Sempre meno, sempre più in rosso: per i confidi va sempre peggio

Liquidazioni e margini in picchiata: è nero il quadro per il settore fotografato dallo studio “I confidi in Italia”. Colpa del credit crunch ma ancor più della concorrenza delle banche che si appoggiano al Fondo centrale di garanzia. La cui riforma è però in dirittura d’arrivo

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(stevepb / Pixabay)

28 Aprile Apr 2017 1420 28 aprile 2017 28 Aprile 2017 - 14:20
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Crisi, preoccupazione, difficoltà, sofferenza. Ad accompagnare il mare di numeri dell’edizione 2017 dello studio “I Confidi in Italia”, si trovano queste parole, praticamente una per paragrafo. Non è certo un bel momento per i consorzi che agevolano il credito alle piccole e medie imprese. Già il rapporto dello scorso anno, che si riferiva ai bilanci 2014, era stato particolarmente allarmato nel sottolineare i problemi in corso: coefficienti patrimoniali in calo, sofferenze in salita, margini e redditività in picchiata. Quello di quest’anno racconta di indicatori peggiorati ulteriormente e non di poco. Un paio di dati su tutti, tratti dal lavoro che come ogni anno è svolto dal Comitato Torino Finanza, presso la Camera di commercio di Torino. «Nel 2015 i confidi che hanno prodotto margine negativo sono pari al 71% del campione contro il 63% del 2014 - si legge -. In termini di dinamiche dei singoli confidi si conferma il trend in peggioramento: la maggior parte dei confidi del campione (73% pari a 30 confidi su 41) ha peggiorato il proprio risultato operativo rispetto al 2014». Tutto questo è preoccupante, non solo perché la maggioranza dei consorzi italiani non è in grado di generare ricavi da core business sufficienti per coprire i costi operativi. Ma anche perché il calcolo del margine operativo non tiene conto della voce di costo più rilevante per i confidi, ovvero il costo della gestione del rischio. Scende anche il margine di interesse, in calo per tutti i confidi presi in esame dallo studio.

Tutto questo ha effetti notevoli nel panorama dei consorzi di garanzia: sono meno e spesso sono fantasma. O, per essere più tecnici, inattivi. Degli oltre 400 presenti nel cosiddetto elenco dei confidi minori, ben un terzo è da considerarsi inattivo (cioè o dichiarati tali dal fascicolo storico o con numeri tanto esigui da non dimostrare una vera attività) e solo la metà pienamente attivo, cioè con i prospetti contabili degli ultimi due anni. Tra gli inattivi, quasi la metà è in liquidazione. C’entrano anche le fusioni tra consorzi, il che è un fatto spesso positivo (gli effetti non si vedono ancora nei bilanci 2015), ma se si va a guardare in profondità, questi merger hanno coinvolto soprattutto i confidi maggiori, quelli vigilati da Banca d’Italia, mentre il grosso dei tanti soggetti minori non è stato interessato.

Già il rapporto dello scorso anno era stato particolarmente allarmato nel sottolineare i problemi in corso: coefficienti patrimoniali in calo, sofferenze in salita, margini e redditività in picchiata. Quello di quest’anno racconta di indicatori peggiorati ulteriormente e non di poco

Tutto questo va di pari passo a un tracollo dello stock di garanzie complessivamente erogate dalle due categorie di confidi. In un solo anno è sceso di quasi un terzo (da 13 a 10,5 miliardi di euro). Ma il confronto più impressionante è con il 2011, quando lo stock erogato era più del doppio dell’attuale (21,6 miliardi). Il calo c’è stato soprattutto per le strutture del Nord, dove ci sono state liquidazioni clamorose, come quella di Eurofidi, a Torino (a cui Linkiesta ha dedicato un’analisi ad hoc) e Interfidicom, a Milano. In quei casi ci furono operazioni commercialmente aggressive (in particolare, per Eurofidi, una garanzia a prima richiesta: se qualcosa fosse andato storto, sarebbe stato il consorzio a mettere i soldi) e il macigno delle garanzie invalide, quelle che hanno dei vizi di forma. Oltre a condotte su cui sono in corso indagini della magistratura e di Banca d’Italia. Ci sono però dei casi di crisi più ordinaria. Come quello di Neafidi, società con sede a Vicenza e attiva nel Nord-Est. Il decremento di garanzie erogate, si legge nell’Osservatorio, nel triennio si presenta superiore al 25 per cento ed è «imputabile, secondo la società, alle dinamiche di mercato legate alla stagnazione degli investimenti produttivi e al maggior ricorso delle banche al fondo di garanzie centrale, oltre che alla scelta della società di non modificare la propria policy nell’assunzione di rischi».

Questo caso racconta quel che sta succedendo a queste realtà che per 50 anni hanno portato ossigeno, attraverso un sistema di garanzie mutualistico, a soggetti che in caso contrario non ne avrebbero avuto. Le dinamiche sono diverse. La più macroscopica è la crisi dilagante che si ripercuote nella solvibilità delle imprese. Ma c’è un fatto più specifico, relativo al rapporto banche-confidi. Fino a qualche anno fa le banche si appoggiavano di regola ai confidi per la garanzia di ultima istanza. La novità degli ultimi anni è che gli istituti di credito non chiedono più la garanzia del confidi, grazie alla possibilità di accedere direttamente al Fondo Centrale di Garanzia per le piccole e medie imprese istituito presso il ministero dello Sviluppo economico.

C’è stato un tracollo dello stock di garanzie complessivamente erogate: nel 2015 era la metà del 2011, con un calo di oltre 10 miliardi di euro

Pesa inoltre sul sistema dei consorzi di garanzia, spiega una nota del Comitato Torino Finanza, l’imposizione di “volumi minimi” da parte della Banca d’Italia: deriva da questo la diminuzione del numero dei consorzi di garanzia, seguita al processo di aggregazione volto alla creazione di soggetti che rispettino i 150 milioni di volume e rafforzino la propria presenza sul mercato.

Il punto chiave del dibattito rimane però il fatto che le banche possano accedere direttamente al Fondo Centrale di Garanzia. Per capire perché l’effetto è stato pesante, bisogna tenere a mente un fatto: da qualche anno gli istituti di credito possono accedere a condizioni favorevoli al fondo di garanzia. Hanno goduto, in altre parole, della possibilità poter mettere zero euro di capitale a copertura di quei crediti, e avere la vita più facile nei passaggi dei vari stress test della Bce. La denuncia dei confidi è doppia: le banche si sarebbero servite del fondo per fare credito a chi lo avrebbe ottenuto comunque. E, come conseguenza di tutto questo meccanismo, i confidi sono finiti per diventare dei “bidoni della spazzatura”. O, per dirla meglio, dei meri contenitori in cui vengono trasferite le posizioni più critiche per le banche.

La buona notizia, per il mondo dei confidi, è che è in dirittura di arrivo una riforma del Fondo Centrale di Garanzia, proprio per evitare queste distorsioni. Era stato il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, lo scorso settembre, a dire in modo netto: «Io non voglio che il fondo serva a fare regali alle banche». Il nuovo fondo assegnerà una garanzia percentualmente minore alle imprese con rating alto, quelle che avrebbero comunque i finanziamenti.

La denuncia dei confidi è doppia: le banche si sarebbero servite del fondo per fare credito a chi lo avrebbe ottenuto comunque. E, come conseguenza di tutto questo meccanismo, i confidi sono finiti per diventare dei “bidoni della spazzatura”

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