Il linciaggio preventivo della Boschi è più grave delle accuse contro di lei

Secondo De Bortoli la Boschi avrebbe fatto pressioni su Unicredit affinché acquistasse Banca Etruria. Toccherebbe a lui provarlo, non a lei chiarire. Non in Italia, dove è la Boschi che deve chiarire e si deve dimettere. Un rovesciamento del diritto che fa orrore. Più di un politico disonesto

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Andreas SOLARO / AFP

10 Maggio Mag 2017 0623 10 maggio 2017 10 Maggio 2017 - 06:23

“Maria Elena Boschi nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all'amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria”. L’affondo è pesantissimo e pesantissima è la firma che la accompagna, quella dell’ex direttore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore Ferruccio De Bortoli.

Per il momento, però, tutto si ferma qui. C’è una ricostruzione all’interno di un libro di memorie e c’è la smentita secca dell’attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio, allora ministro delle riforme, nonché figlia dell’allora vicepresidente della banca aretina travolta dalle sofferenze e dai crediti concessi in allegria a chi non li meritava. A ben vedere, c’è pure la smentita di “fonti vicine a UniCredit”, come riporta Repubblica (anche se la posizione ufficiale della banca è quella di non rilasciare alcun commento sulla vicenda, così come per ora non ne ha rilasciati l'ex amministratore delegato Ghizzoni). Ah, e non ci sono nemmeno indagini in corso, su questa specifica vicenda.

In un Paese normale l’onere della prova spetta a chi accusa, non a chi si difende. Ergo, chiunque si interessasse al caso Boschi dovrebbe chiedere conto a De Bortoli delle sue affermazioni. Di fornire riscontri sulle accuse estremamente gravi che ha formulato. Non sarebbe lesa maestà, per uno dei più grandi giornalisti italiani, tutt’altro. Uno che quando ha sbagliato - ad esempio, nella ricostruzione del ruolo di Marco Carrai nella sostituzione di Fabrizio Viola alla guida del Monte dei Paschi di Siena, ha ammesso l’errore con educazione e stile. Semplicemente, è così che funziona, ovunque altrove.

In un Paese normale l’onere della prova spetta a chi accusa, non a chi si difende. Ergo, chiunque si interessasse al caso Boschi dovrebbe chiedere conto a De Bortoli delle sue affermazioni. Di fornire riscontri sulle accuse estremamente gravi che ha formulato. Non in Italia, evidentemente. Dove è l’accusata che «deve chiarire»

Non in Italia, evidentemente. Dove è l’accusata che «deve chiarire». Dove una conversazione riportata, pur da uno dei più autorevoli giornalisti italiani, diventa immediatamente il corpo contundente con cui condannare a mezzo stampa una carica istituzionale: «La storia delle pressioni sull'ex amministratore delegato Unicredit Federico Ghizzoni, da parte dell'allora ministra per i Rapporti con il Parlamento, affinché Piazza Gae Aulenti salvasse Etruria, la banca di papà Pier Luigi, è la scossa che abbatte un castello di bugie cui non abbiamo mai creduto», scrivono i Cinque Stelle in un post apparso sul blog di Beppe Grillo. Nessun condizionale, nessun dubbio. È la scossa che abbatte il castello. Punto.

Ancora: «Subito le dimissioni della ministra Boschi. Nell'affare banche c'è dentro fino al collo», incalza Matteo Salvini, che evidentemente ha già tutti gli elementi in mano per decidere il destino politico di una persona che non è indagata di un bel nulla. «Le rivelazioni di De Bortoli aprono uno squarcio inquietante sui rapporti tra un ministro della Repubblica e l'ad di una grande banca per salvare Banca Etruria», gli fa eco Arturo Scotto di Mdp. Inquietante: funziona sempre quando si vuole colpire l’avversario a morte, senza lasciare troppi segni. Cultura del sospetto purissima: nel 1992-93 era tutto molto inquietante. Menzione d’onore a Giorgia Meloni che addirittura vorrebbe far dimettere - già che c’è - tutto il governo Gentiloni.

Nel frattempo, per quel che vale, ieri l’altro è stato pure assolto in appello Renato Soru dall’accusa di evasione fiscale, che gli era costata una condanna di tre anni in primo grado: “L’epopea immorale del Partito Democratico continua”, aveva scritto di nuovo Beppe Grillo, sul suo blog, al tempo della condanna. Ieri silenzio. A volte bisogna veramente sforzarsi, per non vergognarsi di essere italiani.

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