Società

25 anni dalla strage di Capaci, l’antimafia è più divisa che mai

Dopo 25 anni dall’uccisione del giudice Falcone, della moglie e di tre uomini della scorta, l’antimafia è attraversata da veleni, divisioni e accuse. Il fratello di Montinaro, caposcorta di Falcone: “L’antimafia di facciata esiste. Il problema vero è riuscire a smascherarla”

Capaci
23 Maggio Mag 2017 0830 23 maggio 2017 23 Maggio 2017 - 08:30

Venticinque anni fa, 23 maggio del 1992. Sulla Fiat Croma marrone, la prima delle tre che accompagnano Giovanni Falcone e la moglie Francesco Morvillo, viaggiano tre agenti della scorta. Vito Schifani guida, Antonio Montinaro è seduto accanto, Rocco Dicillo dietro. Alle 17:58 la loro auto è la prima a saltare in aria all’altezza dello svincolo di Capaci. Mille chili di tritolo che fanno volare la Croma marrone dall’altra parte dell’autostrada, in un campo di ulivi. Mentre la Croma bianca, su cui viaggia Falcone con la moglie e un agente di scorta, si disintegra. Si salvano tra le lamiere Giuseppe Costanza, l’autista seduto dietro nell’auto del giudice, e gli altri agenti della Croma azzurra. Sono feriti, ma vivi.

Sulla strada si apre un buco “come il cratere di un vulcano”, dicono. Davanti a quel buco, a quella colonna di fumo nero che si alza da Isola delle Femmine, la città di Palermo stavolta non rimane con le mani in mano. Dai balconi sventolano le lenzuola (i lenzuoli) bianche in segno di protesta, per differenziarsi da quella atrocità. È il seme dell’antimafia come la conosciamo oggi.

Cinque anni prima Leonardo Sciascia aveva profetizzato l’esistenza dei “professionisti dell’antimafia”. Ma le stragi del 1992 segnano la data di nascita di una nuova spinta nella società civile. Tre anni dopo nascerà Libera. E da lì comitati, fondazioni, associazioni, movimenti che portano i nomi delle vittime di mafia. Ma 25 anni dopo, mai come in questo momento, l’antimafia è attraversata da veleni, divisioni e accuse.

Le associazioni intanto si sono moltiplicate. Solo quelle iscritte nei registri di comuni e delle regioni oggi sono circa 2mila. Ma molti di quelli che erano diventati miti dell’antimafia, colpo dopo colpo, negli ultimi anni sono caduti a suon di inchieste. Come Silvana Saguto, la magistrata accusata di corruzione nella gestione dei beni confiscati; Rosy Canale, condannata per aver sperperato i denari delle donne di San Luca; Roberto Helg, presidente della Camera di commercio di Palermo condannato per concussione in primo grado. E poi ancora le indagini su Pino Maniaci, su Adriana Musella e la sua gerbera gialla, e persino su un paladino dell’antimafia come Antonello Montante. Da casi come questi è nata anche una spaccatura interna alla stessa Libera, quando Franco La Torre, figlio di Pio, ha fatto notare durante un’assemblea l’assenza di prese posizione dell’associazione sulle indagini. Poco dopo La Torre verrà «cacciato con un sms».

La stessa Commissione parlamentare antimafia sta indagando (sembra un paradosso) sulla degenerazione dell’antimafia e dei suoi finti o presunti portabandiere

L’antimafia attira denari. Attorno alla lotta alla mafia girano soldi, e non pochi, tra libri, fondi pubblici, elargizioni di ogni tipo e costituzioni di parte civile. Solo lo stanziamento a disposizione del Programma operativo nazionale (Pon) legalità per il Sud ammonta a oltre 377 milioni. E dove ci sono i soldi nascono i veleni. Rosy Canale con i soldi destinati alla lotta alla ‘ndrangheta ci aveva comprato due macchine e prenotato le vacanze. Il fondatore dell’associazione Antigone-Museo della ‘ndrangheta Claudio La Camera è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver usato i fondi dell’antimafia anche per acquistare oggetti di modellismo, sottraendo fino a 434mila euro di soldi pubblici. La stessa Commissione parlamentare antimafia sta indagando (sembra un paradosso) sulla degenerazione dell’antimafia e dei suoi finti o presunti portabandiere.

L’ultimo botta e risposta di accuse riguarda Addiopizzo. In un audio circolato in Rete, Andrea Cottone, Cinque stelle fuoriuscito da Addiopizzo, critica l’uso dei fondi pubblici del candidato sindaco dei Cinque stelle di Palermo Ugo Forello, che ha presieduto l’associazione fino all’anno scorso. Cottone descrive un «circuito meraviglioso» per il quale «si convincono gli imprenditori a denunciare, si portano in questura e gli avvocati diventano automaticamente uno fra Forello e Salvatore Caradonna». Poi Addiopizzo si costituisce parte civile, e come parte civile i vertici dell’associazione chiedono i rimborsi «e se li liquidano loro stessi». Nell’audio si parla anche della gestione definita «poco trasparente» dei fondi del Pon Sicurezza, e del presunto conflitto di interessi degli esponenti di Addiopizzo, presenti sia nel comitato del ministero degli Interni che gestisce il fondo per i risarcimenti agli imprenditori estorti sia nei collegi difensivi degli imprenditori stessi (una doppia presenza che era già stata denunciata in commissione antimafia nel 2014). Addiopizzo ha smentito e ha annunciato di procedere per vie legali.

