Renzo Rubino, Ilaria Porceddu e Giulia Anania: tre album salvifici per la musica d'autore italiana

Una dichiarazione d'amore alla bella musica, i tre autori sono riusciti a misurarsi al Festival di Sanremo e in altri talent con una musica che sa di passato, ma che rinnova finalmente il suo linguaggio avvicinandosi al contemporaneo

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26 Aprile Apr 2017 1421 26 aprile 2017 26 Aprile 2017 - 14:21

Sono tempi grami. Ci aggiriamo tra le rovine, e non parlo ovviamente solo di musica, in cerca di un refolo di vita, di un lumicino tenuto sotto il moccio, di una speranza. Ma di speranza, in giro, ce n'è poca, non per colpa di un destino avverso, ma per nostra stessa mano.

Poi, però, ti capita di inciampare sulla bellezza, tenuta colpevolmente lì, sotto traccia, e con la stessa savonaroliana voce con cui si grida all'imminente fine del mondo è giusto, un dovere morale, farlo sapere al mondo.

Questo sta per accadere qui. Quello che state leggendo è una dichiarazione d'amore, per la vita, ovviamente, e per la bella musica che la rende ancora possibile, la vita.

Tre album sono infatti da poco arrivati sui metaforici scaffali, oscurati agli occhi dei più dalla merda che ci circonda. Tra album che, lo si scriva e lo si legga con voce tonante, sono la quintessenza della bellezza. Musica leggera, certo, forse, ma musica pesante, fossatianamente parlando. Tre album che intendono, con successo, portare avanti un'idea di musica d'autore, usando tutti gli strumenti che la musica d'autore richiede, melodie, armonie, suoni, arrangiamenti, parole, belle parole, parole non comuni. Perché una cosa è certa, in un'epoca grama come questa, con un lessico musicale e lirico fatto di quattro note e venti parole, sempre quelle, le note e le parole, tutto appiattito, omogeneizzato, omologato, trovare chi si inerpica su territori scoscesi, chiedendoci, a ragione, di seguirlo, di fidarci, di affidarci, è persona non solo degna di nota, ma di lode.

Questi tre autori, tutti giovani, tutti talentuosi, tutti baciati da un talento non comune, oggi, tra le rovine di cui sopra, hanno deciso di assumere posa plastica, mostrare i muscoli, guardare dritto in camera. E l'hanno fatto scrivendo e cantando canzoni che hanno nella scrittura prima ancora che nell'interpretazione il loro valore aggiunto

Qualcuno, a questo punto, potrebbe dire, sì, ok, ma le cinque w del giornalismo americano? Siamo già a qualche minuto di lettura e ancora non hai iniziato il tuo articolo, ti sei perso nella premessa.

Uomo/donna di poca fede, la recensione, anzi, le recensioni di questi tre album sono già iniziate da tempo, sin dalla prima riga. Quello che stai leggendo è la tripla recensione di Il gelato dopo il mare di Renzo Rubino, di Di questo parlo io di Ilaria Porceddu, di Come l'oro di Giulia Anania, la mascherina con l'ossigeno mentre l'aereo precipita, la puntura di adrenalina piantata nel cuore mentre stiamo infartuando, la luce nascosta sotto il moccio di evangelica memoria.

Tanta bellezza va raccontata, e la stiamo già racontando.

Perché questi tre autori, tutti giovani, tutti talentuosi, tutti baciati da un talento non comune, oggi, tra le rovine di cui sopra, hanno deciso di assumere posa plastica, mostrare i muscoli, guardare dritto in camera. E l'hanno fatto scrivendo e cantando canzoni che hanno nella scrittura prima ancora che nell'interpretazione il loro valore aggiunto. Uno dice, grazie al cazzo, se non si parte dalla scrittura come mai si può ambire al bello? Vero, ma viviamo in epoca grama, ripeto, e in epoca in cui si parla di interpreti come fossero la sola salvezza, seppur in un contesto di anaffettività dilaniante, disarmante. Le canzoni che girano intorno sono piatte, perché piatte sono le interpretazioni, e viceversa. Così non è per i brani composti e interpretati da questi tre artisti, tre artisti con percorsi assai diversi tra loro, per storia e percorso, ma comuni negli intenti, e sicuramente comuni nel risultato salvifico.

Scorporiamoli, però, per rispetto nella loro diversità di artisti con una cifra molto personale, perché la bellezza è bellezza, ma la bellezza è bellezza anche e soprattutto nelle sue sfumature, nelle sue differenze, nei suoi dettagli.

Iniziamo da Renzo Rubino, senza alcuna cavalleria. Arrivato a distanza di tre anni dal suo ultimo lavoro, presentato con successo in un contesto poco consono, per lui, come il Festival di Sanremo, ecco che il cantautore pugliese torna sulle scene con un album, Il gelato dopo il mare, che è un concentrato di poetica rubiniana tirata verso l'alto. Canzoni che profumano di passato, rispettoso e postmodernamente reso attuale. Ascolti dodici tracce (tredici con quella fantasma) di Il gelato dopo il mare e senti profumo forte di Domenico Modugno, di Lucio Dalla, ma del Dalla di Roversi, più che di quello recente, di Bindi e Paolo Conte. Musica spessa, la sua, con parole desuete, come è desueta la parola desueta. Anticipato dall'auspicabile tormentone La La La, questo lavoro ha la potenza dei classici, con una cifra, quella dell'autore, che fa venire in mente anche il primo Vinicio Capossela, e se si continua a percorrere la scorciatoia dei paragoni è solo perché, grazie a Rubino e grazie al lavoro di produzione del gigantesco Taketo Gohara, le canzoni di questo lavoro sono irraccontabili, tanto suonano originali e senza tempo. Prendete La vita affidata all'oroscopo della Gazzetta, o un brano immenso come Giungla, o struggente come Ridere, ascoltatele e rimarrete senza fiato. Poi sentitevi Il segno della croce, e ascenderete direttamente al cielo, in estasi mistica. Considerando la giovane età dell'artista in questione, poi, viene davvero da alzare il capo, guardare al futuro senza più paura. Un disco, mai parola è stata più giusta, nel suo essere vintage, suonato dalla prima all'ultima nota, scritto dalla prima all'ultima parola. Se uno dovesse pensare a un'idea di musica d'autore, oggi, ecco, dovrebbe per forza passare di qui.

