Chef Rubio: «Come mi vedo tra dieci anni? Se continuo così, in una bara»

Intervista al cuoco italiano, ex rugbista e conduttore tv: "Se sei uno chef e hai la passione di cucinare, e ne hai fatto un lavoro, sei la persona più fortunata del mondo. Ma se devi sottostare alle indicazioni di mogli, manager, autori per riuscire bene in video, significa che hai fallito"

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15 Maggio Mag 2017 1028 15 maggio 2017 15 Maggio 2017 - 10:28

Chissà dove finisce Gabriele Rubini e dove comincia Chef Rubio? Lui, senza mezza esitazione, sostiene che sono un'unica cosa, ma per un giovanotto classe 1983 che ha già incamerato esperienze per tre o quattro vite, il dubbio è legittimo.

Nato a Frascati, rugbista in Nuova Zelanda, scopre lì la passione per la cucina: tornato in Italia si ritira dai campi da gioco nel 2011, per un infortunio al crociato, poi approfondisce le conoscenze culinarie con un corso chez Gualtiero Marchesi. Dal 2013 lo vediamo in tv, e c'è molto di lui in tutto quello che appare sul piccolo schermo: il primo format è ispirato al suo stile di vita on the road, avventuroso al limite dell'incasinato. Unti e bisunti è un successo, va avanti per tre stagioni: il “mago dello street food”, come lo definisce la rete su cui appare, ha scritto anche due libri, una collana di ricette e un film uscito nel 2016. Sempre per Dmax ha condotto Il cacciatore di tifosi (amalgama ideale con la sua vita sportiva e ponte per il torneo Sei Nazioni). In curriculum c'è spazio anche per un bizzarro talent (I re della griglia) e per il docu-reality Il ricco e il povero, dove a turno era affiancato da alcuni vip.

Ora è tornato in tv con un programma che lo rappresenta in modo singolare: È uno sporco lavoro, su Dmax ogni lunedì, è un viaggio per l'Italia tra i lavoratori che affrontano impegni difficili e pericolosi: in Emilia Romagna Rubio è con gli spazzacamini, in Trentino nelle cave di porfido, a Venezia per la manutenzione dei canali, a Cagliari fra i pastori...

Non ama molto le situazioni statiche, dice, e si vede: probabilmente nemmeno quelle linde o asettiche, dato che tra il bisunto da barbecue, i tatuaggi in ogni dove, baffi, barba e location catodiche che sanno di olio di gomito, l'ipervissuto sembra una filosofia di vita.

L'uomo è di certo sfaccettato: “e sfacciato”, chiosa lui, il che è abbastanza vero. E' uno che si butta, e non stupisce la sua vita (la numero 2? la numero 3?) da atleta professionista in uno sport, il rugby, fisico all'ennesima potenza. Verrebbe da volergli bene solo perché permette di usare, dopo un eone, la parola “guascone”, che gli si adatta senza una grinza soprattutto per la parte che la Treccani mette tra parentesi, dove si parla della “fama di spacconi, anche simpaticamente avventati, che i Guasconi hanno in Francia”.

Contiene moltitudini, il 34enne figlio di avvocati che dimostra qualche anno di più di quelli certificati all'anagrafe: lui per primo dichiara di avere “molti interessi e diverse cartucce da sparare”. Parlando del nuovo programma si infervora nel raccontare “gli eroi, gente che si fa il mazzo spesso per poche centinaia di euro al mese e non viene mai raccontata se non, purtroppo, quando ci sono eventi tragici come le morti sul lavoro”. Quando accenno al suo impegno nel sociale si adombra quasi: “Non mi sembra ci sia niente di strano, è il minimo che si dovrebbe fare. A me viene naturale”.