Dietro le manifestazioni, le marce e gli striscioni, a venticinque anni da Capaci l’antimafia insomma è più divisa che mai. Persino la famiglia Morvillo ha scelto da poco di ritirare il proprio cognome dalla Fondazione Falcone, diretta da Maria Falcone, dopo la separazione della salma del giudice da quella della moglie. Ma la decisione di prendere le distanze sarebbe dovuta, come ha raccontato Alfredo Morvillo, fratello di Francesca, anche alla scarsa attenzione che la fondazione avrebbe dedicato alla figura della sorella in tutti questi anni. E per la prima volta, dopo 25 anni, i nomi di Giovanni e Francesca Falcone cammineranno separati.

In un clima di spaesamento e divisioni, si cercano punti di fermi nell’antimafia, nomi di cui non dubitare. Si cerca una di tracciare una riga netta tra l’antimafia vera e quella “di facciata”. Non per forza collusa (ci sono pure i personaggi che di giorno marciano contro i criminali e di giorno ci fanno affari), ma diventata ormai un “brand” per costruirsi una carriera e organizzare dibattiti con tanto di gettoni di presenza. In nome di persone uccise dalle mafie, come ha denunciato il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, si organizzano anche progetti da 250mila euro l’uno.

Ho incontrato gente “specializzata” nell’organizzazione di eventi con questo taglio, gente che addirittura mi ha proposto un gettone di presenza per partecipare. L’antimafia di facciata esiste eccome. Il problema vero è riuscire a smascherarla. Io stesso, che seleziono moltissimo gli eventi a cui partecipare, corro il rischio di prendere parte a eventi farlocchi

Brizio Montinaro, fratello di Antonio Montinaro, caposcorta di Falcone rimasto ucciso nella strage di Capaci

Tra i più critici oggi c’è proprio Brizio Montinaro, fratello di quell’Antonio Montinaro che il 23 maggio del 1992 saltò in aria sulla Croma marrone che precedeva Falcone. La sua stessa famiglia in questi anni si è divisa sul senso da dare all’impegno antimafia. Da una parte la vedova di Antonio Montinaro, Tina, che negli anni ha fondato diverse associazioni (l’ultima si chiama Quarto Savona Quindici) e che fa su e giù per l’Italia per portare la testimonianza di quello che resta del relitto dell’auto su cui viaggiava suo marito. A fine anni Novanta Tina Montinaro attaccò aspramente quello che definiva un trattamento economico eccessivo dei collaboratori di giustizia, poi intraprese una battaglia contro il giudice tutelare di Palermo Antonino Scarpulla, che l’aveva criticata per la “sovraesposizione” dei due figli (uno dei quali Montinaro l’aveva chiamato Giovanni, proprio come Falcone). E fu anche al centro delle polemiche quando accettò la cittadinanza onoraria del comune di Salemi guidato da Vittorio Sgarbi, poi sciolto per mafia. Accanto a lei milita una delle sorelle Montinaro, Matilde, che a Calimera, il paese d’origine della famiglia in provincia di Lecce, ha fondato un’associazione, Nomeni, in cui però nessuno dei fratelli risulta tra i soci.

Dall’altro lato ci sono le altre sorelle di Montinaro, Anna e Donatina, e Brizio, fratello maggiore di Antonio, che per molti anni ha deciso di restare in silenzio, evitando telecamere e interviste, ma partecipando spesso a incontri e dibattiti nelle scuole. «Se c’è la speranza di poter solleticare la riflessione e la spinta verso un mondo migliore ciò può avvenire solo intervenendo sulle giovani generazioni», spiega.

In questi anni in tanti hanno contattato Brizio, che di mestiere fa l’architetto, per partecipare a dibattiti e tagli di nastri di strade e piazze dedicate a Falcone e Borsellino. «Ho incontrato gente “specializzata” nell’organizzazione di eventi con questo taglio, gente che addirittura mi ha proposto un gettone di presenza per partecipare», racconta. «L’antimafia di facciata esiste eccome. Il problema vero è riuscire a smascherarla. Io stesso, che seleziono moltissimo gli eventi a cui partecipare, corro il rischio di prendere parte a eventi farlocchi. E di questo ti puoi accorgere solo dopo aver conosciuto meglio promotori e partecipanti. Anche nelle nostre famiglie di vittime di mafia c’è chi si fa prendere la mano più dall’apparire che dall’essere».

Da due anni, Brizio Montinaro ha deciso persino di non partecipare più neanche alle giornate della memoria di Libera. Non segue le iniziative della cognata né quelle della sorella. E lui stesso in occasione dei 25 anni dalla morte di suo fratello ha scelto di fare il “giro largo” dalle manifestazioni ufficiali. «Sarò in Sicilia tra scuole e università, e quest’anno anche in Calabria, per portare avanti a modo mio la memoria di Antonio e delle stragi», racconta. Con lui ci sono il movimento della Agende Rosse, Scorta Civica e anche Alfredo Morvillo, appena fuoriuscito dalla Fondazione Falcone. A due giorni dal 23 maggio, si sono ritrovati davanti alle tombe di Francesca e Antonio al cimitero dei Rotoli di Palermo. Mentre la cognata Tina Montinaro sarà a Palermo per riportare a casa la Croma blindata su cui viaggiavano gli agenti della scorta di Falcone in quel 23 maggio del 1992. Che ha cambiato tutti. Persino l’antimafia.

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