Giovani senza futuro, ascensore sociale bloccato: i dati Istat sono da allarme rosso

I dati sulla disoccupazione e sull'inattività dei giovani sono allarmanti. E fotografano in paese fermo, senza fiducia, e che non investe sulle proprie risorse. Dato il quadro della situazione, a quanto pare, l'Italia non ha un futuro

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18 Maggio Mag 2017 1131 18 maggio 2017 18 Maggio 2017 - 11:31

Difficile leggere un quadro più duro e sconfortante di quello che l’Istat ha scodellato ieri, alla presentazione del suo venticinquesimo rapporto annuale. Duro, perché mettere nero su bianco, una volta per tutte, l’impoverimento dell’Italia. Peggio ancora, la progressiva erosione delle sue riserve di ricchezza. Sconfortante, perché al centro del problema ci sono i giovani, in proporzioni che non hanno eguali in Europa. E perché la nuova divisione in classi sociali fotografa la cristallizzazione di una società immobile. Meglio ancora, in cui l’ascensore sociale si muove solo verso i piani bassi.

I dati, dicevamo. Il 68% dei giovani sotto i 34 anni di età - quasi nove milioni di anime - vive ancora coi genitori. Tra loro, probabilmente, ci sono ancora quei sei milioni di ragazzi e ragazze - giovani blue collar, li chiama l’Istat - alle prese con contratti atipici e lavori sottopagati. Che, probabilmente, vivono sulle spalle dei quasi altrettanti pensionati d’argento - i retributivi, li chiamerebbe qualcuno - cui spesso tocca mantenere due famiglie. Di sicuro pure quel 24,3% dei giovani tra i 14 e i 29 anni - dieci punti sopra la media europea - che non studiano né lavorano. Un’emergenza, peraltro, che nel Mezzogiorno diventa da codice rosso.

Il 68% dei giovani sotto i 34 anni di età - quasi nove milioni di anime - vive ancora coi genitori. Tra loro, probabilmente, ci sono ancora quei sei milioni di ragazzi e ragazze alle prese con contratti atipici e lavori sottopagati. Che, probabilmente, vivono sulle spalle dei quasi altrettanti pensionati d’argento cui spesso tocca mantenere due famiglie. Di sicuro pure quel 24,3% dei giovani tra i 14 e i 29 anni - dieci punti sopra la media europea - che non studiano né lavorano. Un’emergenza che nel Mezzogiorno diventa da codice rosso

Sono numeri, questi, che generano altri numeri e altre politiche, che possono solo peggiorare le cose. Il tasso di natalità tra i più bassi al mondo, con più di un quinto della popolazione che ormai ha più di sessantacinque anni. Un welfare sbilanciato sulle pensioni e sulle istanze degli anziani, già oggi difficilmente sostenibile, figurarsi domani. Un’agenda di priorità che lascia ai margini la scuola, la formazione, l’innovazione, favorendo l’assistenzialismo. Un Paese che, salvo alcune eccezioni, si tramuta in un gigantesco cimitero degli elefanti da cui i giovani più brillanti scappano a gambe levate, mentre chi resta vive nella costante paura di diventare più povero.

Possiamo avere mille idee su come affrontare questo stato di cose. Possiamo arrenderci e alzare bandiera bianca. Possiamo puntare le nostre fiches sulla protesta e sul caos, sperando che sparigliare le carte - nonostante i precedenti poco incoraggianti - possa portare qualcosa di buono.
Oppure possiamo ostinarci a cercare di costruire un nuovo patto sociale, tra ricchi e poveri, tra generazioni, tra garantiti e non, che abbia al centro la consapevolezza che senza ribilanciare il welfare a favore di chi è più giovane, senza investimenti in formazione e innovazione e senza mobilità sociale questo Paese non ha alcun futuro. Difficile, non impossibile, se si raccontano le cose con onestà, senza paura di andare contro il senso comune di chi crede arriverà lo stellone magico a salvarci. Quel che non possiamo permetterci di fare è continuare a far finta di niente. Che poi è quel che abbiamo fatto ostinatamente fino a ora.

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