Guido Brera: «La globalizzazione ci ha distrutto, l’Europa (se cambia) ci può salvare»

Intervista al finanziere-scrittore, in libreria con “Tutto è in frantumi e danza” scritto a quattro mani con Edoardo Nesi: «Macron? Un ologramma che serve a farci prendere tempo. L’Europa? È la soluzione, ma l’Euro così com’è è una follia. Renzi? L’uomo solo non basta. Non in Italia»

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Andreas SOLARO / AFP

13 Maggio Mag 2017 0830 13 maggio 2017 13 Maggio 2017 - 08:30
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“In quell’estate caldissima comincio a sentirmi come il protagonista di uno di quei film americani che è a conoscenza di una catastrofe mentre il resto dell’umanità ne è all’oscuro. Naturalmente non posso e non voglio dirlo a nessuno. Non cambierebbe nulla, e Cassandra ha fatto una brutta fine. Le notti ridiventano lunghissime, però, e quando cammino per Milano e per Roma e guardo le persone vivere normalmente i giorni della loro vita, mi chiedo cosa succederà quando la situazione peggiorerà (…) e la verità verrà fuori e tutti dovranno venirci a patti». Forse è il climax di “Tutto è in frantumi e danza” (La Nave di Teseo, 2017), libro scritto a quattro mani da Guido Brera ed Edoardo Nesi, questo passaggio che ripercorre la crisi del debito pubblico italiano, quella che porterà alle dimissioni di Berlusconi e all’arrivo di Mario Monti.

Sono i giorni in cui l’Italia sembrava potesse fallire, visti dagli occhi di un finanziere solo apparentemente glaciale e disincantato come Guido Brera. Allora Brera era “solo” uno dei capi di Kairos, una delle più promettenti e ricche società di gestione del risparmio, uno di quei brillanti ragazzi del battaglione Tamigi che avevano invaso Londra con la loro laurea in economia e il desiderio di diventare ricchissimi, e nemmeno ci pensava, a fare lo scrittore. In quei giorni, invece, Edoardo Nesi, vinceva il Premio Strega con “Storia della mia gente”, che raccontava l’ascesa e la caduta del distretto del tessile di Prato e della sua azienda di famiglia. Sono archetipi, Guido ed Edoardo. Il turbocapitalismo finanziario e l’economia reale, lo sguardo dall'alto e quello dal basso, il globale e il locale, il vincente e il perdente della globalizzazione, il topo di città e il topo di campagna, lo ying e lo yang. Il loro dialogo parte da Washington, il 31 dicembre del 1999, quando Clinton chiude il secolo americano, il ventesimo, e apre il secolo della globalizzazione e finisce sempre nella capitale statunitense, il giorno in cui Donald Trump giura come presidente degli Stati Uniti'America, controversa voce dell’America profonda, incazzata e sconfitta. La fine del primo tempo della globalizzazione.

Guido, dovessi proseguire nel racconto, che diresti? Com’è iniziato il secondo tempo della globalizzazione?
Più che altro bisogna dirsi chiaramente che il primo tempo, in fondo, non è mai finito. Trump è il Gattopardo: cambia tutto, ma non cambia nulla. Hanno appena fatto un nuovo accordo commerciale con la Cina, che in campagna elettorale era il grande manipolatore del cambio. Stanno bombardando in Siria e mettono le navi in Corea del Nord e dovevano fare gli isolazionisti. Il muro, alla fine, abbiamo scoperto che l’aveva già fatto Obama. Alla fine sai cosa farà?

Cosa?
La riforma fiscale. Che peraltro avrebbe fatto qualunque repubblicano. Semplicemente, perché ha i soldi per farla. Sono quelli dell’evasione o dell’elusione delle grandi platform compagnie. Mi dispiace perché quelli sono soldi evasi in tutto il mondo, non solo in America. Mi stupisce quanto noi esultiamo per accordi da 200-300 milioni con Google, mentre Apple è uno dei più grandi fondi obbligazionari del mondo. È solo la narrazione che è cambiata. Di fatto è semplicemente il capitalismo che si adatta agli eventi.

