Elogio di Scream, il disco di merda di Chris Cornell

Per tutti è la macchia indelebile sulla carriera dell’icona del rock, deceduta il 18 maggio a 52 anni: la sua collaborazione con Timbaland per reinventarsi re dell’electropop. Ma forse era solo troppo avanti. O forse ci ha presi tutti per il culo

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Uno screenshot dal video di “Part of me”, primo singolo di Scream (2009)

19 Maggio Mag 2017 0859 19 maggio 2017 19 Maggio 2017 - 08:59

”Uno dei più grandi momenti WTF della storia della musica“. Così Metal Hammer, bibbia metallara, aveva salutato l’arrivo nei negozi di Scream, terzo disco solista di Chris Cornell, morto suicida il 18 maggio 2017, a 52 anni, icona grunge con i Soundgarden, reinventatosi cantante dei Rage Against The Machine - ribattezzati Audioslave -, rimasti orfani dei dread di Zack de la Rocha.

Anno del Signore 2009, otto primavere fa. Sulla copertina del disco c’è il solito Cornell. Dal basso all’alto: Doctor Martin’s d’ordinanza, jeans sfrangiati, una maglietta marrone a maniche lunghe, i capelli lunghi e mossi al vento, una Gibson Les Paul tra le mani. Chris è fotografato nell’atto di spaccarla a terra, nel più iconico e iconoclasta gesto della rockstar. Stavolta però dietro quella copertina c’è un disco di electropop prodotto da Timbaland, mentore di gente come Nelly Furtado, Justin Timberlake e Madonna. E il disco, in effetti, suona esattamente come un disco di Nelly Furtado, Justin Timberlake e Madonna. WTF.

L’album della reinvenzione, lo definisce l’ufficio stampa della Universal. I comunicati stampa, e gli articoli che li riprendono pedissequi - senza aver manco ascoltato l’album, probabilmente - accostano Cornell al Bob Dylan della svolta elettrica. Sottotesto: oggi vi fa schifo, domani sarà il vostro Blonde on Blonde. I recensori non abboccano e demoliscono Scream. Rolling Stone, per dire, regala al nostro uno 0/10 che nemmeno Britney Spears. Provateci voi, del resto, a non incazzarvi nel sentire l’idolo dei vostri sedici anni, uno che friggeva la borghesia americana sul barbecue di Black Hole Sun, cantare “Ooooh, that bitch ain’t a part of me”, seduto in un saloon tra urletti, basi rnb e coreografie prese in prestito da Christina Aguilera.

Eppure. Eppure Chris Cornell quell’album l’ha sempre difeso. Ha raccontato che a convincerlo a lavorare con Timbaland sia stato il suo fratellastro, professione dj. Che pure Rick Rubin ci abbia messo del suo, di fidarsi del suo tocco magico - e voi che direste a uno che ha convinto Johnny Cash a reinterpretare Rusty Cage, una delle più spigolose tra le vostre canzoni. Che il lavoro in studio con un producer che non aveva mai conosciuto prima, di cui non aveva mai ascoltato nulla e che a sua volta mai aveva ascoltato nemmeno un accordo dei Soundgarden era stato intenso e proficuo. Che in fondo a lui da ragazzino piacevano Elvis Costello e Aretha Franklin, che ha cominciato ad ascoltare i Led Zeppelin quando gli avevano detto che aveva la voce uguale a Robert Plant. Che lui, in fondo, come performer, poteva fare quello che voleva, anche sculettare in falsetto in mezzo a una texture di vocoder presa in prestito dai Daft Punk. Che non rinnegava un bel cazzo.

Sta di fatto che la svolta Timbaland di Cornell è durata nemmeno lo spazio di un’estate e la sua carriera è finita in quel preciso momento, rianimata dalla renunion dei Soundgarden, con cui era in tour sino alla notte della morte. Nel frattempo, Jack White ha fatto un pezzo con Beyoncé, e giù applausi, Ryan Adams ha reinterpretato 1969 di Taylor Swift tra le ovazioni e i Flaming Lips hanno prodotto Miley Cyrus tra ali di critica adorante. E insomma, forse Cornell aveva semplicemente sdoganato il crossover tra electropop commerciale e rock alternativo con troppi anni d’anticipo, come chi arriva alla festa troppo presto e non trova nessuno. Forse Rick Rubin ci aveva visto giusto anche quella volta.

O forse - e sarebbe bello crederlo - Chris Cornell ci aveva tutti presi per il culo, noi e le nostre camicie di flanella. Se vi piace questa teoria cospirazionista, ascoltatevi Watch Out, l’ultima (orrida) traccia di Scream e, se non avete voglia di rivalutazioni postume scorrete col dito sino al minuto 5:02. In quel momento parte la chitarra di John Meyer e Cornell si trasforma nel più caldo bluesman bianco che abbiate mai sentito, con una ballata meravigliosa che si chiama Two Drink Minimum - lui dal vivo l'aveva ribattezzata As Hearts and Promises Fade - uno dei distillati più puri del suo talento. Nascosto, come si usava fare negli anni ’90.

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