Piantatela di celebrare Milano, le state scavando la fossa

Moderna, internazionale, accogliente: ormai celebrare il capoluogo lombardo è lo sport nazionale. Eppure, nonostante tutto, la realtà è diversa. E chi fa finta di non vederla, soprattutto se milanese, fa il male della città

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Gregory Shamus / NBAE / Getty Images / AFP

22 Maggio Mag 2017 0813 22 maggio 2017 22 Maggio 2017 - 08:13

Possiamo dirlo, da milanesi d’adozione, che la retorica che circonda Milano è diventata insopportabile? Che è insopportabile sentir magnificare ogni giorno la bellezza di una città che bella non è - non come Roma, Venezia, Firenze o anche solo Palermo e Napoli, solo perché ha sistemato una cloaca a cielo aperto qual era la Darsena e ne ha fatto l’ennesimo ritrovo per aperitivi? O sentir parlare di metropoli solo perché ha qualche grattacielo in più? O di un avamposto della modernità perché ha il car sharing e il bike sharing, il record degli appartamenti affittati attraverso AirBnb e degli spazi di coworking? O della capitale di qualunque cosa identifichi l’Italia nel mondo, dal design alla moda, dal cibo alla cultura, solo perché celebra ognuno di questi settori con una settimana di feste in cui si mangia e si beve gratis? O, per finire, della città dell’amore fraterno dopo la marcia dei centomila a favore dell’accoglienza a profughi e migranti?

Disclaimer: bisognerebbe essere ciechi o in malafede per non accorgersi che Milano è effettivamente migliorata parecchio, nel giro degli ultimi dieci anni almeno, che non è più la città uscita con le cicatrici di Tangentopoli, al termine di una stagione altrettanto autocompiaciuta come quella degli anni ’80 e della Milano da Bere. Che, è vero, i turisti stanno aumentando, che l’edilizia sta ripartendo, che ci sono tanti progetti in cantiere, primo fra tutti la riqualificazione dei sette scali ferroviari. Che molti giovani, sempre di più, la stiano scegliendo per viverci e lavorarci. Allo stesso modo, tuttavia, bisogna essere ciechi per non accorgersi che sotto la crosta della retorica e della rappresentazione, Milano è ancora una città piena di problemi e di cose che non vanno, di vizi e difetti molto italiani e poco internazionali. E soprattutto, che la sua gloria non traina il Paese, ma al contrario drena ogni energia e ogni risorsa alle altre metropoli italiane e ai territori che la circondano.

Solo pochi giorni fa abbiamo appreso che tra le società accusate di avere rapporti con la mafia da Ilda Bocassini ce ne sarebbero pure alcune che si occupano della sicurezza del Palazzo di Giustizia. Immaginate i fiumi d’inchiostro fosse successo a Palermo o a Napoli. Peraltro in quella conferenza stampa la Bocassini ha detto che la corruzione a Milano «è dilagante». Immaginate gli editoriali se queste parole fossero state pronunciate a proposito di Roma. Sotto la Madonnina, nessuno ne parla. Ne va del momento magico della città

Qualche esempio: solo pochi giorni fa abbiamo appreso che le società che si occupano della sicurezza del Palazzo di Giustizia avrebbero rapporti con la mafia. Confermate o meno che siano le ipotesi di reato, immaginate i fiumi d’inchiostro fosse successo a Palermo o a Napoli. Peraltro in quella conferenza stampa la Bocassini ha detto, testuale, che la corruzione a Milano «è dilagante». Immaginate gli editoriali se queste parole fossero state pronunciate a proposito di Roma. Sotto la Madonnina, nessuno ne parla. Ne va del momento magico della città.

Così come nessuno dice che il 40% circa degli appartamenti a City Life e a Porta Nuova - ah, la skyline - sono rimasti invenduti. Che Tempo di Libri - la manifestazione che doveva strappare Il Salone del Libro al Lingotto di Torino è stata un flop. Che nonostante le marce e gli arcobaleni, 58 sindaci sui 134 dell’area metropolitana milanese non hanno firmato il Protocollo sull’accoglienza e la ripartizione dei profughi che dovrebbe diventare modello «per l’Italia e per l’Europa», secondo il ministro Minniti. Che tutti i celebrati investimenti che Milano ha attratto in questi mesi non hanno prodotto un euro di Pil aggiuntivo per il Paese, visto che si tratta di realtà italiane come Sky o Mediaset che hanno spostato la loro sede da Roma, secondo quello che Giancarlo Viesti, in un suo recente articolo, ha definito come “un fenomeno di concentrazione economica”, aggiungendo che ai milanesi “interessa molto meno lo stato generale del Paese. Milano pensa solo a se stessa e non più come capitale industriale, morale e creativa”.

Ancora: che non esiste piazzale antistante una stazione ferroviaria che sia terra di nessuno come quello di fronte alla Stazione Centrale, anche dopo il blitz delle forze dell’ordine dello scorso 3 maggio, visto quel che è successo solo pochi giorni dopo. Che, nonostante il car sharing e il bike sharing, l’aria di Milano continui a essere irrespirabile. Che i poveri e le disuguaglianze stiano aumentando, anziché diminuire, così come il disagio abitativo delle periferie e dell’hinterland. Che i lavori della quarta linea della metropolitana, quella che collega la città col suo city airport, sono in ritardo di almeno un anno, stando all’ultimo cronoprogramma, e che comunque quella linea inizialmente avrebbe dovuto essere pronta per Expo. Che il passante ferroviario è terra di nessuno. Che la produzione culturale cittadina, in ogni suo ambito, è in stallo da almeno un decennio. Che di startup in grado di diventare unicorn a livello globale non se ne sono ancora vista e difficilmente se ne vedranno. Che tra i primi venti ecosistemi per startup al mondo ce ne siano ben sei europei, ma di Milano nemmeno l’ombra.

I milanesi celebrino pure i loro miglioramenti, quindi. Ma non dimentichino che la strada che separa Milano da una qualunque metropoli europea è ancora lunga, lunghissima. Che i caroselli, gli storytelling e le (auto)celebrazioni si fanno alla fine del campionato, non dopo aver chiuso in vantaggio il primo tempo della prima giornata. Che pure Roma e Torino, dopo il Giubileo del 2000 e le Olimpiadi del 2006 erano diventati dei “modelli”, degli archetipi di sviluppo post-burocratico e post-fordista celebrati da editorialisti in cerca di storie facili. Oggi a Torino e Roma non si parla più di modello e lo storytelling è quello del Movimento Cinque Stelle. Se lo stampi in testa Milano. E torni a chinarla, umile e calvinista, come ha sempre saputo fare. Altrimenti, rischia un brusco risveglio.

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