IL BASTONE E LA CAROTA

Violetta Bellocchio? Meglio lasciar perdere le scene di sesso. La vera poetessa radicale è Fernanda Romagnoli

Il bastone e la carota: due libri a settimana, uno raccomandato e uno sconsigliato. 'Mi chiamo Sara, vuol dire principessa' di Violetta Bellocchio è una storia banale, nella trama e nella forma. Se c'è una poetessa con gli attributi è Fernanda Romagnoli con 'Il tredicesimo invitato'

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19 Maggio Mag 2017 0825 19 maggio 2017 19 Maggio 2017 - 08:25

Il bastone. La storia è questa. Sara Monfasani ha quindici anni e vive a Settima, “un paese lungo la statale 45” che “cresceva tutto a destra, venendo da Piacenza”, “c’era una chiesa, c’erano due strade”. Anno di grazia 1983, la provincia è eccitante come Giacomo Leopardi quando specula sul tedio. Sara ha una fissa per Antonio, che ha 32 anni e fa il divo in tivù. Per questo, un giorno, lascia tutto, scrive su un biglietto che va a Roma, ma in realtà va a Milano. “Ero pronta, ero bella. Ero terribile, ero speciale. Ero l’acqua del fiume, ero i sassi lungo il fiume. Ero speciale. Ero bella”, dice lei, questa autistica della meraviglia, un incrocio tra Emma Bovary e Ambra Angiolini all’epoca di Non è la Rai. A Milano Sara diventa Roxana. La ragazzina svampita di provincia evolve in una divetta usa-e-getta. Come ci riesce? Prima mastica solitudine in un cesso di albergo milanese. Poi – mestruata – incontra il suo bell’Antonio. Che la benedice, Re Mida del pop, le dona la fama, la riempie di soldi, se la porta a casa e a letto. Sara, che ora è Roxana, non sa fare niente. Non sa cantare. Non sa recitare. Ma è bella, e tanto basta. E in testa le frulla un sillogismo aristotelico: “io sono l’unica ragazza del mondo. Ce ne sono altre, ma nessuna è uguale a me, quindi alla fine sono l’unica che conta qualcosa”. Convinta di ciò, Sara ha successo. Ma il successo, si sa, dura quanto una lattina di CocaCola. Sara viene scaricata dal bell’Antonio, che nel frattempo trova un’altra strafiga da gettare nel tritacarne televisivo. La nuova fiamma si chiama “Jessica James, veniva da Melbourne, Australia. Era arrivata in Europa in cerca di avventure”. Antonio “l’aveva scoperta che cavalcava un toro meccanico gridando, ancora ancora ancora, in una sagra di paese fuori Rimini”. Sara sta sempre peggio, dimagrisce, viene scaricata da tutti. Ma trova il coraggio di scappare. Non è ancora maggiorenne. Si rifugia a Tellaro, magnifico borgo sulla costa ligure, dal suo amico Vic, che saprà amarla. Sara si riconcilia anche con mammà. Ha capito quali sono le cose belle della vita (“Tagliare il pane è diventata un’esperienza che facevo durare un minuto”), ora fa la pittrice. E vissero felici e contenti. Fine. Per raccontare la lieta parabola, a essere generosi, basterebbero dieci pagine. A Violetta Bellocchio, contravvenendo alla regola base dell’arte narrativa – a meno che tu non sia James Joyce o Thomas Mann, scrivi levando, frenando l’ansia di dire tutto, altrimenti al lettore non resta niente e si annoia subito – ci vogliono 285 pagine per delineare il destino della sua eroina, che scopre il senso della vita in una scatoletta di tonno (“mi sono messa in bocca tutto il tonno con le dita, e il primo pezzo che mi ha toccato la lingua è stato un ritorno in un posto caldo, un bacio che durava un anno”). Afflitta da bulimia narrativa, la Bellocchio, infrange un altro paio di regole auree. Intanto – a meno che tu non sia il Marchese De Sade o abbia l’esperienza sul campo di Rocco Siffredi – evitare le scene di sesso, si rischia il patetico (esempi: “lui era bello e caldo, odorava di pelle, ci siamo baciati tantissimo”; “mi aveva fatto capire cos’era il sesso, come poteva essere quando provavi qualcosa di vero”). Inoltre: lascia perdere gli anni Ottanta e l’euforia dell’edonismo. Li ha già raccontati come si deve Pier Vittorio Tondelli. Incurante di queste indicazioni dettate dal buonsenso, la Bellocchio scrive un romanzo che dovrebbe andare allegato a un barattolo di caffè. Altrimenti, vi addormentate dopo una manciata di pagine. Risolta la morale della storia nell’atavico adagio non è tutto oro quel che luccica, ci si domanda a quale lettore sia destinato il romanzo. Ai nostalgici degli anni Ottanta? Ad Ambra Angiolini? A Isabella Santacroce, verso cui la Bellocchio manifesta una taciuta invidia? Secondo me la Bellocchio coltiva Barbie nel giardino di casa. Quando sono giunte a perfetta maturazione, le sradica e gli legge quello che scrive. Loro, poverette, sorridono felici, non sanno fare altro.

