Se vedete sessismo ovunque, guardatevi Sense8

Dal 5 maggio è online su Netflix la seconda stagione di Sense8, una serie narrativamente complicata, ma che può servire a tutti noi per superare il sessismo, sia maschile che femminile

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15 Maggio Mag 2017 1449 15 maggio 2017 15 Maggio 2017 - 14:49

Dal 5 maggio è online su Netflix la seconda stagione di una serie che è complicato spiegare in due parole, ma che è una delle cose più strane e narrativamente innovative che si stia vedendo negli ultimi anni nel contesto della narrativa audiovisiva seriale. Si intitola Sense8, è contemporaneamente un tech-thriller, un'avventura sci-fi e una ingarbugliata serie action, ed è stata partorita da tre menti geniali: quelle di Lana e Lilly Wachowski — autori di Matrix e autrici di Cloud Atlas — e quella di J. Michael Straczynski, sceneggiatore di film, fumetti e serie tv come Babylon5. La storia? A farla più semplice possibile è l'avventura di otto personaggi, legati tra loro da un legame sensoriale molto più che telepatico e appartenenti a una specie umana parallela alla sapiens, l'homo sensorium.

Al di là delle incredibili trovate narrative e di sceneggiatura che fanno dialogare e agire gli otto personaggi in scene mozzafiato girate con tecniche mirabili per non far sovrapporre gli attori; al di là della complessità e dalla fascinazione della trama, ricca di temi che hanno reso di culto le autrici, all'epoca autori, di Matrix; al di là anche dell'incredibile varietà produttiva di una serie girata in cinque continenti, con millemila accenti e in decine di location diverse; Sense8 è anche una narrazione che scardina il concetto di genere sessuale e ci mette sul tavolo, senza che ci rendiamo nemmeno conto ancora di quanto ci serve, l'arma per superare il sessismo dilagante, che sia a matrice maschile — quella largamente predominante — o a matrice femminile, minoritaria ma esistente.

Un passo indietro, ma solo per prendere la rincorsa: negli ultimi anni qualcosa ci è scappato di mano e, nel discorso pubblico, le parole “sessismo” e “sessista” hanno subito un lento declinare semantico che, partendo dalla sacrosanta e giusta battaglia delle donne per l'emancipazione dal proprio secolare ruolo subalterno, è arrivato ad essere utilizzato anche senza senso, come etichetta utilizzata per marchiare qualsiasi cosa sia detta dal punto di vista maschile, per esempio. Un po' come sta succedendo con il concetto di fake news, a furia di dare del sessista a tutto e a tutti, ci siamo ritrovati con una parola priva di un vero e proprio significato.

Prima di cercare l'indirizzo di casa di chi sta scrivendo questo articolo, lasciatemi raccontare una scena del secondo episodio (il primo, se si esclude lo speciale natalizio) di questa strepitosa seconda stagione di Sense8. La scena è, come quasi sempre capita nella serie, molteplice nello spazio e nei personaggi, infatti in realtà le scene sono due, che sullo schermo si svolgono contemporaneamente e a cui noi assistiamo in montaggio alternato multiplo.

Il razzismo e l'omofobia sono negli occhi di chi chiede, in quel momento, negli occhi delle giornaliste che, ragionando per etichette, non si accorgono di avere davanti degli individui inetichettabili come gay o nero, solo individui.

I protagonisti principali sono due degli otto Sensate: Lito Rodriguez, un attore messicano che ha sempre nascosto la sua omossessualità affrontando uno scandalo dopo la pubblicazione di alcuni scatti fotografici sessuali in compagnia del suo compagno Fernando, e Capheus Onyango, detto VanDamn, autista di pullman kenyota. Entrambi sono messi sotto accusa, ognuno da una giornalista: la prima, in Messico, provoca Lito per fargli confessare la sua omosessualità. La seconda, in Kenya, provoca Capheus per fargli rinnegare il sue eroe, Jean Claude VanDamme, colpevole di essere un bianco, oltre che di fare film d'azione violenti.