Storie raccontante con un lessico colto, importante, poetico, e appoggiate su melodie e armonie, come oggi non si usa quasi più. Prendete proprio Tabula rasa, brano che mi dava il là per la citazione, un brano in cui Ilaria racconta di amore e di sesso, di corpi corpi, descritti poeticamente, ma comunque descritti

Come dovrebbe, deve, per forza passare da Di questo parlio io, album di Ilaria Porceddu. Di lei si è già scritto in queste lande, come raro, rarissimo esempio di talento immenso passato suo malgrado da un talent, e che di quel talent ha dovuto fare, citiamola, Tabula rasa per potersi mostrare al mondo nella sua nuda quintessenza. Ecco, Di questo parlo io è un album con il quale chi guarda alla musica d'autore con fame, più che con mera curiosità, deve fare i conti. Perché Ilaria Porceddu, voce importante, empatica e tecnicamente impeccabile, vira consistentemente verso una scrittura alta, colta, pop, nell'accezione più nobile del termine, ma che tende a confrontarsi coi classici più che coi contemporanei, sempre rimanendo, come non potrebbe che essere, odierna. Storie di donne, prevalentemente, quelle raccontate da Ilaria, la sua e di altre donne. Storie raccontante con un lessico colto, importante, poetico, e appoggiate su melodie e armonie, come oggi non si usa quasi più. Prendete proprio Tabula rasa, brano che mi dava il là per la citazione, un brano in cui Ilaria racconta di amore e di sesso, di corpi corpi, descritti poeticamente, ma comunque descritti. Prendete Sas arvueres, brano in cui la lingua sarda sostituisce l'italiano, prendete la deandreiana, nelle intenzioni e nei fatti, Eva si fa fare, prendete la familiare Lisa, la sghembamente pop Tu non hai capito, con Max Gazzè, il singolo Sette cose, alto e pop al tempo stesso. Tutte canzoni in cui Ilaria azzarda, complice un team di valore che l'ha accompagnata, una via adulta al cantautorato femminile, laddove, erroneamente, per molti questo percorso è ad appannaggio di personaggi esclusivamente pop come Levante. Di questo parlo io è un lavoro importante, per Ilaria e per noi, da spammare e conservare come si fa con gli oggetti cui si tiene anche sentimentalmente. Un album da amare fisicamente, altro che ascoltare le canzoni col cuore.

Terzo album di questa covata è Come l'oro di Giulia Anania. Giulia si è messa in evidenza, negli ultimi anni, come autrice conto terzi di hit. Ultima della lunga serie, per ora, Tu fatti bella per te, di Paola Turci, canzone presentata dalla cantautrice romana all'ultimo Festival di Sanremo. Una scrittura, quella che Giulia ha messo a disposizione di altri artisti, decisamente votata alla melodia, ma supportata da testi letterariamente interessanti, perché attenti alla letteratura, nel senso più pertinente del termine. Ecco, si dice spesso, anche a sproposito, che i testi delle canzoni sono poesia, o sono letteratura. Nel caso di Giulia Anania l'affermazione è più che sensata, arrivando lei da quel mondo, e prestando lei, è evidente, alla scrittura una attenzione particolare. I brani di Come l'oro, che alternano canzoni a reading di poesie metropolitane, non so se la definizione è giusta, ma tant'è, sono l'applicazione perfetta di questa regola. Supportata, notevole valore aggiunto, da una voce romana, graffiante e vivida, che regala al tutto un colore che evidenzia sia le melodie che le parole. Come l'oro, brano eponimo, come Se ti ho mancato amore, sono due gemme pop che meriterebbero le luci della ribalta, vera bellezza (la romanità della scrittura di Giulia, che anche nell'ultimo lavoro di Paola Turci trova una sua forma perfetta, dimostra traccia dopo traccia come sia lì, in quella romanità, la nostra migliore matrice musicale), come anche Dove vanno gli amori quando finiscono, con quei suoni anni Ottanta e quell'apertura melodica d'altri tempi. Ecco, essere d'altri tempi è una caratteristica di tutti questi lavori, seppur in una chiave di lettura molto contemporanea, di come l'oggi intende il guardare al passato, masticandolo e metabolizzandolo. Prova ne sia il singolo di lancio Roma Bombay, il perfetto brano glocal in tempi di glocalizzazione, canto alla resilienza degli altri, ma anche alla nostra.

Segnatevi questi tre nomi: Renzo Rubino, Ilaria Porceddu, Giulia Anania. Sono loro i John Connor che salveranno l'umanità dall'olocausto delle macchine. E noi, come Sarah Connor dobbiamo fare di tutto per difenderli, si fotta Arnold Schwarzenegger.

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