La sfida del dopo Macron: riscoprire la nostra identità europea

È di soluzioni comuni che abbiamo bisogno: mettiamole assieme le nostre risorse per fronteggiare la moltitudine di crisi che ci circondano. Lo scrive su Linkiesta il Presidente dei Giovani del Partito Popolare Europeo

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Daniel LEAL-OLIVAS / AFP

9 Maggio Mag 2017 1426 09 maggio 2017 9 Maggio 2017 - 14:26

*Presidente dei Giovani del Partito Popolare Europeo

La sfida del dopo Macron. La ricomparsa del nazionalismo nel discorso pubblico del Vecchio Continente ha messo in pericolo la possibilità di affermare una comune identità europea. Le politiche identitarie sono tornate al centro del lungo ciclo elettorale che ha preso il via con le elezioni americane dello scorso anno e che è destinato a proseguire ben addentro il 2019, quando le consultazioni per il Parlamento Europeo seguiranno soprattutto quelle di Francia e Germania. Che ne sarà della tanto discussa identità europea in un simile contesto?

Facendo riferimento all’attuale scenario politico, sociale ed economico, nonché alla storia del processo di formazione degli Stati nazionali europei del Diciannovesimo e Ventesimo secolo, è possibile trarre importanti lezioni sul modo in cui costruire un’identità pan-europea, o comunque su come questa potrebbe o non potrebbe emergere. A ogni modo, prima di dedicarci a tale esercizio, cerchiamo di rispondere a una domanda fondamentale: c’è bisogno di un’identità europea? O meglio, qual è il suo valore intrinseco?

Quanti fra noi credono nell’esistenza di questo valore e, soprattutto, nella necessità di una comune identità europea sono mossi dalla convinzione che oggi le sfide con cui ci confrontiamo siano definite da due caratteristiche: si tratta in primo luogo di sfide comuni, a prescindere dal modo in cui impattano sulle diverse nazioni europee; la loro entità, inoltre,sopravanza di gran lunga la capacità di risposta dei singoli meccanismi nazionali, sia che esistano o che debbano essereancora realizzati (è un concetto che ha a che fare con le risorse a disposizione di un paese). La conclusione che se ne può trarre è che la risposta a queste sfide non può che coincidere con la loro natura: comune. È infatti proprio di soluzioni comuni che abbiamo bisogno: in particolare, si tratterà di mettere assieme le nostre risorse per fronteggiare la magnitudine e la moltitudine di crisi che ci circondano. Una comune identità europea può fungere allora da forza unificatrice capace di tenerci uniti in tempi tanto travagliati.

Quel che ci insegna la lunga e dolorosa storia del processo di costruzione degli Stati-Nazione europei è che un’identità comune non la si ottiene nell’arco di una notte, né può fondarsi sul vuoto; in altre parole, si tratta di un processo deliberato che in aggiunta alla pianificazione necessita di uno sforzo, di risorse e di perseveranza. Ma il fatto che la costruzione delle identità nazionali sia il frutto di un processo guidato, ne fa forse un progetto esclusivamente gerarchico? Come sperimentato amaramente dalla stessa Bruxelles, l’integrazione – ma lo vale per il concetto di identità – non può avvenire a tavolino: ogni movimento dall’alto verso il basso è destinato a fallire, a maggior ragione se i suoi benefici finali non possono essere distribuiti in maniera uniforme. Né può avvenire alle spese delle identità nazionali: il gioco deve essere complementare e non a somma zero. Il modo miglioreper fallire nella costruzione di un’identità europea consiste nelfarne un altro progetto istituzionalizzato, tecnocratico, pervasivo, astratto o elitista, gli stessi tratti che sono alla base della critica mossa da alcuni all’intera costruzione europea. Ma allora cosa potrebbe riuscire? Quale processo potrebbe essere sufficientemente inclusivo?

Quel che ci insegna la lunga e dolorosa storia del processo di costruzione degli Stati-Nazione europei è che un’identità comune non la si ottiene nell’arco di una notte, né può fondarsi sul vuoto; in altre parole, si tratta di un processo deliberato che in aggiunta alla pianificazione necessita di uno sforzo, di risorse e di perseveranza. Ma il fatto che la costruzione delle identità nazionali sia il frutto di un processo guidato, ne fa forse un progetto esclusivamente gerarchico?