Gli eventi in Europa però sono un po’ diversi, da quando ha vinto Trump: in Austria, Olanda, Francia e presto in Germania, le forze populiste, l’onda lunga di Trump e della Brexit, hanno tutti perso…
Il vento con Trump ha fatto il suo giro. Trump si è preso idee che nessuno voleva usare - molte delle quali giuste, che avrebbero dovuto essere proprie della socialdemocrazia europea - e ci ha costruito sopra la sua vittoria. Era fisiologico che sul sistema, dopo una deflagrazione del genere, trovasse i suoi anticorpi. Anche quando sembrano un po’ degli ologrammi come Emmanuel Macron.

In che senso, un ologramma?
È la nemesi di Trump. Dice le cose giuste, al momento giusto, con la faccia giusta. Nemmeno se l’avessero progettato col computer avrebbero potuto farlo così perfetto.

Non hai una grande fiducia in Macron, pare…
Serve a prendere tempo. Già questa mi pare una notizia sufficientemente buona. Quel tempo non dobbiamo sprecarlo, però.

«Siamo stati peggio di così. Ma non siamo mai stati così indietro rispetto a tutti gli altri Paesi. Siamo come una barca che gode per il vento in poppa, senza rendersi conto che le altre barche, con lo stesso vento, vanno al doppio della velocità. Se adesso Francia e Germania si mettono davvero a correre, per noi sarà dura stargli dietro»

L’unico posto dove il vento non è girato è l’Italia. I Cinque Stelle, la Lega Nord e Fratelli d’Italia, i tre movimenti anti-sistema, lambiscono il 50% dei consensi. Non accade da nessun’altra parte…
La nostra crisi è diversa da tutte le altre: siamo quelli che hanno subito di più la globalizzazione, siamo sulla frontiera della globalizzazione, abbiamo delocalizzato meno e peggio di tutti gli altri, abbiamo il terzo debito pubblico del mondo, cresciamo meno di tutti in Europa. In un certo senso, siamo quelli più avanti di tutti. E quello che rischia di accadere oggi in Italia - le forze anti-sistema al governo - è quello che rischia di accadere altrove tra qualche anno, se le cose non cambiano.

A proposito di cose che devono cambiare: nel libro criticate molto l’austerità, ma i Paesi come Spagna, Irlanda, Portogallo e Grecia dove è passata la troika stanno crescendo molto più di noi, mentre noi che abbiamo fatto crescere debito e spesa pubblica siamo ancora al palo. È così fallimentare la ricetta europea?
Premessa: per me l’Europa è stata sempre meglio dell’America, anche quando gli Usa crescevano molto più di noi. Perché loro hanno una massa di debito, privato e pubblico, che è incalcolabile, i cui perimetri sono liquidi, direbbe Baumann. Detto questo, la strategia della svalutazione interna, iniziato con Schroeder in Germania, proseguita in Spagna con Aznar e Rajoy e diventato regola in Europa dopo la crisi greca può anche portare benefici in termini di prodotto interno lordo, ma io credo che non porti benessere a un Paese.

Perché il Pil non è misura del benessere?
Perché la ricchezza va a pochi. C’è un bel grafico che misura la crescita della produttività e del reddito medio delle famiglie americane. Fino a un certo punto queste due grandezze sono cresciute di pari passo. Poi, sempre di più, la produttività ha iniziato a salire e i salari sono rimasti al palo. È la prova che la crescita produce benessere solo per qualcuno. Mentre esiste una maggioranza di lavoratori che vedono scendere i salari, i servizi, i diritti. E magari diventano pure disoccupati perché qualche macchina li ha sostituiti. Tutte cose che fanno crescere il Pil - il Pil americano è cresciuto tanto - ma che di benessere ne creano ben poco.

