Perché abbiamo lasciato la nostra vita nelle mani dei giudici

Dalla politica, al divorzio, al fine-vita, alla religione, ai diritti. L'Italia è un paese in cui la magistratura è il supplente di tutti i poteri, e la sua azione non si limita ai campo che le compete, ma invade tutti i settori del vivere

The Judge Thumb660x453
20 Maggio Mag 2017 0830 20 maggio 2017 20 Maggio 2017 - 08:30

La Cassazione è mobile. A Sesto Empirico, filosofo del II secolo dopo Cristo, sarebbe forse stata simpatica: da buon scettico, al giusto assoluto, cui muoveva una critica radicale, preferiva il giusto situazionale, dedotto da un' idea di bene e male sempre formulata a partire da opinione e necessità, cioè da particolarità.

La scorsa settimana, una sentenza della Suprema Corte che ha negato il mantenimento alla moglie di un ex ministro, ritenendola capace di provvedere a sé stessa, ci ha fatto tutti parlare di una rivoluzione del diritto di famiglia, del matrimonio, del costume italiano, persino dell'amore. Un "terremoto giurisprudenziale" che avrebbe ridotto in macerie il criterio del tenore di vita, sostituendolo con quello, più attuale, del merito: se la legge non ringiovanisce, ci pensa la Cassazione. Se la legge imbriglia, la Cassazione libera. Se la legge tace, la Cassazione dice.

Pochi giorni dopo, però, la stessa Cassazione ha emesso una sentenza opposta, respingendo il ricorso di Silvio Berlusconi al maxi assegno divorzile richiesto dall’ex moglie, Veronica Lario, perché "la separazione non elide la permanenza del vincolo coniugale". "Il divorzio estingue il vincolo matrimoniale sul piano personale, economico e patrimoniale", si leggeva nell'altra sentenza. A chi ha fatto notare il rimbalzo contraddittorio, è stato evidenziato che la differenza tra le due sentenze deriva dalla differenza degli istituti giuridici su cui si sono pronunciate: il divorzio nel primo caso e la separazione nel secondo. Non fa una piega, ma non conta: ciò che è interessante è che la giustizia è diventata una rubrica di costume e società, una bussola socio-culturale. Più che la legittimità di una sentenza, si discute il suo impatto, più che la sua afferenza alla norma, la sua capacità di fare il primo passo verso il rinnovamento di quella norma.

La giustizia è diventata una rubrica di costume e società, una bussola socio-culturale. Più che la legittimità di una sentenza, si discute il suo impatto, più che la sua afferenza alla norma, la sua capacità di fare il primo passo verso il rinnovamento di quella norma

La maggior parte delle questioni affrontate dal dibattito pubblico italiano, soprattutto negli ultimi mesi, arrivavano dai tribunali. La dinamica è sempre la stessa: una sentenza viene emessa, i giornali scrivono che "la Cassazione, una volta per tutte…", il dibattito s'infuoca.
L'altra sequenza possibile è: fatti di cronaca assai simili si susseguono evidenziando un vuoto normativo, il paese si divide su come riempirlo (solitamente, le fazioni sono: giustizieri da Far West e buonisti senza frontiere), la Cassazione si pronuncia su uno di quei casi di cronaca e ne dissipa il dissidio, quantomeno perché le fazioni ne strumentalizzano la decisione a conforto della propria tesi, sia in senso negativo che positivo.

