Mario Coppola: "Giovani, all'estero non troverete la felicità"

L'autore del romanzo 'In cima al mondo, in fondo al cuore' racconta la sua prima esperienza all'estero nello studio dell'archistar Zaha Hadid di Londra. Ma al contrario di chi esorta i giovani italiani a scappare dall'Italia, lo scrittore chiede loro di tornare a casa, per essere felici

Mario Coppola
6 Maggio Mag 2017 0830 06 maggio 2017 6 Maggio 2017 - 08:30

Michelangelo è appena salito sullo Stansted Express, che porta dritto dall’aeroporto di Londra al cuore della city. Ha ventitré anni, di mestiere fa lo studente di architettura a Napoli, dove ha lasciato Giulia, la sua ragazza, i genitori e gli amici di una vita. Ma questo ora non conta perché il ragazzo, giovane e avventato, ha un obiettivo da raggiungere senza se e senza ma: entrare nello star system internazionale. È disposto a tutto pur di arrivare al successo e diventare come la sua musa Zaha Hadid, l’archistar irachena che ha cambiato l’immaginario collettivo con i suoi progetti rivoluzionari. Eppure proprio ora che si trova a un passo dalla meta, c’è qualcosa che sfugge e rimette in discussione i suoi programmi, lavorativi e personali, in un continuo altalenare tra eccitazione e smarrimento, tipici di chi arriva a compiere per la prima volta un salto nel vuoto.

«Sono partito a Londra dieci anni fa, poi ho fatto anche altri viaggi, ma quella è stata la mia prima volta all’estero. Non avevo nessuna intenzione di tornare, sono partito proprio con l’idea di andarmene definitivamente». Così Mario Coppola, classe 1984, architetto, designer e professore di composizione architettonica alla Federico II di Napoli, presenta il suo ultimo romanzo autobiografico “In cima al mondo, in fondo al cuore” (Giunti Editore). Una voce fuori dal coro, che proprio non se la sente di spingere i giovani italiani a lasciare tutto e partire. Per un motivo in particolare: non si può essere veramente felici all’estero. «Io distinguo sempre tra due situazioni: la prima è l’esperienza all’estero, che ti permette di imparare qualcosa che in Italia non potresti fare per poi tornare dopo 6 mesi, un anno e cercare di realizzarti qui. Altra cosa è suggerire a un giovane di emigrare per restare lì. Condivido al cento per cento la prima scelta, che poi è quello che ho fatto io, ma non condivido per niente l’espatrio, perché secondo me è un consiglio all’infelicità».

Parla per esperienza Mario, che a venticinque anni si trovò a un bivio tra il restare a casa o tornare a Londra, questa volta con un biglietto di sola andata. Fu la lettera di Pier Luigi Celli, allora direttore generale della Luiss, diretta a suo figlio a decidere per lui. «In quel periodo ero ancora in dubbio se rimanere in Italia o andarmene di nuovo. Avevo già trascorso un anno fuori e nel frattempo avevo iniziato un master a Milano. Barcollavo, non sapevo bene cos’avrei dovuto fare. Quella lettera fu uno dei segnali che mi spinsero ad emigrare per la seconda volta. Lo feci, ma poi mi resi conto che non era proprio possibile vivere all’estero ed essere minimamente sereno e felice, e quindi ho tagliato tutto e nel 2010 sono tornato a Napoli senza avere nessun tipo di garanzia sul mio futuro. Sono tornato disoccupato».

Arriva il momento in cui Mario si rende conto che Londra non è più ‘il posto giusto al momento giusto’, ma solo una fase di passaggio, una tappa del viaggio e non la sua meta. «Mi sono reso conto che non ce la facevo più quando sono tornato, nel settembre 2008, dopo essermi laureato. A quel punto non avevo più un termine preciso di ritorno, e dopo pochissimi mesi ho cominciato veramente a soffrire»

Qualcuno potrebbe obiettare che quand’è partito lui, nel 2007, la disoccupazione giovanile non era messa così male (19,4%) rispetto ai numeri ben più preoccupanti di oggi (37,9%), che fanno dell’Italia il terzultimo paese in Europa per assunzione di ‘nuove leve’ nel mercato del lavoro. Oltretutto, oggi i confini fisici e culturali tra i paesi europei sono decisamente meno sentiti e gli scambi di abitudini quotidiane, modi di fare e stili di vita tra un giovane francese e un tedesco o tra un polacco e un inglese, avvengono molto più rapidamente rispetto a dieci anni fa. Basti pensare che negli ultimi due anni in Italia il programma di mobilità internazionale Erasmus ha registrato un aumento di domande di partecipazione del 10% e quasi mille borse di tirocinio in più rispetto agli anni precedenti, contribuendo a fare dei giovani d’oggi dei cittadini sicuramente più europei di qualche tempo fa. Non è quindi proprio possibile trovare il proprio posto nel mondo anche al di fuori del proprio paese d’origine? «No, assolutamente no», risponde Mario. E poi precisa: «Sia chiaro, penso che l’Erasmus sia un arricchimento umano profondissimo, prezioso e impagabile. La stessa Napoli negli ultimi anni ha subito uno sviluppo fortissimo da questo punto di vista proprio grazie a programmi di questo genere. È un aspetto che ritengo molto importante nella propria formazione professionale e personale, tant’è che anche nel romanzo è presente un personaggio che si trova in Erasmus a Londra. Ma anche in questo caso si tratta di un’esperienza a se stante che in ogni caso non può sostituire il legame profondo con il proprio territorio d’origine».

E proprio di questo si tratta, quando Michelangelo, alter ego di Mario, si rende conto che Londra non è più ‘il posto giusto al momento giusto’, ma solo una fase di passaggio, una tappa del viaggio e non la sua meta. «Mi sono reso conto che non ce la facevo più quando sono tornato, nel settembre 2008, dopo essermi laureato. A quel punto non avevo più un termine preciso di ritorno, e dopo pochissimi mesi ho cominciato veramente a soffrire», prosegue l’autore. Qualcosa continuava a sfuggire, e nonostante i passi avanti, Mario era finito di nuovo su quell’altalena che continuava ad oscillare, questa volta tra lo smarrimento e l’infelicità. Non restava altro da fare allora che tornare a casa: «C’è qualcosa di molto profondo e delicato nella relazione che si stabilisce con il proprio luogo, con l’humus emozionale e culturale che ci ha cresciuti, dal quale abbiamo preso tutto ciò che abbiamo e al quale, in fondo, intendiamo restituire tutto quanto. E la felicità è certamente, infinitamente, più prossima a questa relazione, a questo scambio, che alla quantità di soldi mensili o alla velocità con cui puoi fare carriera. Ha a che fare con la sfida, con una ricerca lunga e dolorosa. Che raramente arriva da una cosa regalata, o trovata a terra per caso. Che va conquistata giorno dopo giorno con sacrificio, con sforzi immensi. Come quelli che tutti i ragazzi tornati o rimasti in Italia fanno giorno per giorno, facendosi strada tra mille insidie e lungaggini. Ma, forse, è proprio questa difficoltà inevasa a rendere una conquista, per quanto piccola, infinitamente più bella, più dolce e più vera».

Michelangelo ora è su un cab notturno londinese, non sa bene cosa lo aspetta, né se ha fatto la scelta giusta o il più grande errore della sua vita. Ancora una volta si ritrova su quell'altalena tra eccitazione e smarrimento, che lo spinge, ora sì con consapevolezza, verso un altro salto nel vuoto.

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