C’è ancora un modo per far saltare la Brexit: battere la May alle elezioni

Perché gli europeisti britannici anziché accusare la premier di opportunismo non provano a batterla alle elezioni? In fondo Theresa May ha davvero offerto loro la possibilità di un referendum bis. Eppure i Remainer preferiscono lamentarsi anziché combattere. Come se avessero paura della democrazia

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REBECCA NADEN / POOL / AFP

27 Aprile Apr 2017 1000 27 aprile 2017 27 Aprile 2017 - 10:00

“Uno spettro si aggira per l’Europa”. Stavolta però non è, come nel Manifesto scritto cent’anni fa da Marx ed Engels il fantasma del comunismo, bensì quel che rimane della democrazia. La diffidenza sempre più forte nei confronti di quello che dovrebbe essere un valore fondante dell’Occidente, appare inquietare sempre di più i giusti sonni di molti che sono per l’Europa. Per rendersene conto, basta osservare la reazione da parte di tanti di quelli che nel Regno Unito si oppongono alla Brexit di fronte alla decisione di Theresa May di chiedere al Parlamento un’elezione politica generale. Le accuse sono molteplici. E sono pochi quelli che, invece, pensano alla cosa più ovvia: provare a vincere le elezioni.

Il Primo Ministro sarebbe cinica perché vuole rafforzare la propria posizione in un momento di disorganizzazione delle opposizioni, che oggi come oggi le varrebbe un vantaggio di venti punti nei sondaggi. O ancora, per eliminare sia gli scettici dell’uscita dall’Unione Europea, sia i suoi fanatici. Giocherebbe sulla pelle degli elettori per guadagnarsi due anni di potere in più che verrebbero resi incerti se aspettasse tra tre anni il compimento della Brexit e i suoi esiti funesti. Ma, soprattutto, oserebbe chiedere, la perfida May, per l’ennesima volta al popolo di decidere su questioni complesse su cui si gioca il proprio futuro.

Ora, chi scrive è profondamente convinto che il Regno Unito deve (se ce ne fosse la possibilità) rimanere nell’Unione: soprattutto perché l’Unione ha bisogno della visione e del pragmatismo dei britannici, del loro feroce essere democratici per cambiare profondamente. Non c’è alternativa all’Unione Europea. Il cui peccato originale è quello di dipendere da Stati - Nazione di cui dovrebbe essere l’evoluzione.

Theresa May non è la perfida albione, né una specie di Crudelia De Mon decisa a disporre di 101 cagnolini incapaci di organizzare una qualsiasi “carica”. È un politico che sta facendo il proprio mestiere. Sufficientemente bene considerando l’enorme patata bollente che gli ha passato David Cameron e che hanno scansato tutti gli apostoli della Brexit, da Farage a Gove passando per Boris Johnson. Che ha pensato di consolidare il potere facendo ricorso a uno strumento del tutto legittimo. Che si sta prendendo, comunque, un rischio perché in democrazia non c’è nulla di certo e, di questi tempi, in due mesi, si può ribaltare qualsiasi sondaggio. E non è colpa sua se l’opposizione è a pezzi o se il Labour ha scelto (anche in questo caso attraverso non una ma due consultazioni interne degli iscritti) una sciagura come Jeremy Corbyn.

Theresa May non è la perfida albione, né una specie di Crudelia De Mon decisa a disporre di 101 cagnolini incapaci di organizzare una qualsiasi “carica”. È un politico che sta facendo il proprio mestiere. Sufficientemente bene considerando l’enorme patata bollente che gli ha passato David Cameron e che hanno scansato tutti gli apostoli della Brexit

In realtà, prima della mossa della May, la Brexit aveva un enorme problema e ai Remainer non restava che disperazione. Il problema della Brexit era, manco a farlo apposta, di democrazia. Con il 51% dei voti, il Regno Unito si ritrovava di fronte ad uno scenario drammatico - in questi mesi ci stiamo rendendo conto che una Brexit non può che essere hard - che avrebbero richiesto maggioranze molto più qualificate. Ai Remainer non restava, però, che rassegnazione perché la formale attivazione dell’articolo 50 era il punto di non ritorno.

E invece ora c’è una possibilità. Di cambiare il risultato di una partita oltre i tempi supplementari. Possibilità remota, ma che esiste se è vero che sarebbe bastato per rovesciare l’esito del referendum di Giugno che i più giovani, in maggioranza schiacciante contro l’uscita, fossero andati a votare come i più anziani; che i cittadini inglesi residenti all’estero (1,2 milioni solo in Europa) sono tutti per rimanere e che, stavolta, potranno votare; che molti si sono pentiti; e che il 48% è ancora convinto della sua scelta europea. Basterebbe - si fa per dire -che laburisti, liberali, verdi e conservatori europeisti (come Major) decidessero di presentare un solo candidato per seggio. Basterebbe una massiccia mobilitazione della base per convincere Jeremy Corbyn ad accettare questa strategia. Basterebbe, in ogni modo possibile, che la May perdesse le elezioni. DI fronte alla sconfitta del proprio interlocutore anche i burocrati europei dovrebbero riconoscere che in politica non c’è nulla di irreversibile.

Ed invece gli eroici europeisti della City hanno, per il momento, reagito lamentando - loro! - la manipolazione della verità fatta dai giornali e dai poteri forti. Come quelle squadre che si lamentano dell’arbitro ancora prima di scendere in campo. Piuttosto, dovrebbero prendere esempio da quella metà di cittadini turchi che hanno sfidato una dittatura nascente rischiando la galera. Soli, mentre l’Europa meditava prudente le proprie reazioni. Molti di quelli che dovrebbero difendere la società aperta e l’Europa hanno deciso che è minacciata dalla democrazia. Ed è questo strisciante tradimento dei nostri valori fondanti, il nostro peggior nemico.

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