Evasione fiscale, lavoro, migrazioni: ecco di cosa si dovrebbe parlare in campagna elettorale

Oggi come ieri, una cosa dovrebbe essere chiara a tutti: il mantenimento dello status quo ante è una prospettiva velleitaria. Così come negli anni Trenta del Novecento, l’unica scelta è fra la trasformazione o l’implosione del sistema liberale

Douglas Fairbanks At Third Liberty Loan Rally HD SN 99 02174
4 Maggio Mag 2017 0948 04 maggio 2017 4 Maggio 2017 - 09:48

Dinnanzi alla grandezza delle sfide che ci confrontano la piccolezza della politica che ci governa suona una triste, stridente nota di rinuncia. Stride il rifiuto delle élite di accettare la necessità di un profondo mutamento di un sistema palesemente ingiusto. Stride lo spettacolo di una sinistra indecisa se turarsi il naso o lavarsi le mani dinnanzi al pericolo del nuovo fascismo francese. Stride un dibattito pubblico totalmente avulso dalla realtà, un teatrino di personalità narcise e ignoranti, una savana in cui sciacalli si avventano per una manciata di voti sui corpi di chi muore in mare.

E tutto ciò stride ancora di più perché ci troviamo nel mezzo di una grande trasformazione che nessuno pare interessato a governare. Il mondo di oggi è già quello che Stefan Zweig chiamava il mondo di ieri. Le contrazioni del presente sono sotto gli occhi di tutti. A livello economico: stagnazione secolare, picco delle ineguaglianze, scomparsa della classe media e crisi della globalizzazione. A livello produttivo: robotizzazione, crisi ecologica, digitalizzazione. A livello politico: crisi della democrazia, disintegrazione dell’Unione europea, migrazioni di massa.

Non siamo speciali. I grandi cambiamenti hanno accompagnato tutta la storia della modernità europea. Nell’ultimo secolo alcuni momenti sono diventati simbolo di un cambio di paradigma. La grande recessione e il New Deal americano negli anni trenta, con la capacità di trasformare alla radice il capitalismo a briglia libera del laissez-faire, dei grandi monopoli e delle grandi ingiustizie. La seconda guerra mondiale e la sua risoluzione, con gli accordi di Bretton Woods, l’invenzione del welfare state e il patto fra capitale e lavoro. Momenti in cui il vecchio muore e il nuovo deve essere fatto nascere.

Oggi come ieri, una cosa dovrebbe essere chiara a tutti: il mantenimento dello status quo ante è una prospettiva velleitaria. Così come negli anni Trenta del Novecento, l’unica scelta è fra la trasformazione o l’implosione del sistema liberale. Non c’è più tempo da comprare al mercato delle promesse disattese.

Ci servono parole chiare sull’evasione fiscale. Perché se una compagnia come la Apple cumula 250 miliardi di profitti, e se questi sono anche derivanti dall’elusione permessa dal sistema dei paradisi fiscali, questo rappresenta un’ipoteca sul futuro di milioni di persone e un’illegalità paragonabile a quella dei grandi trust criminali contro cui si scagliavano i versi di Bertolt Brecht

Ci servono parole chiare sulla ridistribuzione di una ricchezza arrivata a proporzioni tanto folli quanto distruttive. Perché se 8 uomini cumulano un patrimonio pari a quello della metà più povera del mondo, questo non è solamente uno scandalo morale, ma anche un incredibile ostacolo allo sviluppo economico e sociale, come anche il Fondo Monetario Internazionale arriva ad ammettere.

Ci servono parole chiare sull’evasione fiscale. Perché se una compagnia come la Apple cumula 250 miliardi di profitti, e se questi sono anche derivanti dall’elusione permessa dal sistema dei paradisi fiscali - quattro dei quali presenti nell’Unione europea - questo rappresenta un’ipoteca sul futuro di milioni di persone e un’illegalità paragonabile a quella dei grandi trust criminali contro cui si scagliavano i versi di Bertolt Brecht.

Parole chiare sul futuro del lavoro. Perché era il 1930 quando Keynes predisse per i suoi nipoti - che saremmo noi - una settimana lavorativa di 15 ore. Senza arrivare a tanto, ridistribuire il lavoro farebbe crescere occupazione e produttività e diminuire inquinamento e ineguaglianze. E restituirebbe tempo libero alle persone. Perché si lavora per vivere, e si vive per essere liberi.

Parole chiare sulle migrazioni. Perché non basterà il coraggio e l’umanità di chi salva donne e uomini in mare se non saremo in grado di governare un sistema di migrazione legale, circolare, che razionalizzi una richiesta di mobilità che non saranno i muri di paglia o le urla razziste a fermare. E che può rappresentare una straordinaria risorsa per i nostri Paesi in piena crisi demografica.

Parole chiare sulla democrazia europea. Perché non reggerà un’Unione incentrata sulla paura, sul ricatto e sullo schiacciamento dei diritti. Non reggerà un’Unione imperniata su un ottuso metodo intergovernativo in cui 27 capi di stato, i primi responsabili delle politiche nefaste di questi anni, gettano il sasso e nascondono la mano. Ma senza Europa unita e democratica saremo staterelli alla deriva in balia del potente di turno, dei muscoli di Putin e dei tweet e dei tomahawk di Trump.

Parole chiare sulla trasformazione del nostro sistema produttivo, perché il susseguirsi di crisi quotidiane non può farci dimenticare la grande crisi ecologica che ci attende. Sul capitalismo monopolistico che va delineandosi nella Silicon Valley. Sull’automazione e sulla condivisione dei profitti derivanti dalla rivoluzione delle macchine.

Si potrebbe continuare. Ma senza eccedere. Perché non è più di un decalogo di grandi questioni quelle che dobbiamo risolvere, subito. Questioni di buon senso e di giustizia. Questioni sulle quali sarebbe possibile e doveroso raggruppare una maggioranza trasversale. E che dovrebbero essere al cuore della prossima campagna politica italiana. Perché sono questi i punti su cui si deciderà il nostro futuro. In un gioco dalla posta altissima e in cui non è più consentito di barare.

Potrebbe interessarti anche