Violetta Bellocchio, Mi chiamo Sara, vuol dire principessa, Marsilio, pp.286, euro 17,50

La carota. La consacrazione accadde nel 1980, a Bologna. Rapida e rapace come ali di vetro. Fernanda Romagnoli ottiene il Premio Nazionale Gatti. In giuria siede Vittorio Sereni, poeta maximo. Garzanti, grazie all’interessamento di Attilio Bertolucci e Carlo Betocchi, ha pubblicato da poco Il tredicesimo invitato. I giornali esultano a “una delle voci più alte del nostro Novecento”. Quella di Fernanda Romagnoli è la storia di una emancipazione abortita. Ed è anche la parabola del disastro dell’editoria presente. Nata a Roma da genitori modesti, Fernanda lavora negli anni Quaranta presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche dell’Istituto di Geofisica. Nel 1943 trova la via della lirica, pubblica Capriccio. A meno che tu non sia Virginia Woolf o George Eliot, il romanzo è un genere virile, per i maschi che hanno gli attributi. Nell’atto poetico, invece, le donne, da Saffo in poi, hanno squassato la lingua, con furia liberatoria. Fernanda si sposa nel 1948 con un ufficiale di cavalleria reduce dall’India dopo sei anni di prigione. In prigione, ora, finisce lei. Fa la maestra elementare, è ingabbiata dalla famiglia. Coltiva il futuro scrivendo a Diego Valeri e ad Andrea Zanzotto. Nel 1973 Guanda, su interessamento di Bertolucci, pubblica Confiteor. Alla Romagnoli dobbiamo alcune tra le più acuminate poesie sul disastro degli affetti. “Nei ghetti del mio corpo, certe notti,/ i cinque sensi circolano cupi”, scrive in Sobillazione. Lei, invece, è una poesia di rara crudeltà. “Lei non ha colpa se è bella,/ se la luce accorre al suo volto,/ se il suo passo è disciolto/ come una riva estiva,/ se ride come si sgrana una collana./ (…) Se tu l’ami, lei non ha colpa./ Ma io – la vorrei morta”. Esempio radicale di come l’odio possa dare solo buoni frutti estetici. “Una poetessa come la Romagnoli”, ha scritto Donatella Bisutti, “vedeva divergere i binari della sua vita verso la catastrofe, obbligata e incapace di coniugare due opposti: come donna l’ubbidienza, come artista la ribellione”. Catastrofica, piuttosto, è l’alcova culturale italiana, che ha soffocato la voce della Romagnoli. L’anno scorso ricorrevano un paio di anniversari doc: i 100 anni dalla nascita e i 30 dalla morte di una delle poetesse italiane più radicali di sempre. Nessuno ha avuto il genio e la grazia di ripubblicarla come si deve. Ma ci tocca sorbirci la Bellocchio.

Fernanda Romagnoli, Il tredicesimo invitato, Libri Scheiwiller, 2003

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