Messi sotto torchio dalle due giornaliste, i due in un primo momento abbozzano. Poi succede qualcosa: in Messico, la temperatura della scena aumenta a dismisura quando la giornalista, con malizia e cattiveria, fa finta di non riconoscere il compagno di Lito di fianco a lui perché “non è abituata a vederlo vestito”. La scena esplode, sia come dialoghi che come montaggio, perché gli otto Sensate si scambiano i ruoli con Lito e con Capheus in una scena molto difficile da descrivere. Quando la giornalista messicana, accusata da Lito di essere una stronza, dice “volevo solo cercare di capire”, nei suoi panni entra Nomi — un'altra sensate del cluster, una trans donna — che contrattacca e lancia un bellissimo monologo. Non stai cercando di capire, le dice, sta usando etichette e le etichette sono il contrario della comprensione.

Dall'altra parte, in Kenya, la giornalista incalza Capheus sul suo mito, sul fatto che inneggi la violenza, ma ancora di più sul fatto che sia bianco. A quel punto VanDamn (il soprannome di Capheus) sbotta. VanDamme non è il suo eroe in quanto bianco, è il suo eroe perché vedendo i suo film ha imparato cos'è il coraggio e il coraggio, dice Sun (un'altra degli otto in quel momento nei panni di Capheus) non ha niente a che vedere coni colore della pelle. Il razzismo e l'omofobia sono negli occhi di chi chiede, in quel momento, negli occhi delle giornaliste che, ragionando per etichette, non si accorgono di avere davanti degli individui inetichettabili come gay o nero, solo individui.

In pochi minuti c'è tutta la visione del mondo che la serie targata Wachowski-Straczynski ha messo in piedi: siamo incastrati sotto pesantissime etichette che non ci fanno vedere le persone, ma solo le loro apparenze. Per le due giornaliste Lito è un attore che non ammette di essere gay e mente ai fan, Capheus è un povero subalterno proveniente da che guida un pullman. Ma quello che vedono sono solo apparenze. Chi è "Io"? Il ragionamento sull'identità che parte, in una scena impossibile da descrivere, è travolgente e perfetto: che cos'è l'identità? Che cosa vuol dire chiedersi “chi sono io”? Sono da dove vengo? Dove vado? Cosa cerco? Che cosa ho perso? Per cosa lotto? Di cosa ho paura? Chi sono io? Chi amo?

«A guardare gli individui negli occhi si vedono altre cose. Ovvero che non siamo più uomini o donne di quanto non siamo coraggiosi o pavidi, arroganti o timidi, estroversi o introversi, avidi o generosi.»

Le etichette sono quelle che dividono il mondo in due. Per quanto riguarda la sessualità, che negli ultimi decenni è letteralmente esplosa rispetto ai precedenti secoli di storia dell'Umanità, rimanere aderenti alle etichette coincide ormai con l'essere sessista. E ce lo rinfacceremo ad ogni commento, facendo sempre più confusione, accelerando lo schianto dell'incomprensione totale, generando tensioni, fobie, discriminazioni.

La potenza di Sense8 è mettere sul tavolo l'unica arma che ci può permettere di uscire da questo groviglio, perché l'unico modo di uscirne è smettere di guardare gli individui prima di tutto sotto la cintura e dividerli sulla base di un organo sessuale, cominciando a guardarli negli occhi. A guardare gli individui negli occhi si vedono altre cose. Ovvero che non siamo più uomini o donne di quanto non siamo coraggiosi o pavidi, arroganti o timidi, estroversi o introversi, avidi o generosi. E il pregio di Sense8 è non fare di questo un messaggio, evitando quindi di essere didascalico o prescrittorio. Sense8 mostra, non dice. E mostra tutto, non giudicando nulla.

Così facendo, sul tavolo di cui parlavamo prima ci si stendono davanti tutte le sfumature dell'Umanità. E a vederle così è tutto è molto più semplice ed evidente, il mondo si divide in due soltanto negli western di Sergio Leone. Nella realtà è tutto molto più complesso. E anche la distinzione uomo-donna, vale soltanto se presa a livello fisiologico-anatomico, perché in realtà, tra l'uomo alfa e la donna alfa c'è una fila di punti collegati senza quasi soluzione di continuità. E finché ci fermeremo lì, a dividere il mondo in generici uomini e generiche donne, saremo tutti sessisti.

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