Amnesie made in Usa: la sporca guerra contro le Filippine che nessuno ricorda

Fu combattuta all’inizio del ’900: le truppe americane fecero uso di rappresaglie e tecniche di tortura, suscitando critiche da parte di intellettuali e militari. Ma alla fine vinsero, e dimenticarono tutto

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Wikimedia Commons/US Army

19 Maggio Mag 2017 0820 19 maggio 2017 19 Maggio 2017 - 08:20

A Rodrigo Duterte, il presidente delle Filippine, gli Stati Uniti non piacciono per nulla. Addirittura, a dicembre 2016 ha chiesto di porre fine a un accordo che permette libero accesso alle truppe Usa sul suo territorio. Delirio di un pazzo? Follia anti-americana? Andiamoci piano.

I rapporti tra i due Paesi sono piuttosto antichi. E risalgono almeno alla fine del XIX secolo, quando gli Stati Uniti sconfissero la Spagna nella guerra Ispano-americana. Per i filippini, da sempre soggiogati dal colonialismo spagnolo, sembrava la fine di un incubo: liberi dall’invasore, proclamarono nel 1898 la nascita di una repubblica, scrissero una costituzione e formarono un governo guidato da Emilio Aguinaldo. Una nuova era cominciava. O quasi.

Quello che i poveri filippini non sapevano era che, a molti chilometri di distanza, cioè a Parigi, gli Usa firmavano un trattato di pace con Madrid, prendendo possesso delle 7.600 isole che formano l’arcipelago delle Filippine alla modica cifra di 20 milioni di dollari. Fu una delusione. Da cui derivò una grande rabbia che si trasformò in poco tempo in una nuova guerra, contro gli Usa, dal 1899 al 1902. Secondo gli storici, è la prima guerra di controinsorgenza mai combattuta dagli Usa (se si escludono i vari stermini degli indiani, ma si parla di una cosa diversa).

Da un lato, insomma, c’erano le tattiche di guerriglia dei filippini, dall’altro, le zone di concentrazione statunitensi, fatte di terra bruciata, rappresaglie e torture. Già allora, per esempio, i prigionieri venivano sottoposti alla “cura dell’acqua”: una volta immobilizzati, veniva fatta scorrere dell’acqua sul loro naso e sulla bocca. Oggi si chiama “waterboarding”, ma nonostante gli scandali della stampa, non è una novità.

La guerra fu combattuta con grande ferocia e nonostante nel 1902 l’amministrazione Roosevelt (Theodore, non Franklin Delano) proclamò la vittoria, sul campo morirono 4.200 soldati americani e 20mila filippini. I civili furono ben di più: dai 250mila ai 750mila, a seconda delle stime. Nulla da festeggiare, insomma. Anche perché, come riportò il generale Miles, il ricorso alla tortura fu sistematico: “Niente potrebbe dare più danno al servizio militare degli Stati Uniti, o gettare più discredito sull’esercito americano che il commettere o anche giustificare anche un minimo questi atti, che appartengono a un’epoca e a una civiltà lontane dalla nostra”. E invece. La Casa Bianca, per tutta risposta, cercò di screditare i report del generale, tacciandolo di ambizioni politiche.

Ma la verità è che la guerra contro la Filippina fu davvero una guerra sporca. Venne criticata anche dagli intellettuali dell’epoca (Mark Twain, per esempio). Per questo motivo fu subito rimossa dalla memoria nazionale. Faceva a botte con l’idea, tutta americana, dell’eccezionalità americana. Della superiorità del nuovo continente. Un mito che, ancora oggi, è molto vivo. Sia negli Usa che in altri Paesi. Ma, come si può immaginare, non nelle Filippine.

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