Dalle banche al delitto Moro, in Parlamento non ci sono mai state tante commissioni d’inchiesta

Lo prevede la Costituzione: deputati e senatori possono dare vita a indagini con gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria. In questa legislatura ci sono 14 commissioni: inchieste su femminicidi, mafia, periferie e antichi misteri d’Italia. Ma sono tutte necessarie?

Franco Origlia/Getty Images
13 Maggio Mag 2017 0830 13 maggio 2017 13 Maggio 2017 - 08:30

Nei prossimi giorni dovrebbe vedere al luce la commissione di inchiesta sul sistema bancario. Venti deputati e venti senatori avranno un anno di tempo per indagare sulla crisi finanziaria e i suoi effetti, ma anche sulla gestione dei nostri istituti coinvolti in situazioni di crisi, sull’efficacia delle attività di vigilanza, persino sulla remunerazioni dei manager più pagati. Sarà la quindicesima commissione di inchiesta approvata in questa legislatura, un record. Ce ne sono sei alla Camera e cinque al Senato. Tre sono bicamerali. Istituite con apposita legge, procedono nelle indagini con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria. È un aspetto della vita parlamentare che non tutti conoscono. Le commissioni chiamano testimoni a deporre, acquisiscono documenti riservati. Non di rado componenti e funzionari sono obbligati al segreto per non inquinare le indagini.

È così da sempre. Nella storia repubblicana si sono susseguite una novantina di commissioni di inchiesta. La prima risale al 1951, si è occupata di fare luce sul livello di disoccupazione nell’immediato dopoguerra. L’ultima, nata da poco a Palazzo Madama, è chiamata a indagare sui femminicidi e le violenze di genere. A ripercorrerle tutte si può attraversare la vita del Paese: hanno fatto discutere le commissioni Moro e Sindona, quella sullo scandalo della loggia Pd e sulla strage di Ustica. Misteri e scandali italiani. Alcune hanno fatto la storia, altre sono state accompagnate da una lunga scia di polemiche (chi ricorda la commissione Mitrokhin?). E poi ci sono le commissioni istituite più e più volte. È il caso dell’Antimafia, che ormai è diventata quasi un’assemblea permanente in seno alle Camere.

La prima risale al 1951, si è occupata di fare luce sul livello di disoccupazione nell’immediato dopoguerra. L’ultima, nata da poco a Palazzo Madama, è chiamata a indagare sul fenomeni dei femminicidi. A ripercorrerle tutte si può attraversare la vita del Paese: hanno fatto discutere le commissioni Moro e Sindona, quella sullo scandalo della loggia Pd e sulla strage di Ustica. Misteri e scandali italiani

Mai come oggi, però, il Parlamento ne ha viste tante. Basta fare una ricerca per scoprire che in questa legislatura sono state depositate ben 132 proposte di legge ad hoc: ognuna con l’obiettivo di istituire una specifica commissione di inchiesta. Ce n’è per tutti i gusti: qualcuno ha chiesto un’indagine sul Mose, qualcun altro sul treno alta velocità Torino-Lione. C’è chi vorrebbe fare luce sulle agevolazioni fiscali di cui ha beneficiato il gruppo Fiat. Diverse proposte hanno come riferimento i grandi misteri d’Italia: dal caso Emanuela Orlandi alla morte di Pierpaolo Pasolini. In quattordici casi, le commissioni sono già diventate realtà. Alcune proseguono il lavoro già avviato in precedenti legislature. Come la commissione sull’uranio impoverito, istituita alla Camera per indagare, tra le altre cose, sui rischi a cui sono stati sottoposti i nostri militari. Al Senato ci sono commissioni d’inchiesta che si occupano di infortuni sul lavoro e delle intimidazioni nei confronti degli amministratori locali. Un’altra ha l’obiettivo di chiarire le cause del disastro Moby Prince. Il traghetto che nel 1991, dopo una collisione nel porto di Livorno, andò a fuoco provocando la morte dei 140 passeggeri.

Beppe Fioroni presiede la bicamerale sul sequestro Moro, l’ex ministro Mario Catania guida i lavori della commissione d’inchiesta su contraffazione, pirateria commerciale e commercio abusivo. Non mancano alcune novità. A dicembre è stata creata a Montecitorio una commissione per indagare sullo stato di sicurezza e degrado delle nostre città e periferie. Nei primi mesi di lavoro i deputati che ne fanno parte hanno già visitato alcune realtà difficili del nostro Paese: da San Basilio a Scampia. Inedita, poi, la commissione di inchiesta sul livello di digitalizzazione e innovazione delle pubbliche amministrazioni. Ci sono indagini che riguardano temi di stretta attualità. A Montecitorio, per esempio, un’apposita commissione è chiamata a fare luce sul “sistema di accoglienza, di identificazione ed espulsione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti e sulle risorse pubbliche impegnate”. Altre sono più specifiche, come la commissione di inchiesta sulla morte del militare Emanuele Scieri, il parà morto diciassette anni fa nella caserma Gamerra di Pisa in circostanze mai chiarite.

Le commissioni d’inchiesta procedono con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria. Chiamano testimoni a deporre, acquisiscono documenti riservati. Non di rado componenti e funzionari sono obbligati al segreto per non inquinare le indagini

Perché il Parlamento ha improvvisamente scoperto la passione per le indagini? Pino Pisicchio è il presidente del gruppo Misto. Giunto alla sua sesta legislatura alla Camera è un esperto dell’attività parlamentare. La proliferazione delle commissioni di inchiesta, a sentire lui, è una reazione fisiologica. «Nella Prima Repubblica il 55 per cento delle leggi erano originate dal Parlamento, oggi quasi l’80 per cento sono promosse dal governo. Ormai il governo esercita di fatto il potere legislativo, nel frattempo il Parlamento sta spontaneamente approdando verso altre funzioni». Una metamorfosi che non deve destare meraviglia, spiega Pisicchio. «In linea di principio ci stiamo allineando a sistemi parlamentari tipici di altri paesi. Negli stati Uniti, ad esempio, il potere legislativo lavora frequentemente attraverso commissioni di inchiesta, che consentono di esercitare una forma di controllo anche sul potere esecutivo».

I critici sollevano il tema delle spese. Ogni commissione di inchiesta evidentemente ha un costo. Ciascuna «ha un ufficio di presidenza composto da presidenti, vicepresidenti e segretari - si legge in un recente dossier di Openpolis - i quali ricevono generalmente un’indennità di ruolo per svolgere questa funzione». Senza considerare trasferte e rimborsi. Per il funzionamento della commissione Moro, ad esempio, la proposta istitutiva aveva chiesto uno stanziamento di 60mila euro (35mila per il 2014 e 25mila per il 2015). La commissione sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti? Nella proposta di legge si stabiliva un limite massimo di 75mila euro per il 2013 e 150mila euro per ciascuno degli anni successivi. Ognuno può farsi l’idea che crede, ma è evidente che la democrazia e le istituzioni hanno i loro costi. Il dubbio semmai è legato all’effettiva utilità di tante indagini. Sono davvero necessarie tutte queste commissioni di inchiesta? Dopotutto tra permanenti, speciali e bicamerali in Parlamento funzionano già una quarantina di commissioni. Così numerose che spesso per un deputato diventa difficile conciliare tutte le attività. «Alcune commissioni di inchiesta possono svolgere la loro funzione secondo la previsione costituzionale» spiega Pisicchio. E quelle chiamate a far luce su vicende di oltre trent’anni fa? «Credo che difficilmente si potranno ottenere nuove verità giudiziarie. Semmai queste commissioni possono avere una rilevanza dal punto di vista storico».

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