Invece no. Si è lontani dalla media, anche - si suppone - grazie all'energia (fisica e non solo) del soggetto, cui verrebbe da chiedere come zie preoccupate se mangia, se dorme, se esce a fare le gare di rutti ogni tanto: è uomo di sostanza, e non solo perché ce lo figuriamo inseguire roteando una lonza chi si azzardi a parlare di cucina molecolare come punto di arrivo dell'ars culinaria. È a fianco di Amnesty International, dal dicembre 2014 supporta un'associazione per la cura dei disturbi alimentari, è stato il cuoco della nazionale italiana alle Paralimpiadi 2016, ha imparato il linguaggio dei segni (“mi ha sempre affascinato”) e pare comunque uno che davanti a una causa da sposare non traccheggia.

Un'altra cosa di cui Rubio si stupisce è l'eco mediatica (notevole) che ha avuto un suo battibecco via social con J-Ax a causa di Fedez: ma qui chissà se lo stupore è sincero, perché nei social e nella comunicazione questo millennial ingannevolmente brusco che cita Irvine Welsh e Chuck Palahniuk pascola bene quanto nel fritto misto e nel politicamente scorretto. On line sono volate parole grosse, tra discorsi sul bullismo e inquietanti inviti a spararsi (J-Ax poi si è scusato), e il brusio a macchia d'olio che ha (in)seguito i post ci sta tutto. Ma lui insiste nel dichiararsi sorpreso, e non capisce perché la gente si sia appassionata ai rudi scambi con il rapper: poi conclude con un “mi dispiace per lui, poraccio”, ed eccoci da capo alla prima casella, come nel Gioco dell'Oca.

Rubio, sappiamo che andrebbe a cena con Antonella Clerici, perché è una buona mangiatrice. E con gli chef televisivi?
No. Non ho una particolare passione per ciò che è artefatto, costruito. Se hanno la passione di cucinare, e ne hanno fatto un lavoro, sono le persone più fortunate del mondo: ma se devono sottostare alle indicazioni di mogli, manager, autori per riuscire bene in video, significa che hanno fallito. Se si mostrassero più naturali, sarebbe meglio per tutti. O forse no, mah... magari non avrebbero nulla da raccontare senza l'aiuto degli autori? Io se un mio collega sa cucinare non posso che esserne felice, ma sulle scimmiette che recitano la filastrocca (la tocca piano, ndr) non so che dire.

Lei e il cibo, da consumatore.
Mi piacciono tutti i sapori, forti o delicati non importa, basta che sia buono quel che mangio. E sono onnivoro: non c'è nulla che non sopporti. Molte persone che non mangiano questo o quello semplicemente sono incappati in qualcuno che non ha saputo iniziarli...ma c'è sempre tempo per recuperare.

Credo di avere trovato la mia dimensione da solo già da un po’. Ho avuto qualche incidente di percorso in passato, ma sto bene così e al momento non posso che essere un problema per chiunque si invaghisca di me. Tento di fare meno danni possibili

Una volta era cintura nera delle relazioni platoniche, adesso come va?
Come può andare quando lavori 24 ore al giorno, spostandoti ogni giorno in una città diversa: malissimo, ma al tempo stesso molto bene. Credo di avere trovato la mia dimensione da solo già da un po'. Ho avuto qualche incidente di percorso in passato, ma sto bene così e al momento non posso che essere un problema per chiunque si invaghisca di me. Tento di fare meno danni possibili. Prima avevo più tempo di coltivare amicizie e sentimenti: ora non ce l'ho e cerco di circondarmi di persone in grado di capire quanto siano difficili questi tempi, nonostante tutto sembri patinato e laccato. Ci sono periodi di caos e periodi un po' più tranquilli... gli ultimi quattro anni sono stati un caos continuo: lo gestisco bene, ma con tanta fatica. Se capisci le mie esigenze, perfetto, se non ci riesci non posso che salutarti, e alla prossima vita.

Non mi pare che fidanzarsi sia una sua priorità, in ogni caso.
Minimamente. La priorità è fare del proprio meglio, soprattutto per gli altri: quello che avanza me lo faccio bastare più che volentieri.

Ci sono odori o sapori che per lei sono “casa” o le evocano immediatamente qualcosa?
Sì, uno fra tanti quello del fast food. Mi riporta ad un'epoca della mia vita, alla mia crescita. Ma anche cose legate alla mia terra come i supplì. E l'odore dei forni che fanno pizza, o pasticceria secca...