Nessuna persona dotata di senno potrebbe mai scommettere su un conflitto o nell’avvento di una minaccia esterna. È vero, fattori esterni ed esogeni possono cementare un’identità comune. Ma questo approccio appartiene al mondo delle teorie cospirazioniste e a quanti hanno fatto la propria fortuna cavalcando le paure degli altri, di certo non noi. In passato, quando mi si richiedeva di spiegare ai miei colleghi i benefici dell’Unione Europea, mi venivano istintivamente alla mente due vantaggi tangibili: l’Erasmus ed EasyJet, parole d’ordine – fra le altre – per nuove opportunità, libertà e facilità di viaggiare. È molto probabile che l’Erasmus, che celebra il suo trentesimo anniversario proprio quest’anno, sia stata l’unica misura finalizzata sin dal principio allo sviluppo di un’identità comune che sia stata attivata dalle istituzioni europee. La sua estensione, l’Erasmus+, è un passo più che necessario, proprio come il Corpo europeo di solidarietà (il caso delle compagnie aeree lowcost dimostra che per avere successo, progetti del genere hanno bisogno di un’adeguata motivazione economica. In questo senso, la mobilità potrebbe essere la chiave).

Ma che fare per quanti non essendo in grado di iscriversi all’università (oppure non appartengono a una delle diverse categorie ricomprese nell’Erasmus+) finiscono per essere esclusi dai benefici del programma Erasmus, piuttosto che per quanti non possono permettersi di viaggiare? L’inclusività deve andare oltre la classe media. Non basta che tali opportunità sia soltanto disponibili: devono essere anche accessibili. Di più, devono essere universali. Alcuni argomenteranno che una forza unificatrice di stampo universale sia già presente: la cultura. Ma la cultura europea, sia che riguardi l’arte, le lettere o anche la gastronomia, non è un prodotto alla portata di tutti gli europei. Anche in questo caso, la generazione dei più giovani, caratterizzata dal maggior grado di apertura e quindi da una maggiore predisposizione a sentirsi europei, tende a essere altrettanto globalizzata: i suoi orizzonti vanno ben al di là di quelli del Vecchio Continente. È una generazione che si sente tanto europea quanto occidentale, anche se quest’ultimo termine non viene utilizzato in maniera troppo consapevole. Parliamo di Eurovision e della Uefa Champions League tanto quanto parleremmo di Hollywood. E se alcuni ribatteranno che sono i nostri valori a unirci, non dimentichiamo che l’universalismo liberale non è riuscito ad agire da forza unificatrice capace di travalicare i confini nazionali.

Di nuovo, cosa può funzionare? Prestare un qualche tipo di servizio in una Forza Armata comune o in un servizio civilemultinazionale, operando in un altro paese da quello di origine assieme ai concittadini europei, può essere un punto di partenza. Una leva obbligatoria universale o un servizio sociale europeo possono fungere da livellatori. Eppure, si tratta di soluzioni pensate per la difesa. Abbiamo bisogno di una narrativa positiva (oltre che di istruzione e pazienza). Il presidente della Commissione Europea Juncker ha parlato ripetutamente di difesa comune, della protezione dei nostri diritti e di stile di vita nel suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione. Ma dobbiamo andare oltre e, soprattutto, essere in grado di ispirare gli altri. Quand’è che le persone ricorrono al concetto di identità per la loro sicurezza? Quand’è che vi trovano conforto? Quand’è che si chiedono “Chi sono”? Nei momenti d’incertezza e confusione, nei tempi di sofferenza e di crisi economica, quando sono sconvolte, quando il loro benessere, dignità e orgoglio sono minacciati. Dobbiamo essere capaci di difendere ma anche di ispirare queste persone. I populisti si sono impossessati del concetto di difesa comune portandola sul piano del nazionalismo. Dobbiamo essere fonte d’ispirazione. Per fare ciò, abbiamo bisogno di una nuova narrativa economica che crei opportunità e speranza. Ciò non potrà che essere incentrato sulla rivoluzione digitale. E dovrà essere equo e inclusivo.

Qual è il ruolo dei politici in questo scenario? Primo, ci serve un messaggio di unità: i miei dubbi riguardano la possibilità di costruire un’identità comune in un mondo a più velocità – in altre parole, frammentato. Secondo, dovremo capire che diffondere un gran numero di messaggi non funziona. Peggio se doppi. Faremmo bene a non sottovalutare l’intelligenza dell’elettorato. Questo messaggio deve essere lo stesso sia nelle capitali dei singoli Stati-Nazione che a Bruxelles. E la stessa Bruxelles non può essere accusata di ogni stortura. È necessario dare a Cesare quel che è di Cesare. È importante che il messaggio sia lo stesso in tutta Europa: ascoltare, spiegare la verità, fornire soluzioni comuni e realistiche per rimettere in moto una crescita distribuita, nonostante le gravi sfide che ci circondano. Ecco le domande cui dovremo essere in grado di rispondere in maniera onesta e convincente: troverò un’occupazione? Sarà un immigrato a prendersi il mio lavoro? Mio figliò avrà un impiego?

È chiaro che si tratta di un compito difficile. A ogni modo, è necessario non soltanto per la sopravvivenza dell’attuale classe politica, bensì per qualcosa ben più importante: per la sopravvivenza e la crescita dell’Europa. In altre parole, è una sfida decisiva. Proprio per questo, non può essere considerataun semplice lavoro ordinario

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