Monte Verità, la comunità hippie di inizio ’900 torna viva (in una mostra)

Dopo decenni, riapre la mostra dedicata alla vita del Monte Verità, dove una comunità vegetariana, teosofa e utopista cercava libertà e alternative al mondo capitalista

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Girotondo dei primi vegetariani. Fotografo ignoto, Monte Verità

24 Maggio Mag 2017 0943 24 maggio 2017 24 Maggio 2017 - 09:43

Essere hippie prima che fosse mainstream. Era più o meno la filosofia del Monte Verità (vero nome: Monte Monescia), ad Ascona in Svizzera (Canton Ticino), una “cooperativa vegetabiliana”, cioè vegetariana, dove andavano a vivere gli utopisti di inizio ’900. Colonia di teosofi, nudisti, amanti della natura in cui amavano immergersi, lavorare (coltivando la terra) e passeggiare. Quasi tutti immigrati del nord europa che, in alternativa allo stile di vita capitalista (e cioè anche borghese e patriarcale), cercavano una via di fuga.

“Qui ognuno può liberamente mostrarsi come è realmente”, dicevano in un prospetto. E ci volle poco perché la comunità diventasse luogo di ritrovo, o anche solo di passaggio, di intellettuali incuriositi. Prima Herman Hesse, poi artisti come Alexej Jawlensy, Paul Klee e Marianne Werefkin. Un mondo mitico che, nel 1926, divenne proprietà di un banchiere tedesco, Eduard von der Heydt che vi costruì un alberto in stile Bauhaus.

Tutto ciò che resta di quella comunità è stato conservato dal curatore Harald Szeeman, originario di Berna ma innamorato del Ticino. Fotografie, quadri, oggetti e tersimonianze vennero raccolte in una mostra storica: “Monte Verità Ascona – le mammelle della verità”, inaugurata nella Casa Anatta nel 1978, edificio costruito dai fondatori della comunità e vero punto concreto di ritrovo.

Ora, a distanza di otto anni dalla chiusura, la mostra è tornata in vita. Il restauro della Casa Anatta, reso difficile da mancanza di finanziamenti (servivano almeno 2,5 milioni di franchi) e da una controversia sorta tra gli eredi Szeeman e la Fondazione Monte Verità -poi finalmente ricomposta- ha richiesto qualche anno. Ma ora c’è: il museo, ricostruito come era 40 anni fa, è pronto per raccontare, di nuovo, la storia di “persone che hanno vissuto i loro sogni e le utopie”, come spiega il direttore della Fondazione Monte Verità Lorenzo Sognonini.

Prima del ’68, della beat culture, della vita sulla strada, una comunità svizzera cercava se stessa e un alternativa al mondo in Svizzera. Segno che il desiderio di fuga, e di libertà, è sempre presente nello spirito umano.

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