Lavoro

Il pezzo di carta serve ancora? A un anno dalla laurea il 70% ha un lavoro, ma 1 su 5 resta senza

I dati dell’ultimo rapporto di Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati italiani dicono che chi si laurea ha dei vantaggi occupazionali rispetto ai diplomati. Ma i nostri laureati guadagnano meno dei coetanei stranieri con lo stesso titolo di studio

Laurea

(Flickr/Francesca Dioni)

16 Maggio Mag 2017 1500 16 maggio 2017 16 Maggio 2017 - 15:00

Il 68% trova un lavoro a un anno dalla laurea triennale. Il 71% a un anno dalla incoronazione della magistrale. I primi guadagnano in media 1.104 euro netti al mese, i secondi 1.153. Ma uno su cinque è ancora senza un’occupazione. I dati del Rapporto 2017 di Almalaurea sul profilo e la condizione occupazionale dei laureati italiani conferma come il famoso “pezzo di carta”, nonostante la crisi, dia ancora una marcia in più rispetto ai diplomati. Peccato però che l’Italia sia un Paese povero di laureati, penultimo in Europa con solo 26 dottori ogni cento cittadini tra i 30 e i 34 anni.

L’indagine di Almalaurea ha coinvolto 153mila laureati triennali che hanno scelto di non proseguire il percorso di studi e immettersi nel mercato del lavoro (il 56% invece lo fa) e 76mila laureati magistrali biennali. A un anno dal conseguimento del titolo, i neolaureati mostrano un miglioramento – seppure lieve – del tasso di occupazione: +2% per la triennale, +1% per la magistrale. Parallelamente diminuisce, pur restando alto, il tasso di disoccupazione: 21% per chi ha la triennale, 20% per chi ha la specialistica. Se si fa il confronto con il 2008, i disoccupati tra chi ha il pezzo di carta universitario oggi sono quasi il doppio.

La situazione migliora dopo cinque anni dalla laurea, quando il tasso di occupazione sale all’87% tra i laureati triennali e all’84% tra i laureati alla magistrale. Mentre i disoccupati oscillano tra l’8 e il 9 per cento. Ma anche qui negli anni della crisi si è perso terreno.

Eppure laurearsi conviene ancora. All’aumentare del titolo di studio posseduto, «diminuisce il rischio di restare intrappolati nell’area della disoccupazione», spiegano da Almalaurea. «Generalmente i laureati sono in grado di reagire meglio ai mutamenti del mercato del lavoro, disponendo di strumenti culturali e professionali più adeguati». Non solo. I vantaggi occupazionali sono notevoli rispetto ai diplomati nell’arco di tutta la vita lavorativa: il tasso di occupazione della fascia d’età 20-64 è del 78% tra i laureati, contro il 65% di chi è in possesso di un diploma.

All’aumentare del titolo di studio posseduto, diminuisce il rischio di restare intrappolati nell’area della disoccupazione. Generalmente i laureati sono in grado di reagire meglio ai mutamenti del mercato del lavoro, disponendo di strumenti culturali e professionali più adeguati

IL LAVORO DEI LAUREATI. Ma che contratti hanno i laureati italiani dopo un anno? Qualcuno (14% per i laureati triennali, il 9% per i magistrali) fa il libero professionista o l’imprenditore. Uno su tre circa (34% di chi ha la specialistica) ha un contratto a tempo indeterminato. A cinque anni dalla laurea, il tempo indeterminato arriva al 61% per chi ha la triennale e al 56% per chi ha la specialistica. Ma nell’ultimo anno si è registrato anche un aumento dei contratti a tempo determinato e dei lavori non regolamentati da alcun contratto. E solo la metà dice di svolgere un lavoro coerente con gli studi fatti.

Sul fronte economico, a cinque anni dalla laurea, lo stipendio per chi ha la triennale cresce da 1.104 a 1.362 euro, mentre per chi ha la magistrale sale da 1.153 a 1.405 euro. Ma dal 2008 al 2013 il portafoglio si è assotiaglito parecchio. I laureati hanno perso quasi un quarto di quanto guadagnavano: -23% per i triennali, -20% per i biennali.

Forse per questo motivo, nel post laurea quasi la metà dei laureati è disposta a trasferirsi all’estero. E il 7% di chi consegue una laurea magistrale lo fa davvero, soprattutto in Europa, tra Regno Unito, Svizzera e Germania. Dove le retribuzioni medie percepite sono notevolmente superiori a quelle dei coetanei con lo stesso titolo di studio rimasti in Italia. I laureati magistrali biennali fuori dall’Italia guadagnano, a cinque anni dal titolo, 2.202 euro mensili netti, 64% in più rispetto ai 1.344 euro dei colleghi occupati in Italia.

Ma anche chi resta in Italia con una laurea guadagna mediamente in più rispetto a chi si è fermato al diploma. Nel 2012 un laureato guadagnava il 42% in più rispetto ad un diplomato di scuola secondaria superiore. Certo, il premio salariale della laurea rispetto al diploma, in Italia, non è elevato come in altri Paesi europei (+52% per l’UE22, +58% per la Germania e +48% per la Gran Bretagna), ma è comunque apprezzabile e significativo e simile a quello rilevato in Francia (+41%).

Poco più della metà (56%) dei laureati ha compiuto un’esperienza di tirocinio curriculare o stage riconosciuta dal corso di studi. E solo il 10,6% ha svolto esperienze di studio all’estero

LAUREATI, CHI SONO. Pochi e poco mobili, nel 2016 quasi la metà del totale dei laureati italiani (47%) ha conseguito il titolo nella stessa provincia in cui ha ottenuto del diploma. Poco più della metà (56%) ha compiuto un’esperienza di tirocinio curriculare o stage riconosciuta dal corso di studi. E solo il 10,6% ha svolto esperienze di studio all’estero. Mentre la quota di laureati di cittadinanza estera è del 3,5% sul complesso dei laureati, con una punta del 4,6% nei corsi magistrali biennali.

L’età media alla laurea per il 2016 è di 26 anni: 24,9 anni per i laureati triennali, 26,9 per i magistrali a ciclo unico e 27,5 anni per i laureati magistrali biennali. La regolarità negli studi degli studenti italiani è migliorata nel corso degli anni. Se nel 2006 concludeva gli studi in corso il 34% dei laureati, nel 2016 la percentuale raggiunge il 49 per cento. Quasi la metà.

I laureati italiani dicono di essere in gran parte soddisfatti del percorso universitario (88%), ma solo il 68% sceglierebbe lo stesso percorso e lo stesso ateneo. Migliorano le conoscenze linguistiche: la quota dei laureati con una conoscenza “almeno buona” dell’inglese scritto si aggira sul 76% e raggiunge l’80% tra i laureati magistrali biennali.

Il voto medio di laurea è sostanzialmente immutato negli ultimi anni ed è 102,5 su 110 nel 2016 (rispetto a 102,8 su 110 nel 2006): 99,6 per i laureati triennali, 104,2 per i magistrali a ciclo unico e 107,7 per i magistrali biennali.

Il background familiare si conferma un punto di partenza importante. Fra i laureati c’è una sovra-rappresentazione dei giovani provenienti da ambienti familiari favoriti dal punto di vista socio-culturale. Il contesto culturale e sociale di mamma e papà influisce anche sulla scelta del corso di laurea: i laureati provenienti da famiglie con livelli culturali più elevati hanno scelto più frequentemente corsi di laurea magistrale a ciclo unico rispetto ai laureati che hanno optato per un percorso “3+2”. La mobilità sociale, sì, ma fino a un certo punto.

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