Diario di due giorni coi migliori ventenni d’Italia

Cronaca di un bootcamp organizzato da The Adecco Group per scegliere, tra otto finalisti su undicimila partecipanti, chi affiancherà il capo per un mese. La sentenza? Le élite italiane sono più normali di quanto crediamo. E ciò che le rende speciali è quel che non sanno fare

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Gli otto finalisti del concorso “Ceo For One Month 2017“ organizzato da The Adecco Group Italia

20 Maggio Mag 2017 0800 20 maggio 2017 20 Maggio 2017 - 08:00

Confesso. Confesso che mi sembrava tutta una pagliacciata, l’idea di scegliere un giovane talento per fargli fare l’assistente del capo per un mese. Peggio ancora, la patetica imitazione di un format televisivo. Confesso che mi faceva pure arrabbiare questo giovanilismo da copertina con le migliori menti di una generazione, mentre in Italia tre giovani su dieci non studiano né lavorano. Confesso che sono sobbalzato sulla sedia quando ho letto le prove che avrebbero dovuto affrontare, dalla costruzione di una torre di Lego alla fuga da una stanza chiusa. Confesso che ero tentato di alzarmi dalla sedia, ringraziare The Adecco Group di avermi scelto e tornarmene in redazione a lavorare, invece di perdere due giorni così, a fare il giurato per una cosa del genere mentre Trump rischia l’impeachment. Confesso, e mi si perdoni la prima persona singolare.

Volevo, ma non l’ho fatto. E sono contento che abbiano prevalso l’inerzia, il senso del dovere e la curiosità di vederli, questi otto giovani super-talenti, progressivamente scremati tra undicimila - anzi, come da comunicato stampa: 11.300 - che avevano accettato di partecipare a questo concorso che la multinazionale svizzera tiene da tre anni nei quarantotto Paesi al mondo in cui opera. Soprattutto - narcisismo canaglia: ora ti capisco, Morgan - volevo capire se sarei stato in grado di vedere tra loro il talento dei talenti, di sostenerlo, di imporlo agli altri sette giurati, principalmente gente che si occupa di risorse umane nella più grande azienda che si occupa di risorse umane. Se la mia idea di leadership avrebbe coinciso con la loro.

Il coach Andrea, un entusiasta italo londinese con la camicia aperta, ci spiegava con dovizia di particolari quel che avremmo dovuto fare, magnificando un metodo di riconoscimento del talento sviluppato da un tale Robert Hogan, con un fideismo tale da farmi ripiombare nello scetticismo più nero. I ragazzi - prima prova - avrebbero aperto il risultato dei loro test davanti ai nostri occhi e avrebbero discusso davanti a noi i risultati emersi, provando ad analizzare le discrepanze tra la loro percezione di sé e quella che sarebbe emersa da un test oggettivo, da fuori. Di fatto, un primo assaggio di quella pietanza che si chiama reputazione. Primo punto per il coach Andrea: idea niente male.

Mi aspettavo un manipolo di cloni con l’Mba in Bocconi, programmati per eccellere e comandare, élite figli di élite, metropolitani fino al midollo. E invece mi ritrovo di fronte i figli della provincia e dei distretti industriali - Treviso, Vicenza, Modena, Ancona - gente che ha frequentato scuole normali, con famiglie normali, amici normali, valori normali

Mentre parla, però, preferisco dare un’occhiata ai curriculum vitae dei ragazzi che stavano per entrare nella sala, non fosse altro che gli altri giudici avevano avuto l’occasione di uno speed date con loro la sera prima e ne parlavano come di amici di vecchia data. I curricula, dicevamo: c’era Alberto, nato e cresciuto a Treviso, ma di stanza a Londra, un master a Zurigo e quattro lingue in tasca. C’era Lin, in arte Linda, infanzia in Cina presente in Italia, un master alla Bocconi e un diploma di pianoforte classico al conservatorio di Mantova. E ancora Gianmarco, diploma da ragioniere e 110 e lode in economia. Ed Elisabetta, che lavora ad Accenture, insegna danza e fa volontariato tra i migranti. Ancora: Davide, emiliano, laureato in comunicazione, innovazione e multimedia con una tesi sui contenuti virali, nonché educatore per bambini diversamente abili. Claudia da Ancona, la più giovane del gruppo, miglior studentessa del primo anno al corso di economia e management della Ca’ Foscari di Venezia, mentre in contemporanea frequentava l’università del volontariato di Treviso. E Alessandro, che sta ancora studiando alla Luiss, ma che ha già in curriculum di lavori ed esperienze di studio tra Londra e New York. E infine Marta, figlia di un imprenditore orafo vicentino che se n’è andato in Perù a produrre maglieria fatta a mano - «il mio modello», dichiara nella sua pagina di presentazione - mentre lei si laureava con lode in economia, frequentava un master in international business a Londra, imparava cinque lingue oltre l’italiano, metteva sul mercato una app per ottimizzare il processo di parcheggio dell’automobile, si occupava del posizionamento sul mercato di una nuova etichetta di Prosecco e, già che c’era, allenava una squadra giovanile di pallacanestro. Dimenticavo: ognuno di loro ha dai 22 ai 25 anni e vive giornate di ventiquattro ore, come tutti noi.