In Italia non è nemmeno cresciuta la produttività…
E infatti stiamo peggio ancora. Dirò di più: credo che non siamo mai stati così ultimi come lo siamo ora. Intendiamoci: siamo stati peggio di così. Ma non siamo mai stati così indietro rispetto a tutti gli altri Paesi. Siamo come una barca che gode per il vento in poppa, senza rendersi conto che le altre barche, con lo stesso vento, vanno al doppio della velocità. Se adesso Francia e Germania si mettono davvero a correre, per noi sarà dura stargli dietro.

Motivi?
Mi vuoi far dire che è colpa del debito pubblioc che non è diminuito?

Non sia mai…
È vero, intendiamoci: il nostro principale problema si chiama debito pubblico. Ma siamo il Paese che ha fatto più avanzo primario in questo ultimi anni, siamo stati tartassati dalle imposte. Senza che nessuno si sia preso la briga di rivoluzionare lo Stato e la spesa per il suo funzionamento, creando i presupposti per far aumentare la spesa per investimenti, che è stata la vera assente ingiustificata di questi anni.

Renzi ci ha provato, a riformare il sistema…
Un uomo solo non può risolvere tutti i problemi: questo è quel che abbiamo imparato con Renzi. Hanno provato a fare cose buone, molte volte ci sono riusciti, penso soprattutto al gran lavoro di Carlo Calenda al ministero dello sviluppo economico. Ma il Transatlantico Italia è pieno di potentati, di inefficienze, di distorsioni che possono rendere inefficace qualsiasi spinta al cambiamento. Serve una coalizione politica e sociale molto forte e cosa, per battere queste resistenze. Renzi non ce l’aveva.

Ed è andato tutto in frantumi il 4 dicembre…
In frantumi era già andato tutto da un pezzo. La sconfitta è stata verticale: ha colpito pezzi di società. Ha rotto patti sociali e patti generazionali. E la politica, in questo, ha solo un pezzo di colpe. Puoi salvare centomila volte Alitalia, ma devi alzare le braccia di fronte all’evidenza che la contrattualistica della nostra compagnia di bandiera non potrà mai reggere la concorrenza del sistema fiscale irlandese e della relativa contrattualistica di Ryanair. Ci sono cose che ormai sono successe da cui non si può più tornare indietro.

Negli anni ’90 c’erano quei tassi alti che erano una specie di reddito di cittadinanza per i più deboli. Avevi 100 milioni in banca, nel conto corrente. Li investivi in Bot che avevano un tasso alto, pur essendo a rischio zero. Risultato, ogni anni, tiravi su un gruzzoletto extra di qualche migliaia di euro. Poca roba, ma era un salvagente per la classe medio-bassa,

Colpa della globalizzazione?
Colpa di un capitalismo troppo rapace che ha avuto tempi diversi dalla politica. Ryanair è la porta per precarizzare il lavoro e fare arbitraggio fiscale. La Cina che è la porta d’ingresso per tagliare drasticamente i costi. Il Quantitative Easing è la porta d’ingresso per abbassare i tassi d’interesse facendo un favore a chi è ricco e può avere denaro a costo zero e un danno a chi è meno ricco e ha un po’ di risparmi in banca. Vuoi sapere cosa deve fare la politica?

Prego.
Deve fare interventi per fermare questi tre arbitraggi - quello del lavoro, quello fiscale, quello dei tassi d’interesse - che hanno ridotto tutto in frantumi. Tutte cose di cui non sento parlare.

