L'ultimo miracolo di Maradona

Un ricordo dell'Argentina di mister Maradona al Mondiale 2010, quello dell'intervento divino e delle carambole

Mara
19 Maggio Mag 2017 0803 19 maggio 2017 19 Maggio 2017 - 08:03

Il presagio arrivò in una notte che diventò pioggia, poi diluvio e poi miracolo in fuorigioco. La sera del dieci ottobre 2009 Diego Armando Maradona si trovava a Buenos Aires, a pochi passi dalla linea laterale dello stadio Monumental. Alle sue spalle – altrettanto vicina ma allo stesso tempo tanto, troppo lontana – la panchina della nazionale Argentina. Il cielo della tarda primavera bonaerense aveva improvvisamente rovesciato un acquazzone su una partita brutta e nervosa, arbitrata in modo pessimo. Oltre quella linea bianca, oltre la punta dei piedi di Diego, i suoi giocatori si muovevano a fatica nel fango. Sopra le loro teste incombeva un cielo nero e pericolosamente vicino, attorno a loro una pioggia scura riempiva l’aria e avvolgeva la luce dei riflettori. E l’Argentina intera salutava in lacrime il suo idolo davanti al suo fallimento peggiore.

I giocatori del Perù erano asserragliati in area per difendere un pareggio che poteva sembrare inutile, ma soltanto a chi dimentica quanto è dolce tirare giù un dio dall’Olimpo e ballare sul suo cadavere. I giocatori argentini, frastornati, si guardavano intorno con la faccia sporca e umiliata, schiacciati dal cronometro che segnava il novantaduesimo minuto e dalla responsabilità di aver condannato l’uomo che non avrebbero mai voluto deludere. Soltanto uno di loro non aveva paura della tragedia che si stava abbattendo su tutto il paese sotto forma di diluvio e di pareggio. Un uomo strano, un pazzo totale, un incosciente, l’eroe di un film, il matto del villaggio, carne da cannone, soldato ottimista.

In quella notte di furia primaverile Martin El Loco Palermo, abbondantemente oltre la linea dei difensori e abbondantemente oltre la linea che separa la paura di perdere dalla certezza di vincere, segnò un gol a tre metri da una porta che non riusciva nemmeno a vedere, perché la pioggia era un muro e perché, probabilmente, aveva anche gli occhi chiusi. Pochi secondi dopo, mentre i compagni abbracciavano il pazzo che urlava alle intemperie e Diego si lanciava a volo d’angelo contro la pioggia, Víctor Hugo Morales strappava una frase alla penna e alla voce di María Elena Walsh, consegnandola ai faldoni più preziosi della storia del calcio: “Tantas veces me mataron, tantas veces me morí, sin embargo estoy aquí, resucitando.”

Oltre quella linea bianca, oltre la punta dei piedi di Diego, i suoi giocatori si muovevano a fatica nel fango. Sopra le loro teste incombeva un cielo nero e pericolosamente vicino, attorno a loro una pioggia scura riempiva l’aria e avvolgeva la luce dei riflettori. E l’Argentina intera salutava in lacrime il suo idolo davanti al suo fallimento peggiore.

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