Confessiamolo: ci stiamo abituando al terrore, ed è un bel problema

Gli attentati ci sconvolgono sempre meno. La distanza e l'abitudine ci fanno ignorare l'orrore. Ma non dobbiamo né raffreddarci né rassegnarci. L'unica via è vivere la nostra vita sapendo che siamo sull'orlo del pericolo

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Ben STANSALL / AFP

24 Maggio Mag 2017 1030 24 maggio 2017 24 Maggio 2017 - 10:30

Avevo scritto un pezzo. L’avevo scritto sui piedi di Chiara Ferragni. Cioè sulla polemica nata dall’intervista ai piedi di Chiara Ferragni. Non un pezzo di alto giornalismo ma, voglio dire, che non sono Indro Montanelli lo sapete già. L’avrei mandato oggi, in redazione. Qualcosa da limare, qui e là, ma era fatto. Parlava di sessismo, di body-shaming, di invidia sociale, di haters e di altri capitali problemi da primo mondo. Poi c’è stato l’attentato a Manchester. Un concerto, di nuovo. Pieno di ragazzini, stavolta. Il terrorismo. La violenza. L’allarme. La paura. Oltre ai morti e ai feriti, naturalmente. Alla fine, l’articolo non l’ho più mandato, non ce l’ho fatta.

Mi sono chiesta: se l’attentato fosse stato altrove, l’avrei mandato? Sì, insomma, fuori dai confini della nostra Europa, al di là dell’Occidente, in quel caso, avrei premuto “invia”? La risposta, in effetti, è stata “Sì”. Se fosse stato lontano, non avrebbe intaccato così tanto il mio pudore. Non avrei avuto così tanti problemi a discorrere di frivolezze e amenità.

Del resto, scoppia sempre una bomba da qualche parte, no? Sono sempre in guerra, da qualche parte, no? Da qualche parte, lontano, no? È così, del resto, che siamo cresciuti. Per noi, la “guerra” era una roba che si studiava a scuola, un errore da non ripetere, un’iniziativa statunitense contro cui manifestare negli anni del liceo, un racconto dei nostri nonni, un fatto distante, sostanzialmente estraneo (anche se c’è stata sempre, a un passo da noi, al di là del Mediterraneo o, peggio ancora, al di là dell’Adriatico; anche se tutti conoscevamo qualcuno che aveva un figlio/cugino/fidanzato militare, in “missione di pace”, che al ritorno si sarebbe comprato la macchina nuova o avrebbe avuto i soldi per l’anticipo della casa). Per noi, la guerra, era un tema teorico, una bandiera arcobaleno da appendere al balcone per dimostrarsi contrari alla missione in Afghanistan. Punto.

Ci stiamo abituando. Lentamente, ma ci stiamo abituando. Certo, continuiamo a provare indignazione, collera, risentimento, cordoglio, disperazione, naturalmente. Ma, tutto questo, lo esprimiamo ogni volta un po’ di meno

Prendete i nostri genitori: quelli hanno vissuto gli anni di piombo, il terrorismo politico, che certo non è come vivere sotto i bombardamenti, però hanno sperimentato perlomeno il senso di minaccia, le esplosioni, gli attentati, noi no. Noi ricordiamo, a stento, i servizi al tg della strage di Capaci, ma eravamo bambini. Dopodiché siamo cresciuti nella suggestione che non ci sarebbe mai successo di aver paura nelle nostre città, con la fede incrollabile che avevamo nelle nostre democrazie, nel nostro sistema, nei nostri valori, che avevano dei limiti certo, ma erano i nostri. Non avevamo idea di cosa significasse sentirsi in pericolo a un concerto del proprio gruppo preferito (immaginatevi se pensavamo a un attentato, in coda per la tappa dei Take That o delle Spice Girls), in metropolitana, in stazione, in chiesa, a un mercatino di Natale. Noi non siamo abituati a nulla di tutto questo, perché non l’abbiamo mai vissuto.