Dove si vede fra 10 anni?
Se continuo così, sicuramente dentro una bara. E consola la dispiaciuta intervistatrice: Ma no, è normale, tanto tutti lì dobbiamo finire, la morte fa parte della vita, è un passaggio obbligato.
Sì, perché dietro il palese vigore stipato nel fisicaccio c'è qualcosa di contiguo alla bulimia di vivere, che comprende anche la morte e tutte le sue declinazioni.

Ha ancora sul comodino il tomo Necrophilia Variations: A Literary Monograph?
No, lo devo ricomprare! L'ho lasciato su un autobus a Londra, purtroppo... (cosa avrà pensato l'ignaro ritrovatore britannico?).

Trattasi di un libro in inglese che dice che lo stadio ultimo dell’erotismo è la necrofilia, in cui si parla anche di avventure con trans e zoofilia. Necrophilia Variations racconta come nulla impedisca di usare una parte di un cadavere come qualcosa che possa valorizzare una persona e la sua memoria, senza metterla nel dimenticatoio per sempre (segue appassionante scambio di idee su alcuni temi di medicina legale, che -come l'afrore di doppio cheeseburger per il Nostro- riportano me alla beata epoca dell'università). Rubio è d'accordo con le considerazioni del suo livre de chevet: che sostiene l'utilità dei femori, ad esempio, anche quando l'anima abbandona il corpo. Secondo lui è assai meglio utilizzarli come dildo (al plurale rimarrà invariato?) che lasciarli marcire sottoterra aggrappati in modo pencolante ad uno scheletro che non ci appartiene più.

Anche da un punto di vista pragmatico l'idea è interessante, e pare strano che qualche guru del riciclo domestico non abbia pensato a scriverci un manualetto, ma la questione è che Rubio sul tema ha le pezze d'appoggio pratiche e filosofiche. Ci sarebbe un che di decadente, di tardoromantico in questo intreccio fra corpo, morte, passioni, se non fosse per il profumo di invisibile porchetta che aleggia immanente su tutto quanto e che sarebbe stato perfetto per il cinema di Marco Ferreri. Lui sintetizza con: mi interessa ciò che lascia il segno.

Negli ultimi anni fa cose, vede gente, è ovunque: trova che le persone si rapportino diversamente dopo il successo?
No. Semplicemente, è aumentato il numero di persone che si interessano, ma facevo la mia porca figura anche prima.

Continuerà a fare tv?
Mi interessa perché, ovviamente, è ampia e arriva a tante persone. Ma più che un cuoco sono un comunicatore. Ho migliaia di idee, cerco solo i canali giusti in cui riversarle. Mi piacciono anche il cinema, la radio, la scrittura... vediamo quali di queste cose riusciranno a prendere vita.

Il cinema c'è, e si vede. A un certo punto, tornando sui temi preferiti Gabriele (più che Rubio, IMHO) cita Harold e Maude, il film di Hal Hashby “dove il ragazzino era più giovane di me ed era già piacevolmente ossessionato dalla morte”. Poi sulla morte lui ha idee non comuni: ponendosi temerario a cavallo tra Baglioni e un trattato di fisica quantistica dice: Se l’amore non è per sempre, perché la morte dovrebbe essere per sempre?. Speriamo. Comunque, tra riflessioni non convenzionali e il discorso sulle madeleine in stile McDonalds, il riferimento ad Hashby (regista di Oltre il giardino, in cui giardiniere non troppo sveglio-Peter Sellers viene preso sul serio dal mondo intero con le sue asserzioni sulla semina, il raccolto, la grandine) è un sercio lanciato dritto in mezzo alla fronte. Mia. Insomma, prendete le parole “cibo”, “caciara”, “cinema”, “impegno”, “impegni”,“cuoco”, “necrofilia” e altre 250 e unitele con un tratto di penna, poi vedete cosa ne esce. Tanto a lui, tranquilli, non andrà bene comunque.

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