Dalla Le Pen a Farage, quando la forza è sinonimo di debolezza

La sconfitta alle presidenziali francesi coincide con il crollo del partito che ha vinto il referendum per la Brexit. In Olanda Wilders non ha sfondato, in Germania i no-euro stanno litigando. Non è la fine del 'populismo', ma sicuramente è un punto di svolta per il futuro

Nigel Farage 0
8 Maggio Mag 2017 0023 08 maggio 2017 8 Maggio 2017 - 00:23

Hanno costretto tutti a una scelta polarizzante: o con loro o contro di loro. Hanno di fatto dettato l'agenda alla politica tradizionale e ai media, cambiandola irrimediabilmente. Ma restano fuori dal Governo. E, in alcuni casi, rischiano di scomparire. E' la perversa sorte che è toccata (per il momento) ai leader dei movimenti euroscettici, patriottici e islamofobi, che sono stati le stelle nascenti di questi ultimi tre anni in Europa, a suon di processi alla classe dirigente al potere. Per capire dove porta questo bivio, bisogna seguire il filo che parte dalla fresca sconfitta di Marine Le Pen alle presidenziali in Francia e arrivare a Londra, dove si osserva un improvviso crollo di consensi dell'Ukip, il partito indipendentista che è stato il principale vincitore del referendum per la Brexit di appena un anno fa e ora rischia addirittura di scomparire. Proposte politiche forti che macinano voti, ma falliscono sul miglio finale. Coincidenze?

La Le Pen ha indubbiamente incassato un risultato importante. Dieci milioni di voti al Front National non si erano mai visti prima. Un terzo dei francesi che domenica ha votato al ballottaggio si è schierato con chi fino a qualche anno fa era innominabile. Ma non è bastato. Ecco, dunque, che appena riconosciuta la vittoria di Emmanuel Macron, Marine Le Pen non solo ha annunciato di sentirsi investita del ruolo di principale opposizione del nuovo presidente. Ma si è spinta oltre, ha annunciato che cambierà forma (e probabilmente) nome al partito ereditato dal padre Jean-Marie, con cui si sono rotti i rapporti anche a livello personale. Evidentemente la trasformazione del vecchio Front National di estrema destra in un partito presentabile e dal consenso trasversale non è stata sufficiente a convincere. E - soprattutto - a vincere le elezioni che contano. Perché in altre recenti consultazioni meno impegnative, il nuovo Front National è andato davvero forte e ha stupito. Alle elezioni europee del 2014 è diventato addirittura il primo partito francese, con il il 24,8% dei voti. Come alle Regionali del 2015, ma solo al primo turno. Al secondo, il partito della Le Pen è rimasto fuori dai giochi. Come alle presidenziali di domenica, appunto.

Alle elezioni europee del 2014 il Front National è diventato addirittura il primo partito francese, con il il 24,8% dei voti. Come alle Regionali del 2015, ma al primo turno. Al secondo, il partito della Le Pen è rimasto fuori dai giochi. Come alle presidenziali

Quel che è successo con l'Ukip è simile al caso francese. Ma è più clamoroso, se si pensa alla rivoluzionaria vittoria al referendum per l'uscita dalla Gran Bretagna dall'Unione Europea arrivata meno di un anno fa, il 23 giugno del 2016. Il partito fondato e guidato da Nigel Farage, un ex conservatore che ha dedicato vent'anni di attività politica a riottenere l'indipendenza del suo Paese da Bruxelles, alle Europee del 2014 è stato il primo partito in Gran Bretagna, proprio come quello della Le Pen in Francia. Prese il 27,5% dei voti, senza aver mai avuto un seggio alla Casa dei Comuni. Poi il colpaccio che resterà nei libri di storia: la vittoria dei pro-Brexit è stata ascritta soprattutto alla convincente campagna di Farage, che aveva iniziato a minacciare il consenso elettorale dei conservatori al governo, costretti a contarsi al referendum. Farage lasciò la guida del suo partito poco dopo: missione compiuta. E' subito diventato consulente di Donald Trump, durante la campagna per le presidenziali. Altro colpo mediatico ben assestato. Ma l'Ukip, appena pochi mesi dopo, non conta più nulla nel panorama politico britannico. Alle elezioni comunali della scorsa settimana ha perso quasi tutti i seggi conquistati in questi anni di lotta all'Europa. E in vista delle elezioni parlamentari anticipate dell'8 giugno le previsioni danno l'elettorato indipendentista in uscita verso la premier Theresa May, con tanto di pubbliche sedute di autocoscienza come questa dell'ex leader Douglas Carswell sul Guardian. Se la May avrà successo nella trattativa per l'uscita dall'Ue, lo stesso Farage ha pronosticato che il suo partito non durerà più di due anni, ammettendo che il capo del governo conservatore parla ormai come lui.