Però, ci stiamo abituando. Lentamente, ma ci stiamo abituando. Certo, continuiamo a provare indignazione, collera, risentimento, cordoglio, disperazione, naturalmente. Ma, tutto questo, lo esprimiamo ogni volta un po’ di meno. Se dopo la strage di Charlie Hebdo i nostri social erano un profluvio di “Je suis Charlie” e di Tour Eiffel stilizzate; se dopo il Bataclan i nostri smartphone fibrillavano di notifiche, di discussioni infervorate, in cui ci si confrontava per spiegarsi l’inspiegabile; se per mesi ci siamo interrogati sulla brutalità di ciò che accadeva; ebbene oggi la ferocia senza soluzione dell’attentato a Manchester, fa vibrare meno i nostri telefoni, intasa meno le nostre timeline, accumula meno notifiche nei nostri gruppi whatsapp. Oggi, più di due anni fa, ci sembra chiaro che risposte a buon mercato non ce ne sono.

La morte ci appare improvvisamente meno tragica, o più accettabile? Dubito. Ci stiamo facendo il callo? Come si potrebbe. Ci stiamo lentamente rassegnando all’idea di convivere con questa violenza indiscriminata? Ce la meritiamo? Siamo tutti colpevoli e complici di un Occidente omicida? Oppure diventiamo razzisti? Cos’è che dobbiamo fare? Avere paura? Dire che niente ci fa paura? Partecipare? Qual è il modo giusto di reagire? Non esiste una risposta definitiva a queste domande.

Tuttavia, superata la dimensione (pur rilevante) emotiva, ci sono cose di cui farebbe bene rendersi conto. Per esempio, che viviamo nella cosiddetta “società del rischio globale”, nella quale i pericoli non sono circoscritti in una data dimensione spazio-temporale, bensì diffusi, non localizzabili, con conseguenze potenzialmente illimitate, difficili — se non impossibili — da prevenire e da evitare. Per esempio, che la natura incerta di questo rischio diventa fonte di insicurezza estrema, inquietudine generalizzata e vulnerabilità, ed è la cifra caratterizzante della società globalizzata in cui viviamo: in altri termini, ci percepiamo perennemente esposti a rischi incalcolabili (attentati, guerre, disastri ambientali, minacce nucleari, crolli finanziari, cibi contaminati, surriscaldamento globale, inquinamento), quasi tutti di origine antropica (cioè: ce li siamo costruiti da soli) e non ci sentiamo in alcun modo capaci di fronteggiarli.

Resta il fatto che, dopo aver sfogato le emozioni che proviamo, anche quando sono amarissime, furiose, cieche, dobbiamo sforzarci di essere lucidi

Per esempio, che i media (e i social-media) giocano un ruolo nella partita, il loro contributo a edificare questa cortina di angoscia permanente, questa segregazione negli incubi peggiori della nostra post-modernità, è cruciale. La narrazione del pericolo, l’allarmismo costante, a fronte di eventi che effettivamente si verificano ma — daje oggi e daje domani — finiamo per avere più paura di morire ammazzati da un terrorista che di incorrere in un banalissimo incidente domestico (e se confrontassimo le probabilità, credo non ci sarebbero dubbi sul fatto che dovremmo temere di più il nostro scivoloso piatto doccia che il passeggero barbuto seduto accanto a noi).

Fatte queste dovute riflessioni, resta il fatto che questi eventi succedono; che dimostrano una bestialità umanamente incomprensibile; che non sono più tragici di altri, di quelli che si verificano lontano dal nostro piccolo mondo dorato, sono semplicemente più vicini, quindi li avvertiamo di più. Che non dobbiamo rassegnarci, ma dobbiamo fare la fatica di capire quanto complesso sia lo scenario nel quale viviamo, che non si risolverà erigendo muri, barriere, galere, fosse comuni.

Resta il fatto che, dopo aver sfogato le emozioni che proviamo, anche quando sono amarissime, furiose, cieche, dobbiamo sforzarci di essere lucidi. Che dobbiamo far fronte (si chiama “coping collettivo”, in gergo psicologico), come comunità, a questi eventi traumatici; che dobbiamo pensare ai concerti a cui siamo andati e a quanto ci sono piaciuti; poi a quelli a cui continueremo ad andare; poi ai viaggi che continueremo a prenotare e agli aeroporti nei quali continueremo ad attendere tra uno scalo e l’altro; poi ai regali che continueremo a comprare per i nostri cari ai mercatini, anche se odiamo questa faccenda dei “pensierini di Natale”; poi a tutta quella vita insomma — forse dissoluta, superficiale, eurocentrica — che continueremo a vivere nel modo in cui a viverla c’hanno insegnato, nel modo in cui per fortuna di viverla ci è capitato, nel modo in cui siamo capaci: da uomini e donne liberi di cantare, di ballare, di ridere, di ammiccare, di sognare, di amare.

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