In Stazione Centrale a Milano non è successo nulla. Ed è proprio questo il problema

Zero denunce e zero arresti, nel “blitz muscolare” contro i migranti in piazza Duca d’Aosta. Solo un po’ di scena, per rispondere all’opinione pubblica. Ma non è così che si disinnesca una bomba sociale

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MIGUEL MEDINA / AFP

3 Maggio Mag 2017 1026 03 maggio 2017 3 Maggio 2017 - 10:26

Scena uno, dieci giorni fa: Kante Mamadou, 27 anni, senegalese, si avvicina a due militari che stanno pattugliando piazza Duca d’Aosta, antistante la stazione centrale di Milano. Piazza che è diventata bivacco, ormai da qualche mese, di profughi e richiedenti asilo che vogliono raggiungere il nord Europa e che non trovano spazio nelle altre strutture cittadine a loro dedicate. Un posto brutto, degradato, pericoloso, nel bel mezzo della città, di fronte alla sua porta principale.

Kante dice di aver chiesto semplicemente un'informazione. I militari invece raccontano che ha inveito contro di loro, che gli ha detto fascisti di merda, che gli ha toccato il mitra, che è scappato dall’automobile in cui l’avevano fatto accomodare per identificarlo. Sia quel che sia, ne esce un parapiglia: un centinaio di migranti accerchia i soldati, li insulta, gli lancia addosso degli oggetti, di fronte agli occhi dei viaggiatori e dei turisti che entrano ed escono dalla Stazione.

La scena due, ieri pomeriggio, è stata la risposta delle forze dell’ordine. Che hanno circondato la stazione coi blindati e gli elicotteri, hanno identificato circa centocinquanta migranti, ne hanno portati in Questura una cinquantina e, a quanto risulta dalle cronache di oggi, non ci sono stati né arresti, né denunce. Al contrario, quattro richiedenti asilo che hanno scoperto - grazie al blitz - che l’iter della loro domanda si era concluso positivamente.

Questi i fatti, che per una volta vanno ribaditi e anteposte alle opinioni di chi già ieri, con l’operazione ancora in corso, parlava di rastrellamenti e di stato di polizia. O di chi, come Matteo Salvini, di un’operazione che aveva messo in galera delinquenti e spacciatori. Non è così, per fortuna e purtroppo: non siamo in uno stato di polizia e gli spacciatori se la sono svignata di corsa appena hanno sentito le sirene dei blindati.

Quel che rimane è la solita via spuria e all’italiana di gestire una bomba sociale come quella dell’immigrazione proveniente dal nord e dal centro Africa, pur in una delle città che questo problema l’ha affrontato meglio, come Milano. Una bomba sociale - lo diciamo chiaramente - che meriterebbe tutt’altra attenzione rispetto alla superficialità di chi pensa che l’immigrazione non sia un problema. O di chi pensa che lo sia, ma che per risolverlo basti alzare un muro.

Questi i fatti, che per una volta vanno ribaditi e anteposte alle opinioni di chi già ieri, con l’operazione ancora in corso, parlava di rastrellamenti e di stato di polizia. O di chi, come Matteo Salvini, di un’operazione che aveva messo in galera delinquenti e spacciatori. Non è così, per fortuna e purtroppo: non siamo in uno stato di polizia e gli spacciatori se la sono svignata di corsa appena hanno sentito le sirene dei blindati

Sappiamo bene che non è così. Non esistono muri che possono fermare il travaso demografico tra un pezzo di mondo in cui la popolazione cresce di più e quello in cui cresce di meno, casualmente confinanti. Ed è altrettanto chiaro, però, che il modo in cui oggi stiamo gestendo questo travaso non prelude a nulla di buono.

Non ha senso - l’abbiamo scritto pochi giorni fa, nel pieno delle polemiche sulle parole del pm Zuccaro - abbandonare una missione come Mare Nostrum che prevedeva la ricerca e il salvataggio dei migranti sui barconi e poi lasciarlo fare come se niente fosse alle organizzazioni non governative, col risultato di far aumentare partenze, morti e sbarchi e di far diminuire il numero degli scafisti arrestati e delle barche-madri sequestrate. Se si sceglie la strada del puro presidio costiero, sia quella. Altrimenti si faccia search & rescue come si deve.

Non hanno senso i tempi biblici di identificazione dei migranti e di valutazione delle richieste d’asilo politico, che sono scesi certo, ma che nel 2016 si sono attestati su una media di 163 giorni, circa cinque mesi e mezzo. E non ha senso che su 39mila decreti di espulsione, siano stati rimpatriati solo 5.700 migranti.

Non ha senso che la localizzazione degli stessi, nell’attesa, sia affidata ad accordi tra prefetti, proprietari di immobili (spesso fatiscenti) e cooperative sociali (spesso improvvisate) col risultato di ingolfare comunità - piccole come Gorino, grandi come Milano - con quantità di profughi o presunti tali che non sono in grado di sopportare. Nè tantomeno che non esista una legge che imponga a ciascun Comune di farsi carico di una parte del problema proporzionale alle sue dimensioni.

Non ha senso, infine, che non esista una strategia complessiva di integrazione nel tessuto sociale italiano di queste persone - siano esse profughi o migranti economici - che coinvolga scuole, imprese, enti locali, imprese sociali, con una regia pubblica chiara e definita. Non ha senso che la politica si occupi di questi problemi solo e unicamente per aizzarli o per accusare di razzismo chiunque provi a dire che abbiamo un problema.

Perché il problema ce l’abbiamo, e negarlo non ci aiuterà a risolverlo. Perché in Stazione Centrale il bivacco ricomincerà, come prima più di prima. Perché la paura e la rabbia continueranno a montare assieme ai consensi di chi dà loro voce. Perché da qui in avanti ogni scintilla sarà buona per far divampare gli incendi. E da incendi come questi ci si esce a braccia tese, di solito.

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