Beninteso. Non si sono esaurite le ragioni che hanno portato al successo di partiti come il Front National o l'Ukip. Anzi, i voti che hanno gonfiato i loro leader in questi anni sono sempre lì a fluttuare. I problemi di identità sociale, di lavoro, di ruolo nel mondo non sono stati certo risolti dalla vittoria di Macron in Francia. E se i leader forti di oggi, i Macron e le May, falliranno, gli animi torneranno a essere caldi sul fronte che genericamente è ormai chiamato populista. Però è chiaro che senza una svolta, questi partiti che raccolgono il diffuso malcontento popolare rischiano l'eterna opposizione. O, appunto, l'oblio a favore di chi li sa imitare meglio.

Il partito fondato e guidato da Nigel Farage, un ex conservatore che ha dedicato vent'anni di attività politica per riottenere l'indipendenza del suo Paese da Bruxelles, alle Europee del 2014 è stato il primo partito in Gran Bretagna, proprio come quello della Le Pen in Francia. Prese il 27,5% dei voti, senza aver mai avuto un seggio alla Casa dei Comuni

I casi della Le Pen e di Farage sono i più clamorosi. Ma per restare nell'Europa di oggi si può citare anche quello della Fpoe austriaca, che ha fallito per prima il ballottaggio decisivo per le presidenziali dello scorso anno a Vienna, malgrado un risultato storico in termini di voti e di percentuali. Si può citare ovviamente la storia di Geert Wilders, il leader dell'estrema destra olandese che ha aumentato i suoi consensi, ha polarizzato la politica del suo Paese in vista delle elezioni parlamentari dello scorso 15 marzo, ma ha ottenuto solo di essere marginalizzato da tutti gli altri partiti. Si può anche citare il caso tedesco della Afd, il partito anti-euro germogliato nel Paese dell'ortodossia europeista che potrebbe persino non esprimere un candidato alla cancelleria alle elezioni del prossimo settembre: la popolare leader Frauke Petry ha annunciato di non voler correre, per via delle divisioni all'interno del suo partito. Divisioni dovute all'identità incerta della proposta politica, contesa fra i liberali al centro e i radicali a destra.

Dunque, non sono solo coincidenze. Sul piano delle idee - sull'economia, l'immigrazione, la globalizzazione che deve essere sostituita dal protezionismo - questi leader euroscettici, patriottici e islamofobi hanno in parte vinto. Hanno imposto il ritmo al confronto politico in Europa. Hanno costretto gli avversari più moderati ad apparire meno moderati e più polarizzanti. Ma al momento decisivo restano con un pungo di mosche in mano. Può essere solo un problema di ricambio delle classi dirigenti. Ma serviranno forse anche idee meno estremiste. E' anche una questione di metabolismo, probabilmente: ci vuole sempre del tempo per farsi accettare e accettare gli altri come avversari, condividendo le stesse regole del gioco. Oppure è anche una questione di linguaggio: l'etichetta di populisti è ormai riduttiva e macchiettistica. Si vedrà, insomma, alle prossime elezioni chi avrà messo radici più robuste. Per intanto il bottone rosso lo può premere soltanto Trump.

@ilbrontolo

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