“È essenziale l'obbligo per l'immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale in cui ha liberamente scelto di inserirsi", si legge nella dibattuta sentenza con cui, la scorsa settimana, la Cassazione ha respinto il ricorso di un indiano Sikh, condannato dal tribunale di Mantova a corrispondere un'ammenda pecuniaria di duemila euro per aver circolato armato di kirpan, un coltello lungo circa venti centimetri, che la sua religione gli impone di indossare e, altresì, di non usare mai per aggredire. Il kirpan è un oggetto simbolico, che testimonia l'aderenza di chi lo porta alla schiera di "soldati di Dio": per questa ragione, negli ultimi anni (in Lazio ed Emilia Romagna, esistono folte comunità di indiani Sikh), molti giudici hanno dovuto pronunciarsi sulla liceità di un oggetto sì di culto, ma che è, a tutti gli effetti, un'arma. Quando parlano gli ermellini, tuttavia, un caso particolare diventa un principio generale. In mancanza di un ordinamento che stabilisce regole precise, d'altronde, come potrebbe andare diversamente? La legge italiana non si pronuncia o si pronuncia in maniera lasca e bizzarra (quindi soggetta a un'incontrollabile varietà di interpretazioni) su un gran numero di temi la cui ri-regolamentazione è resa urgente dalla naturale evoluzione della società, dal suo allargarsi e mutare.

Sebbene l'Italia sia un paese con un tasso elevato di casi di malagiustizia, esiste un fideismo cieco nei confronti dell'operato della magistratura (spiegabile forse con qualcosa che proprio Colombo ha spiegato a questo giornale, mesi fa: "tradizionalmente, la giustizia è sempre stata considerata una vendetta istituzionale"

In Italia, le sentenze formano e informano il senso comune e alla sospensione di giudizio non sembra più riservato neanche il tempo delle indagini. Un esempio? Ilaria Capua, virologa ed ex deputata di Scelta Civica, accusata di essere "una trafficante di virus" sulla base di materiale di indagine, è stata prosciolta da ogni accusa quando l'aula di Montecitorio aveva già votato per le sue dimissioni.

È successo trent'anni dopo il caso di Enzo Tortora, noto conduttore televisivo coinvolto in uno degli errori giudiziari più eclatanti della storia italiana recente (fu arrestato per traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico e assolto in via definitiva dopo molti mesi di reclusione, durante i quali i media lo massacrarono). Sul Foglio, scrivendo del libro di Ilaria Capua appena uscito in libreria, Luciano Capone ha ricordato che, dal carcere, Enzo Tortora scrisse alla sua compagna: "Mio compito è far sapere e gridare non solo la mia innocenza, ma battermi affinché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo, vengano a cessare" (Lettere a Francesca, Pacini Editore). Gli errori giudiziari sono possibili, spesso persino fortemente probabili e, anche quando una sentenza è giusta, non ristruttura mai l'ordine infranto, soprattutto rispetto al condannato (è una delle ragioni per cui Gherardo Colombo, il magistrato pentito di Mani Pulite, ha cambiato mestiere). Incredibilmente, sebbene l'Italia sia un paese con un tasso elevato di casi di malagiustizia, esiste un fideismo cieco nei confronti dell'operato della magistratura (spiegabile forse con qualcosa che proprio Colombo ha spiegato a questo giornale, mesi fa: "tradizionalmente, la giustizia è sempre stata considerata una vendetta istituzionale" ) e una sete inestinguibile di verdetti finali su ogni campo dell'agire umano.

La politica ha demandato ai tribunali una parola semi-definitiva sul suicidio assistito, dal caso Englaro a Dj Fabo

La politica ha demandato ai tribunali una parola semi-definitiva sul suicidio assistito: a otto anni dal caso di Beppino Englaro, che dopo una lunga battaglia giudiziaria e politica ottenne l'autorizzazione del giudice Filippo Lamanna, a interrompere l'idratazione e nutrizione artificiale cui sua figlia Eluana era sottoposta da 17 anni, spaccando in due il paese, la Camera ha approvato una legge sul biotestamento (aprile scorso). A giugno sarà forse chiaro se Marco Cappato, che a febbraio ha accompagnato in Svizzera dj Fabo per permettergli il suicidio assistito secondo la sua volontà, verrà o meno perseguito (la richiesta di archiviazione della procura di Milano è stata respinta): l'impatto di quella sentenza segnerà e deciderà probabilmente molto di più del decreto della Camera dello scorso aprile. L'Ilva di Taranto è stata bloccata dalla magistratura. E' impressionante come l'azione dei giudici sia più decisiva di quella dei politici.

