Ai terroristi non frega nulla dei nostri valori, vogliono solo costringerci a odiarli

Lo scontro di civiltà è interno al mondo islamico: noi siamo solo carne da macello, il nemico esterno che dovrebbe spingere alla radicalizzazione chi oggi non lo è. Capirlo, vuol dire comprendere che qualunque risposta violenta al terrore fa il gioco dei terroristi

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BEN STANSALL / AFP

24 Maggio Mag 2017 0804 24 maggio 2017 24 Maggio 2017 - 08:04

Prima lo capiamo, meglio è: non siamo noi, i nostri valori, la nostra libertà l’obiettivo della violenza del terrorismo di matrice islamica. Non gliene frega nulla, ai Salman Abedi, Salah Abdeslam, Ibrahim El Bakraoui, Mohamed Lahouaiej Bouhlel, Anis Amri e a tutti gli altri che hanno seminato violenza e morte in Europa nell'ultimo anno e mezzo dell’amore lieve delle nostre ragazze, della Generazione Erasmus che va ai concerti rock, e di nessun’altra delle simbologie che abbiamo appiccicato, postuma, a ogni vittima di ogni recente attentato, quasi a volerne fare dei martiri dell’Occidente.

Spiacenti: a Parigi, a Bruxelles, a Nizza, a Berlino, a Manchester è morta quella che per i terroristi è carne da macello. Selezionata in funzione della facilità dell’obiettivo - il concerto di Ariana Grande a Manchester non è la finale di Champion’s League - e dell’entità del danno potenziale, non da particolari gradienti di apostasia delle vittime. È un punto importante, questo, perché chiarisce il nostro ruolo nella sfida lanciata dal nuovo radicalismo islamico che si coagula attorno alla sigla in franchising dello Stato Islamico.

L’obiettivo, per l’integralismo salafita è il dominio del mondo islamico. Il nemico, è chi - all’interno del mondo islamico - non vuole il califfato globale governato dalla Sharia. Gli attentati sono il mezzo per polarizzare quel mondo, per «trasformare la società (islamica, ndr) in due gruppi opposti, dando la miccia a una violenta battaglia tra di loro la cui fine è o una vittoria o il martirio». Sono parole, quelle che abbiamo virgolettato, contenute in un libro scritto nel 2004, intitolato “The management of savagery”, “La gestione della brutalità”, considerato una delle basi ideologiche dell’Isis.

L’obiettivo, per l’integralismo salafita è il dominio del mondo islamico. Il nemico, è chi - all’interno del mondo islamico - non vuole il califfato globale governato dalla Sharia. Gli attentati in Occidente sono il mezzo per polarizzare quel mondo

In altre parole, ciò che l’Isis vuole provocare è una guerra civile all’interno dell’Islam affinché trionfi la sua versione più ortodossa. Per farlo, serve un nemico esterno da combattere, contro cui chiamare alle armi. È a quel punto che entriamo in gioco noi. La strategia è quasi infantile: prenderci a schiaffi fino a costringerci a odiarli, tutti, indistintamente. Per poi aver gioco sempre più facile nel radicalizzare, nel reclutare, nel fare proseliti contro la pacifica e laica convivenza tra confessioni religiose diverse nella medesima società. Eliminare la zona grigia, ovunque essa sia.

È una strategia che ci deve preoccupare perché è priva di qualsiasi remora. Per costringerli a odiarli, a odiare qualunque cosa abbia fattezze islamiche, non hanno esitato a far saltare in aria delle bambine di otto anni. Possono fare ancora di peggio, se possibile, e probabilmente lo faranno. Non cedere e non derogare ai valori che fondano le nostre società, pur sapendo tutto questo, è la sfida immensa dell’Europa dei giorni a venire.

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