All'Italia serve una "ricerca strategica" per le politiche pubbliche. Perché non riconvertire l'Inapp?

In Italia i contenuti delle politiche pubbliche hanno rispecchiato più la logica del consenso e dunque dei compromessi “partigiani” rispetto a quella della risoluzione dei problemi. Perciò serve un ente pubblico che si occupi di policy advice per risvegliare le politiche economiche e sociali

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23 Maggio Mag 2017 1120 23 maggio 2017 23 Maggio 2017 - 11:20

“In Italia, manca un vero e proprio ente pubblico in grado di fornire attività di policy advice strategico di medio e lungo periodo”. È questo il messaggio chiave del report intitolato “La ricerca strategica al servizio delle politiche economiche e sociali”, curato dal professor Maurizio Ferrera (Università di Milano), dal professor Anton Hemerijck (Istituto universitario europeo di Fiesole) e dalla dott.ssa Maria Tullia Galanti (Università di Milano) che è stato presentato il 23 maggio a Roma, in Corso Italia, presso l’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (ex. Isfol, ndr.). A discutere i contenuti della ricerca erano presenti il Presidente dell’Inapp, Stefano Sacchi, ma anche Luigi Caso (Capo di Gabinetto, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali), Sabino Cassese (Giudice emerito, Corte costituzionale), Nunzia Catalfo (Vicepresidente Commissione Lavoro e previdenza sociale, Senato), Cesare Damiano (Presidente Commissione Lavoro Pubblico e Privato), Luigi Fiorentino (Vice Segretario Generale, Previdenza del Consiglio dei Ministri) e Maurizio Sacconi (Presidente Commissione permanente Lavoro e previdenza sociale, Senato).

Commissionata dalla stessa Inapp, la ricerca si compone di un’analisi comparativa dei principali enti europei attivi nel settore. Ma cos’è il policy advice? In Italia, il termine si traduce appunto con “ricerca strategica” e, a prescindere dal binomio di turno, si riferisce alla “consulenza scientifica e alla produzione di analisi e raccomandazioni di medio e lungo periodo per lo sviluppo di politiche pubbliche”. In molti potrebbero storcere il naso di fronte alla richiesta di creazione di un’ulteriore istituto pubblico. Ma il report di Ferrera, Hemerijck e Galanti ci pone, in effetti, di fronte all’ennesimo ritardo italiano in materia di welfare.

Quella della “consulenza strategica governativa” è un settore – alcuni lo chiamerebbero addirittura mercato – che collega ricerca scientifica e decision making. Una sorta di “zona grigia”. Ma per una volta, non si tratta di un limbo da connotare negativamente, anzi. Oggigiorno, in Italia, i politici, sebbene siano pressati dal “cambiamento dei bisogni sociali”, dai problemi di “una contestazione sociale permanente” e da una “mancanza di idee prospettiche”, guardano ancora poco alle soluzioni che, proprio il mondo della ricerca, potrebbe fornirgli su un piatto d’argento.

Come scrivono Ferrera, Hemerijck e Galanti, sono due i principi fondanti del policy advice in Europa: da un lato, l’“indipendenza” gestionale dei direttori degli enti rispetto ai finanziatori pubblici e, dall’altro, la vicinanza dei centri di ricerca ai luoghi del potere esecutivo. In altre parole, per creare un esempio di ricerca strategica seria, vanno garantiti “credibilità e autonomia scientifica”

Nel report si legge che “l’Italia ha un forte ritardo e molte lacune rispetto alle esperienze europee. Al di là della retorica, nel nostro paese la sfera politica ha tradizionalmente prestato poca attenzione ai risultati della ricerca sociale a orientamento empirico”. E ancora: “I contenuti delle politiche pubbliche hanno rispecchiato più la logica della politique politicienne (la logica del consenso e dunque dei compromessi “partigiani”) che quella della risoluzione dei problemi”. In tutto ciò, secondo gli autori del rapporto, “il lato “tecnico” del policy making si è quasi esclusivamente servito di competenze giuridiche e contabili”.

E se per alcuni il Cnel dovrebbe essere un punto di riferimento nel settore, secondo gli autori del report, quest’ultimo “è stato incapace di svolgere un ruolo attivo di policy advice. A dimostrarlo sono la proliferazione, nel corso degli ultimi 25 anni, di centri di ricerca privati o in seno ad altre istituzioni pubbliche. Centri che però hanno condotto soprattutto studi di implementazione e monitoraggio di politiche pubbliche già in essere.

Di fronte al ritardo italiano, ha dunque senso guardare all’Europa e far orecchie da mercante. Nel report, di esempi da seguire ce ne sono molti: dall’Institute for Future Studies svedese, a France Stratégie in Francia, passando per le Commissioni di ricerca speciali tedesche – in Germania, da ultimo, va menzionata la Commissione sugli Investimenti guidata dal direttore dall’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw) , Marcel Fratzscher. Ma come non ricordare la controversa Commissione Hartz di inizio secolo? E sebbene le varie esperienze europee si contraddistinguano per alcune specificità nazionali, ci sono alcuni punti comuni indissolubili.

Come scrivono Ferrera, Hemerijck e Galanti, sono due i principi fondanti del policy advice in Europa: da un lato, l’“indipendenza” gestionale dei direttori degli enti rispetto ai finanziatori pubblici e, dall’altro, la vicinanza dei centri di ricerca ai luoghi del potere esecutivo. In altre parole, per creare un esempio di ricerca strategica seria, vanno garantiti “credibilità e autonomia scientifica”, nonché l’ancoraggio delle attività di ricerca all’interno dei processi formali di realizzazione delle politiche. Per fare un esempio, in Olanda, il Governo si avvale della consulenza del Consiglio scientifico per le politiche di governo (“WetenschappelijkeRaadvoorhetRegeringsbeleid”, ndr.)per lo sviluppo di scenari socio-economici di medio periodo e lungo periodo. Nel momento in cui l’ente in questione si esprime, l’esecutivo è costretto a rispondere pubblicamente ai risultati della ricerca.

Cosa si può fare concretamente nel Belpaese? Nelle conclusioni dello studio, Ferrera suggerisce di non reinventare la ruota del welfare. Ecco allora una soluzione pragmatica: perché non riconvertire proprio l’Inapp in un “centro di ricerca strategica” a servizio dell’esecutivo e che sia in grado di fornire analisi di medio e lungo periodo sugli scenari del mondo dell’economia, del welfare e del lavoro? Un centro di eccellenza che possa contribuire, attraverso ricerche di “ampio respiro”, a schiarire la visione ai politici di turno, per creare politiche economiche e sociali sostenibili. Fantascienza? No, semplicemente scienza nell’interesse pubblico.

Del resto, che questa sia la via maestra, lo ha affermato anche il Presidente dell’Inapp, Stefano Sacchi, che negli ultimi mesi, insieme allo staff, ha dato il via alla trasformazione dell’Istituto: “La funzione dei centri di policy advice è quella di allentare la tensione tra complessità dei problemi e rapidità delle decisioni: l’Inapp, oltre alle sue storiche funzioni di analisi e monitoraggio, rilancia quella di consulenza strategica, presentando una struttura in grado di fornire al decisore politico scenari e proposte di intervento, assieme agli strumenti per valutare attentamente i vari effetti delle diverse scelte sul nostro futuro”.

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