Terrorismo, l’allarme vero per l'Italia arriva dalle carceri, non dai migranti

Nelle prigioni italiane è altissimo l'indice di radicalizzazione. Dal Bataclan a Nizza, dopo ogni attentato sono sempre più i detenuti che prorompono in grida di esultanza. In carcere mancano i ministri di culto musulmani, e si diffonde sempre più una forma di Islam fai da te molto pericolosa

Prigione Abbandonata
25 Maggio Mag 2017 0820 25 maggio 2017 25 Maggio 2017 - 08:20

L’ultima relazione sulla sicurezza del Paese presentata da Palazzo Chigi al Parlamento è chiara su un punto: «Continua a destare attenzione il fenomeno della radicalizzazione all’interno degli istituti carcerari italiani», testimoniato d’altronde anche dagli episodi di “esultanza” dopo i tragici attentati degli ultimi mesi, «indice – continuano i nostri servizi segreti nella relazione – di un risentimento potenzialmente in grado di tradursi in propositi ostili alla fine del periodo di reclusione».
Basti questo: secondo quanto segnalato dalle strutture carcerarie al ministero della Giustizia, i casi di esultanza sono stati ben 163 dopo la strage del Bataclan (13 novembre 2015), 55 dopo gli attentati a Bruxelles (22 marzo 2016) e altri 55 dopo Nizza (14 luglio 2016). Insomma, il pericolo jihad per l’Italia non arriva solo dall’esterno (specie dalla rotta balcanica), ma anche e soprattutto dall’interno dei nostri istituti penitenziari.
Non è un caso che già l’anno scorso anche il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, avesse insistito sull’importanza di un adeguato monitoraggio «della numerosa popolazione carceraria di fede islamica, al fine di individuare possibili forme di proselitismo».
Il pericolo, infatti, è più che concreto. Basti riprendere quanto dichiarato dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Dap) del ministero della Giustizia: i soggetti attualmente sottoposti a «specifico monitoraggio» poiché appunto già radicalizzati, sono 165 (nel cui novero rientrano anche i 44 detenuti «ristretti per il reato di terrorismo internazionale), cui si aggiungono altri 76 «attenzionati» e 124 «segnalati». Per un totale, dunque, di 365 soggetti a rischio fondamentalismo.

I casi di dentenuti nelle carceri italiane che esultano dopo un attentato sono stati ben 163 dopo la strage del Bataclan (13 novembre 2015), 55 dopo gli attentati a Bruxelles (22 marzo 2016) e altri 55 dopo Nizza (14 luglio 2016)

Ma la platea potrebbe facilmente allargarsi. Perché, come segnalato ancora dall’antimafia, «la maggioranza dei detenuti, ristretti per reati comuni, sono esposti al rischio di possibili attività di proselitismo». Ed ecco allora la domanda: di quanti detenuti parliamo? I dati aggiornati, raccolti da Antigone nella sua ultima relazione sulla situazione delle carceri italiane (presentata proprio oggi), parla di 29.568 detenuti che si dichiarano cattolici (il 54,7% del totale) e di 6.138 invece che si dichiarano musulmani (l’11,4% del totale). Via via tutte le altre professioni, fino agli ortodossi che sono “solo” 2.263 (il 4,2%). Ma c’è di più. Perché come specifica ancora Antigone, infatti, a questi vanno aggiunti i 14.235 detenuti che hanno preferito non dichiarare la propria fede: «tra questi – sottolinea l’associazione – circa 5mila provengono da paesi tradizionalmente musulmani, il che indica una reticenza a dichiararsi musulmani per evitare lo stigma».

Il sistema carcerario italiano manca di ministri di culto islamici, col rischio ovviamente che imam “improvvisati” possano fare facile proselitismo

E arriviamo al punto: il sistema carcerario italiano manca di ministri di culto islamici, col rischio ovviamente che imam “improvvisati” possano fare facile proselitismo. Perché se infatti per legge ogni istituto deve avere (e nei fatti ha) almeno una cappella (se ne contano più di 200 in totale) con sacerdote al seguito (i cappellani, secondo ancora i dati Dap, sono più di 400), il discorso è ben diverso per l’Islam.
Ad oggi, infatti, gli imam che possono entrare nelle strutture penitenziarie sono una miseria: 47. Il conto è immediato: parliamo di un ministro ogni 130 praticanti. Se contiamo anche gli altri 5mila detenuti provenienti da Paesi musulmani, un imam ogni 247 praticanti. Ma non è tutto.
Perché appare surreale, ad esempio, che siano accreditati ben 494 “anziani” dei Testimoni di Geova, nonostante – secondo gli ultimi dati disponibili – siano solo 31 i fedeli detenuti. Che, dunque, possono disporre ognuno di 16 ministri di culto. Ma non è tutto. Perché al cospetto dei 47 imam, contiamo 77 sacerdoti valdesi, 185 delle «Assemblee di Dio in Italia», 104 della «Chiesa Cristiana Avventista del settimo giorno».
Finita qui? Certo che no. Perché sono il doppio (esattamente 81) anche i ministri della «Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni» e 73 quelli invece della «Unione cristiana evangelica battista d'Italia». Insomma, le differenze sono evidenti. E le problematiche che potrebbero nascere (e che in parte già sono nate), pericolose.

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