Ventincinque anni fa, l'inchiesta di Mani Pulite scavò un fosso nel quale la sua (tentata) rivoluzione avrebbe dovuto gettare la corruzione. Nel tentativo di moralizzare la politica, però, Mani Pulite finì con l'annichilirla. Oggi, in quel fosso, ci sono i partiti. Mario Sechi ha scritto che la congiuntura italiana è oggi identica a quella del 1992 (chi non lo ha pensato guardando la serie tv omonima?), quando si inaugurò il solo tratto persistente degli anni a venire: l'immanenza della magistratura sulla scena politica. Fu allora che Di Pietro fondò un partito che sancì l'azione politica delle toghe, la cui eredità culturale è quella che, all'inaugurazione di questo anno giudiziario, ha consentito a Piercamillo Davigo, presidente dell'associazione nazionale magistrati, di affermare che gli errori giudiziari non esistono perché "il giudice non è presente quando viene commesso il reato, sa solo le cose che gli raccontano: se un teste mente, non lo può sapere". A gennaio di quest'anno, nel rapporto sull'Italia dell'organo anticorruzione del Consiglio d'Europa, si raccomandava all'Italia di limitare i giudici in politica e regolare il conflitto di interessi dei deputati. Un intervento in questa direzione, da parte di una politica delegittimata dai cittadini e tenuta in scacco dalla magistratura che può determinarne le sorti, è piuttosto improbabile (evitiamo di riaprire il file Berlusconi, ma la vicenda di Tiziano e Matteo Renzi ne è una rappresentazione perfetta). Disse una volta quel demonio di Giulio Andreotti che "la bellissima scritta "la legge è uguale per tutti" sta sempre alle spalle dei giudici e mai davanti".

Fate un gioco: scrivete su un motore di ricerca Raffaele Cantone. Noterete che il magistrato, oggi presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, si è espresso su qualunque cosa

Fate un gioco: scrivete su un motore di ricerca Raffaele Cantone e, accanto, più temi di attualità recente. Noterete che il magistrato, oggi presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, si è espresso su qualunque cosa. Mara Maionchi ha detto che lo avrebbe scelto volentieri come nuovo giudice di X Factor: una boutade che voleva forse essere un elogio della impassibile oggettività di Cantone e, dall'altra, rivela con quanta pervasività lui sia entrato nell'immaginario più pop.

"Non bisogna essere necessariamente colpevoli per aver paura dei magistrati", ha scritto Jorge Louis Borges, perché la giustizia di questo mondo ha i limiti di questo mondo, è fallibile, corruttibile, vanesia.

Il totalitarismo giudiziario di cui ha scritto Pierluigi Battista sul Corriere della Sera (16 gennaio scorso) e che benda lo sguardo al nostro paese, si esplica certamente nel fatto che affidiamo ai giudici l'individuazione e la lettura del bene e del male. Insieme alla sete di verdetti e vendette che abbiamo, tuttavia, questo è forse la spia di un ripudio dell'egualitarismo (uno vale uno è un principio che, noi che siamo il paese dei particolarismi, dovremmo sapere che attecchisce solo in prima istanza, solo quando si urla in piazza).
Le leggi non si contraddicono ma le sentenze sì (vedere i due casi sugli assegni di mantenimento), le leggi sono fredde e universali, le sentenze sono sempre casi a sé.
C'è, forse, in questa onnipresenza della magistratura nelle nostre vite e nel fatto che i magistrati siano i soli "potenti" ritenuti ancora affidabili, una non articolata, magmatica, confusa richiesta di tutela particolare. Il grande tabù scandaloso per cui non vogliamo stare in mezzo ai tutti davanti ai quali la legge è, implacabilmente, uguale.

Potrebbe interessarti anche