Renzi, Orlando, Emiliano, le primarie dei poster e dei Duran Duran

Il dibattito tra i tre candidati alla segreteria del Pd si arena parlando di poster nelle camerette. Mentre è sempre più chiaro che le primarie NON servono a determinare un vincitore

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27 Aprile Apr 2017 0732 27 aprile 2017 27 Aprile 2017 - 07:32

Fa quasi tenerezza un dibattito tra leader nel quale l’argomento-clou diventa quello delle camerette (“Che poster avevi attaccato a 15 anni?”) e la differenza politica si misura tra i manifesti di Enrico Berlinguer e di Salvator Allende (nella stanza di Orlando) e quelli di Roberto Baggio e Bob Kennedy (sopra il lettino di Matteo Renzi). E però era in qualche modo scontato. Senza una gara di carne e di sangue, senza il duello per una segreteria contendibile, con la vittoria di Renzi pressoché sicura e la sola incognita delle percentuali e dell’affluenza al voto, il dibattito tra i candidati alla segreteria del Pd diventa appunto quello visto ieri sera su Sky: una questione di sfumature, di toni, con gli sfidanti troppo simili a sparring partner e il campione fin troppo attento a non colpire più duro del necessario.

Immaginate Massimo D’Alema al posto di Emiliano o di Orlando. E figuratevi quel che sarebbe venuto fuori da un duello televisivo così. Ma D’Alema se ne è andato, e l’opposizione interna di oggi non può e non vuole oltrepassare il segno che divide una civile critica interna da una guerra intestina.
Tutti sanno che queste primarie non servono a determinare un vincitore, che già c’è, ma a quotare il peso della sua vittoria e quello degli altri in vista dei futuri equilibri delle liste elettorali e poi del governo. Quindi, lo slogan che va bene per tutti è: lotta normale senza farsi male. Il celebrato “modello Sky” ci ha messo il resto, con una gelida spartizione di tempi e inquadrature, appena incasinata dalla mosca che compare all’improvviso sul colletto della camicia di Renzi.

​Tutti sanno che queste primarie non servono a determinare un vincitore, che già c’è, ma a quotare il peso della sua vittoria e quello degli altri in vista dei futuri equilibri delle liste elettorali e poi del governo

E comunque, qualcosa di interessante dalla discussione è uscito. Sappiamo ora dove Renzi piazza l’asticella per dire “ho vinto”: piuttosto in basso, a quota un milione di partecipanti al voto - la metà di quelli delle primarie 2013 – con mezzo milione “più una” preferenza per lui. Sappiamo che non esclude un governo di coalizione con Berlusconi. Sappiamo, dalla tiepidezza con cui si è pronunciato sulla legge elettorale, che difficilmente alzerà un dito per modificare il proporzionale. Sono notizie in gran parte già lette nei retroscena ma adesso in qualche modo “ufficializzate”.

Il dibattito ci ha detto indirettamente anche altre cose sull’identità di questo Pd post-scissione, e sul ventaglio di opzioni che cerca di tenere insieme: il populismo vagamente apolitico di Michele Emiliano (Gigi Riva nella sua cameretta da adolescente), la tradizione incarnata da Orlando e la capacità manovriera di Matteo Renzi, che nella risposta sulle armi e la legittima difesa è sembrato persino strizzare l’occhio alla Lega, con l’invito alla maggioranza a correggere la legge per “mettersi in sintonia con i cittadini”. È un arco politico piuttosto vasto, che in campo economico comprende tutte le sfumature dalla patrimoniale (Orlando) alla battaglia contro il fiscal compact (Renzi) passando per la Web Tax (Emiliano). Ed è evidente la speranza che questo supermarket progettuale consenta di allargare le prospettive elettorali e di tappare i buchi aperti dalla scissione e dalla probabile nascita di un listone a sinistra del Pd.

È “il grande festival della democrazia”, ha detto Matteo Renzi nell’appello conclusivo per invitare gli elettori al voto. Ma nella sua cautela e nel riguardo verso gli avversari era visibile un’insolita insicurezza, forse addirittura una paura: che la gufata di Orlando – “Si possono stravincere i congressi e straperdere le elezioni” – possa rivelarsi una profezia, che queste primarie col vincitore scontato possano essere una replica del 2013. Al ballottaggio di allora, era Bersani il favorito assoluto. Come da previsioni, surclassò il “debuttante” e minoritario Renzi con un sonoro 60/40. Poi partì in quarta per la campagna elettorale, la famosa campagna per “smacchiare il giaguaro”, e sappiamo tutti come è andata a finire…

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