A Manchester l’Isis colpisce, ma in Medio Oriente li stiamo stritolando

In Siria e Iraq il cosiddetto Stato Islamico sta perdendo terreno sempre più sotto i colpi della coalizione internazionale. L'Isis ha i mesi contati. La gara tra russi e americani a chi arriva per primo a Raqqa

YOUNIS AL-BAYATI/AFP/Getty Images
24 Maggio Mag 2017 0705 24 maggio 2017 24 Maggio 2017 - 07:05

Proprio nelle ore in cui da Manchester continuano ad arrivare i dettagli dell’orrore, e si scopre che l'attentatore sarebbe Salman Abedi, un cittadino britannico di 22 anni di origini libiche, nella patria dello Stato Islamico la lama della coalizione anti-Isis è finalmente arrivata a un millimetro dalla gola del Califfato. Il dominio territoriale del fanatismo islamico sta per crollare e questo, se anche non impedirà che il terrorismo jihadista possa continuare a colpire l’Occidente, sarà un duro colpo per le capacità organizzative oltre che per l’immagine dell’Isis.

Mosul è la capitale irachena dello Stato Islamico. Qui Al Baghdadi, nel 2014, proclamò la nascita del Califfato islamico di Iraq e Siria. Ad oggi le forze regolari irachene, supportate dalla coalizione internazionale a guida Usa, dai Peshmerga curdi e dalle milizie popolari (prevalentemente sciite e legate all’Iran), hanno costretto i seguaci dell’Isis in un fazzoletto di 3 chilometri quadrati. Sono asserragliati nella città vecchia, disseminata di trappole esplosive e cecchini. Ma il loro destino è segnato, casa dopo casa prosegue l’avanzata delle forze anti-Isis e il conto alla rovescia per la caduta di Mosul è oramai agli sgoccioli.

Raqqa è invece la capitale siriana dello Stato Islamico. Qui, secondo gli investigatori francesi, sarebbero stati pianificati gli attentati di Parigi del 2015 e la città sarebbe in generale il fulcro organizzativo degli attentati compiuti in Occidente. Negli ultimi mesi l’area circostante la città è stata erosa da parte delle Syrian Democratic Forces (Sdf), la coalizione di ribelli siriani guidata dai curdi del Ypg, e proprio nelle ultime ore si è stretto l’assedio da nord verso la città. L’assalto al suo centro è imminente.

L’azione delle Sdf delle ultime settimane ha conosciuto un significativo salto di qualità, dovuto da un lato al corposo contributo delle forze speciali americane che operano sul terreno e dall’altro dall’invio di materiale bellico avanzato, sempre da parte degli Usa. Questi due provvedimenti sono entrambi riconducibili alla presidenza Trump, che ha sorpassato le remore della precedente amministrazione, timorosa – tra le altre cose – di indispettire eccessivamente l’alleato turco. Ankara ritiene infatti l’Ypg (che delle Sdf è la componente maggioritaria) un’organizzazione terroristica legata al Pkk curdo-turco.

Ci vorranno forse diverse settimane perché la città venga completamente liberata, ma anche in Siria le speranze di sopravvivere per lo Stato Islamico sono pressoché nulle. Caduta Raqqa gli uomini dell’Isis potranno al massimo ritirarsi nell’area desertica dell’est del Paese, forse cercare di asserragliarsi nell’ultima città che ancora potrebbe resistere, Deir ez Zor, sull’Eufrate.
Ma anche qui potrebbero al massimo prolungare di pochi mesi l’agonia. Nella città è già presente un contingente militare lealista di Assad, che resiste da anni all’assedio. Verso la città è poi ora partita una “corsa” tra diversi attori regionali e internazionali, con i lealisti che – supportati dai russi e dall’Iran - cercano di avanzare nel deserto (passando sopra anche alcuni territori controllati da ribelli sostenuti dagli Usa, ma estranei alle quattro aree di de-escalation concordate nell’ultimo round negoziale tra Russia, Iran e Turchia, più regime e ribelli) e gli Usa che sperano di arrivare primi, magari calando da nord sfruttando ancora una volta le Sdf.

Queste campagne militari non avvengono senza un costo, molto pesante, in termini di vittime civili. Negli ultimi trenta giorni solo in Siria le vittime civili sarebbero state, secondo quanto riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani, 225, di cui 44 bambini e 36 donne. Secondo le forze armate americane – che danno delle stime più contenute – le vittime civili in Siria e Iraq da che sono cominciate le operazioni contro l’Isis sarebbero comunque già più di 350.

Al di là di qualsiasi retorica, e della perdurante necessità di limitare questi numeri il più possibile, le vittime civili sono inevitabili in qualsiasi conflitto. E nella guerra al terrorismo islamico, in particolare in questa fase contro l’Isis, sono ormai diventate inevitabili anche le vittime civili sul suolo europeo. Specialmente se – come confermato finora nel 90% dei casi e vedremo quali dettagli emergeranno da Manchester – i terroristi che colpiscono sono cittadini europei.

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