Le convinzioni cominciano a vacillare. Mi aspettavo un manipolo di cloni con l’Mba in Bocconi, programmati per eccellere e comandare, élite figli di élite, metropolitani fino al midollo. E invece mi ritrovo di fronte i figli della provincia e dei distretti industriali - Treviso, Vicenza, Modena, Ancona - gente che ha frequentato scuole normali, con famiglie normali, amici normali, valori normali. Nessun predestinato dal censo, dal cognome e dalla cerchia dei Bastioni tanto per essere chiari. Nel frattempo loro, i ragazzi, sono arrivati e sono lì seduti davanti a me. Pure le facce tradiscono normalità, tra pettinature alla penultima moda, andature sgraziate, sorrisi timidi che tradiscono abissi d’insicurezza. Sono i migliori che abbiamo e sono dei ragazzi normali. Evviva. Ora sì, sono davvero curioso.

Le prove si susseguono una dietro l’altra, alla faccia di chi mi aveva detto che avrei avuto un sacco di tempo libero per lavorare. Però è interessante osservare, ad esempio, che questi ragazzi siano più interessati ai loro difetti - punti di sviluppo, li chiama coach Andrea -, che a veder magnificati i loro pregi, cosa che peraltro immagino abbia accompagnato la loro vita fino a quel momento. O che quel maledetto test di Hogan ci prende terribilmente nel delineare le personalità di chi ho di fronte e vi basti come esempio il fatto che sia stato contestato apertamente da quello che pochi minuti dopo sarebbe stato bollato, a risultati aperti, come lo scettico del gruppo (due a zero, coach Andrea). O ancora, che far recitare ai ragazzi un monologo in cui devono interpretare il loro modello di riferimento è un modo meraviglioso per capire chi sono. Piccolo inciso statistico: l’unica donna che è stata impersonata - Angela Merkel, a volte il mondo è strano - l’ha scelta un maschio. Gli altri hanno scelto soprattutto supereroi.

La cosa bella di questi test è che sono stati un disastro. Almeno cinque monologhi su sette erano banali, alcuni quasi imbarazzanti. Il caso aziendale roba da libri in tribunale in meno di una settimana. La gestione delle dinamiche di gruppo, qualcosa di simile alla riunione di un movimento della sinistra extraparlamentare. Otto magna cum laude e nemmeno dalla stanza chiusa sono riusciti a uscire

Soprattutto, però, la cosa bella di questi test è che sono stati un disastro. Almeno cinque monologhi su sette erano banali, alcuni quasi imbarazzanti. Il caso aziendale - dovevano presentare al board una strategia di rilancio di una catena alberghiera - roba da libri in tribunale in meno di una settimana. La gestione delle dinamiche di gruppo, qualcosa di simile alla riunione di un movimento della sinistra extraparlamentare, con conversazioni che si sovrappongono una sull’altra, deviazioni lunghe e inconcludenti su dettagli inutili e nessun leader in grado di fare sintesi della complessità. Otto magna cum laude e nemmeno dalla stanza chiusa sono riusciti a uscire.

Eppure, ci crediate o meno, è proprio nel gestire questa enorme, palese inadeguatezza di fronte a prove più grandi di loro che i ragazzi hanno dimostrato davvero perché tra undicimila e trecento sono stati scelti proprio loro otto. In una frase: perché hanno sempre affrontato le prove al massimo delle loro possibilità, dando sempre l’impressione che stessero assorbendo nuova conoscenza come spugne, che stessero superando per l’ennesima volta i loro limiti, che sono ragazzi che imparano qualcosa ogni volta che fanno qualcosa. Cannibali di esperienze. Foolish non so. Sicuramente hungry.

Ha vinto Marta, alla fine, davanti a Davide e Alberto. E sì - ho le prove - era esattamente la mia prima scelta nella mia terzina. In realtà, eravamo tutti d’accordo. Come spiegavano sia coach Andrea sia Monica, la responsabile delle risorse umane di Adecco, in sessioni prolungate come queste le potenzialità e la predisposizione a un determinato ruolo emergono in modo naturale. Mi parla del Perù e di suo padre, Marta, quando la chiamo per farle qualche domanda, nella più classica delle interviste alla vincitrice. Siamo entrambi su un treno regionale che ci sta portando lontano da Milano e la linea cade parecchie volte. Parliamo di vino, di Steph Curry e dei playoff Nba, delle sue collaborazioni con giornali dello stato di New York, dei concorsi letterari cui ha partecipato. Dei due giorni precedenti, ancora una volta, ne parla solo per chiedere quali siano stati i giudizi negativi su di lei. Cibo per la sua ossessione al miglioramento, a farsi domande anziché a darsi risposte. Forse, penso, la scuola dovrebbe prendere a modello questa sua, questa loro, tensione a imparare cose nuove anziché a dimostrare quel che sanno. Forse qualcosa cambierebbe. Forse l’Italia non è ancora spacciata.

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