. simbolo del cambiamento e dei giovani outsider che battono l’establishment. Il primo a far proprio il messaggio di Barack da Chicago è ovviamente l’americano a Roma Walter Veltroni, che addirittura ne traduce l’iconico slogan elettorale - Yes We Can diventa Si Può Fare, e va beh. Purtroppo per Veltroni il risultato elettorale non è il medesimo, visto che Berlusconi vince le elezioni con percentuali bulgare.

Obama, però, rimane in carica otto anni. E la sua sfida diventa paradigmatica anche per altri. Matteo Renzi, ad esempio, che sulla sfida delle primarie costruisce la sua leadership. Una volta al governo, arriva persino a chiamare Jobs Act - come fece Obama per una sua legge sulle startup - la sua riforma del lavoro. È obamiano in tutto, Matteo nostro, pure nella sconfitta. Che arriva, puntuale, al referendum del 4 dicembre, poche settimane dopo la vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane.

E non è un caso, forse, che Renzi si rimetta in gioco, pochi mesi dopo, coniando un nuovo slogan: in cammino. Curiosamente, la traduzione letterale di En Marche, il movimento fondato da Emmanuel Macron. Uno che ha lasciato il Partito Socialista, che è convinto che l’Unione Europea sia la soluzione e non il problema, che in Francia vada fatta una spending review da 60 miliardi. Roba tosta. Andrà a finire che gli toccherà cercarsi una donna più agée di loro, ai macroniani di casa nostra. O sperare in Martin Schultz. In fondo manca poco, alle elezioni tedesche.

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