È sorprendente questa posizione critica nei confronti del Quantitative Easing di Mario Draghi…
È un paradosso, in realtà. Perché un alleggerimento quantitativo era necessario, non c’è alcun dubbio. Ma ha causato disuguaglianze, perché ha permesso a chi ha accesso al mercato dei capitali di rifinanziarsi a tasso zero, mentre ha impoverito chi ha qualche migliaio di euro nel conto corrente. Ha causato finanza cattiva, perché quando il denaro non costa niente, la gente lo usa male e si creano bolle speculative, masse di derivati, robaccia, che a sua volta genera instabilità. E se l’instabilità si tramuta in crisi, avrai altra disoccupazione, altra austerità e ti servirà un nuovo Qe più potente per far ripartire la giostra. È come un videogioco: ogni livello è uguale, ma più difficile, con mostri più potenti.

Non è che serve pure un’astronave più potente che li combatta, questi mostri. Proprio pochi giorni fa il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble ha parlato di un Fondo Monetario Europeo. E il neo eletto presidente francese Emanuel Macron ripete da mesi il mantra che la soluzione per la crisi del continente sia una più stretta e politica Unione Europea…
Separati siamo canaglie, uniti siamo una forza. Noi dobbiamo andare nella direzione di rimediare a quella follia chiamata Euro - un sistema di tassi fissi, nei fatti - cercando di migliorarlo. E di dare un’identità politica all’Unione Europea. L’Europa unita è l’anticorpo, non la malattia.

Una provocazione: cosa ci vedete di così eroico negli anni ’90? Sono anni in cui si è disfatto un sistema politico, in cui siamo usciti dal sistema monetario europeo, in cui c’è stato Berlusconi a fare il bello e il cattivo tempo, in cui si sono poste le premesse per il disastro attuale. Non è che state idealizzando la vostra giovinezza, tu ed Edoardo Nesi, come fanno un po’ tutti…
Me l’hanno detta in molti questa cosa. Sono stati luci e ombra pure quelli, certo. Però negli anni ’90 abbiamo avuto cascate di diritti, lascito della coda morente delle socialdemocrazie europee. E poi c’erano quei tassi alti che erano una specie di reddito di cittadinanza per i più deboli.

Addirittura?
Pensaci: tu avevi 100 milioni in banca, nel conto corrente. Li investivi in Bot che avevano un tasso alto, pur essendo a rischio zero. Risultato, ogni anni, tiravi su un gruzzoletto extra di qualche migliaia di euro. Poca roba, un illusione di ricchezza, perché comunque c'era inflazione: ma era comunque un salvagente per la classe media. Soprattutto, però, negli anni ’90 l’ascensore sociale funzionava, i patti sociali e generazionali erano ancora in piedi. Allora il futuro era vivo. Oggi è morto, o quasi.

Nel libro si percepisce un enorme senso di colpa, per tutto questo. Come se voi due - tu perché hai vinto, Edoardo perché ha perso - vi foste caricati sulle spalle, da generazione di fratelli maggiori, un fardello che non era vostro…
Questo è un libro sul senso di colpa. Per Edoardo il senso di colpa è quello di non essere stato all’altezza dell’impresa di famiglia, quello di aver vinto lo Strega grazie a un libro sul fallimento della sua città. Io mi sveglio col senso di colpa, vado a dormire col senso di colpa.

Perché?
Per tante cose.

Una?
La mia istruzione è costata parecchio allo Stato, affinché a me non costasse nulla o quasi. Oggi, per avere un istruzione come quella che ho avuto io, una famiglia deve spendere cinquanta volte tanto. Io mi sento in colpa per quei ragazzi a cui abbiamo rubato il sapere.

E provi a ridarglielo con un libro?
Volevamo raccontare a più gente possibile, soprattutto ai ragazzi, come sono andate le cose. Il dialogo tra me e Nesi è una forma più accessibile, meno elitario di un saggio. Io ho già fatto un romanzo, ho un sito che prova a raccontare la realtà in forma di finzione come diavoli.com e ora ho aggiunto un altro tassello.

C’è chi dice verso la politica…
Io già faccio politica, attraverso questi strumenti. E visto che non devo prendere voti, provo a spiegare quel che è successo e quel che sta succedendo, evitando urla e slogan. Spero serva a qualcosa.

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