Da ora in poi ogni voto è un referendum sull’Europa

L’elezione di Macron è l’ultimo passo di un nuovo bipolarismo nato con le elezioni in Grecia del 2015: quello tra chi vuole andare avanti con l’integrazione europea e chi vuole tornare indietro. Un bivio che è finalmente a far scaldare i cuori in nome dell’Europa

Macron eletto

I festeggiamenti di Macron davanti ai suoi sostenitori davanti alla Piramide del Louvre, dopo i risultati del ballottaggio per le presidenziali, la sera del 7 maggio

Eric FEFERBERG / AFP

8 Maggio Mag 2017 0757 08 maggio 2017 8 Maggio 2017 - 07:57

Lo possiamo dire? Diciamolo. Senza la Brexit e senza Trump, col cavolo che avremmo visto un neo presidente francese come Emmanuel Macron marciare verso il palco del vincitore accompagnato dall’Inno alla Gioia, mentre le bandiere a dodici stelle facevano capolino tra quelle tricolori.

Non ci fossero stati loro, ma pure Hofer in Austria, Wilders in Olanda, Petry in Germania, gli stessi Grillo e Salvini qui da noi, non ci saremmo mai svegliati dal torpore di chi pensa che l’ordine delle cose è garantito per legge divina, che indietro non si torna, che si può restare fermi.

Saremmo rimasti a fare le rane bollite, timidi anche solo a dichiararci fieri europeisti, intimoriti anche solo a definirci tali, figurarsi a dichiarare la volontà di proseguire con l’integrazione, a elevare la nostra sovranità e la nostra identità a un livello continentale. a rinunciare a un pezzo del nostro essere italiani, francesi, tedeschi, per diventare ancora un po’ europei.

Certo, lo sapevamo. Tutte le sfide sono là fuori. La partita dell’energia è con la Russia, non tra Italia e Spagna. Quella della competitività è con la Cina, non con la Germania. Quella della demografia è con Africa e Medioriente, non tra est e ovest del Vecchio Continente. Quella dei destini geopolitici e militari e tecnologici del pianeta è con Washington, non con Bruxelles.

Lo sapevamo, non non riuscivamo a dirlo, non ne avevamo nemmeno voglia e sinceramente non interessava a nessuno. Se tra il 2005 - anno in cui la costituzione europea è stata bocciata in Francia e Olanda e il 2016 - anno della Brexit - l’Europa ha vivacchiato nella sua incompiutezza è anche per questo. Perché a nessuno interessava. Del resto l’Unione stessa era nata grigia e burocratica proprio perché a nessuno interessasse, per non scaldare i cuori.

La Grecia è stato il primo vero punto di svolta. Il referendum del 2015 ha creato una consapevolezza nuova nell’opinione pubblica del Continente. Che l’Europa, l’Unione Europea, l’Euro fossero decisive per il loro destino. Che occorresse occuparsene

Poi per fortuna a cominciato a scaldarli. La Grecia è stato il primo vero punto di svolta. La sfida referendaria vinta da Tsipras e Varoufakis è stato il primo momento in cui le dodici stelle sono diventate qualcosa di più di una noiosa entità burocratica sovranazionale. Nell’Oki greco, nel modo in cui piazza Syntagma, la motocicletta di Varoufakis e la resa di Tsipras dopo la vittoria hanno calamitato l’interesse di tutta l’opinione pubblica europea nella calda estate del 2015 c’era, per la prima volta, una consapevolezza nuova. Che l’Europa, l’Unione Europea, l’Euro fossero decisive per il loro destino. Che occorresse occuparsene.

Di fatto, quel giorno, è nato un nuovo bipolarismo: c’è chi vuole andare avanti con l’integrazione europea e chi vuole tornare indietro. Tutte le elezioni, da quel giorno in poi, sono state e saranno degli Oki e dei Nai, dei referendum tra queste due visioni. Lo è stato quello britannico, ovviamente, col risultato che conosciamo. Ma lo sono state a loro modo pure le elezioni spagnole, irlandesi, portoghesi, olandesi e austriache, che hanno visto la vittoria di storie e famiglie politiche diverse, ma comunque europeiste.

Lo sono state, ma non ce ne siamo accorti. Le presidenziali francesi, invece, sono il sigillo in calce al mutamento antropologico della politica europea ed è qualcosa di talmente evidente che non può più essere negato. Al ballottaggio ci sono finiti la paladina di tutti gli euro-critici, la Marianna dell’identità nazionale e un giovane ex banchiere, Emmanuel Macron, che parla inglese quando va all’estero e si proclama fieramente europeista. Dentro o fuori. La Francia ha scelto dentro.

Ora tocca a Germania e Italia. Ma mentre il destino tedesco sembra tracciato dentro la più ovvia delle riconferme di Angela Merkel - leader che più e prima di ogni altro ha riconosciuto come ineludibile il destino di una più profonda integrazione continentale e che più di ogni altro, da ottobre in poi, lavorerà per realizzarla - quello italiano è molto più incerto. Perché gli euroscettici sono più forti che altrove. Perché lo stallo post-referendum e le piccole faide tra leader e partiti - a sinistra come a destra - impediscono una dialettica aperta sul fronte europeo. Perché pure i leader (potenzialmente) europeisti di casa nostra hanno paura a farsi riconoscere come tali. Anche chi era arrivato a capire per primo che l’Europa sarebbe stato un fattore decisivo per il nostro futuro.

Per dire: nel 2012, alla sua prima uscita da candidato leader del centro-sinistra italiano, Matteo Renzi mise Europa tra le tre parole chiave della sua avventura politica. Ieri pomeriggio, nel suo primo discorso dopo la rielezione a segretario del Partito Democratico, poche ore prima che Macron sfilasse sulle note dell’Inno alla Gioia, quella parola era scomparsa, sostituita da simboli molto più nazionali come la casa, il lavoro e la mamma.

Tutto giusto, per carità, ma il referendum sull’Europa presto o tardi busserà alla porta pure da noi. Sarebbe un peccato, dopo Macron, dopo Merkel, se non trovasse qualcuno a difenderla.

Il referendum sull’Europa presto o tardi busserà alla porta pure da noi. Sarebbe un peccato, dopo Macron, dopo Merkel, se non trovasse qualcuno a difenderla

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