Viriginia Raffaele? Il lato ovvio e banale della comicità in Tv

Nonostante il grande successo televisivo dell'attrice, comica e imitatrice italiana, Virginia Raffaele, in realtà mostra nelle sue performance una banalità antropologica, fatta di battute battute prevedibili, ovvie, pop, condite implicitamente dalla storia della ragazzina che si è fatta da sé

Virginia Raffaele 2
25 Maggio Mag 2017 0855 25 maggio 2017 25 Maggio 2017 - 08:55

Virginia Raffaele è davvero brava, di più, bravissima. Così tanto che, alla fine, non mi convince, meglio, non riesce a conquistarmi. Si potrà mai dire così? Mi direte: è un problema tuo. L'idiosincrasia astratta infatti non può essere ritenuta una categoria di giudizio, nel senso che il moto di fastidio verso un attore, spesso e volentieri, non è motivabile, ma il dubbio invece, sì, che lo è. Prendi proprio il caso esemplare di Virginia Raffaele, attrice, imitatrice, fenomeno, ragazza semplice, scoperta, talento, ragazza-che-si-è-fatta-dono-di-una-propria-singolare-bellezza, bene, personalmente c'è, almeno ai miei occhi, qualcosa in lei, nel suo lavoro - non nella persona, intendiamoci, semmai nel personaggio lassù in scena - che non mi convince, che mi respinge, che mi suggerisce un rifiuto del suo stesso talento. Sono cose, appunto, inspiegabili. Ed è proprio su questo genere di reazioni incomprensibili all'occhio nudo dello spettacolo che si basa la fortuna o perfino la caduta di molte carriere.

Al momento, non è certamente il caso di Virginia R., anzi. Lei, al contrario, in queste nostre settimane di format in lizza, impazza su RaiDue con il suo show "Facciamo che ero io", un varietà, una sorta di Canzonissima-Fantastico-Senza rete-Musichiere-concertone che la vede sugli scudi perfino come ideatrice. Come professionista, ma anche come miracolo vivente, proprio Virginia, figlia d'arte, nata tra le giostre del Luneur, per lungo tempo il parco dei divertimenti per bambini, e non soltanto, che sorge nell'area dell'ex Esposizione 42, la città di travertino e fantasmi voluta da Mussolini e dai suoi urbanisti in orbace per dimostrare che, grazie e in nome del fascismo, l'Urbe avrebbe avuto un nuovo, secondo, ennesimo Colosseo. Per giunta quadrato: "Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori". Ma anche un popolo di imitatori.

Dapprima, nel tempo dei divieti virtuosi clericali, il dolente Alighiero Noschese, a ridosso del quale, per chi lo rammenta ancora, giungeva Franco Rosi, e poi, sulla stessa scia televisiva, ecco capitombolare Sabani, Loretta Goggi, e, in un territorio ben più corposo per acidi doverosamente corrosivi, Sabina e Corrado Guzzanti, Francesca Reggiani, e ancora, a seguire, l'imperdibile e ancora non pienamente utilizzato Ubaldo Pantani, Max Tortora, la straordinaria Paola Cortellesi, così via fino a Maurizio Crozza, l'imitatore tutto-scritto. In verità, a sfogliare la voce di Wikipedia che li riassume per intero, non si può non essere colti da immensa meraviglia, scoprendo come questa branca della commedia dell'arte dell'intrattenimento per famiglie abbia attecchito nel Belpaese, misteri della professionalità opzionata, misteri della comicità parassitaria che talvolta non riesce tuttavia a sviluppare una reale critica dell'oggetto imitato dunque dell'esistente intero.

In tutti questi casi gli autori hanno fornito a Virginia R. ogni genere di battute. Prevedibili, ovvie, pop, condite implicitamente dalla storia della ragazzina che si è fatta da sé, lei che faceva i compiti di scuola tra il tiro a segno e la boccia con i pescetti rossi da vincere

Dunque e ridunque, a ciascuno il suo doppio. Se rammento bene, all'inizio c'era il doppio della "criminologa" per mancanza di prove Roberta Bruzzone, poca cosa, un modo di parodiare ciò che è già in sé parodia, mascara, mascherone, maraschino. Poi una serie di facce giustamente sovraccaricate di grottesco, la succedanea di Anna Magnani al cubo Sabrina Ferilli, Carla Fracci parodia per eccellenza della ballerina eterea che sfiora, sfiorisce e sfora nel ridicolo, così come Nicole Minetti, tette e silicone e rendita di posizione, così come Belén Rodríguez, l'unica showgirl che sembra rivolgersi al mondo per incantarlo con le proprie sopracciglia, e via dicendo fino a Ornella Vanoni, Mascherona de' Mascheroni a sua volta. In tutti questi casi gli autori hanno fornito a Virginia R. ogni genere di battute. Prevedibili, ovvie, pop, condite implicitamente dalla storia della ragazzina che si è fatta da sé, lei che faceva i compiti di scuola tra il tiro a segno e la boccia con i pescetti rossi da vincere. Tic verbali, pensate proprio al caso di Ornella V., dove il tormentone è quel: "Ma io e te abbiamo fatto l'amore?" Ottimo abbondante per la risata modello base, ma su tutto, a riflettere bene, resta appunto un "ma" grande come un dubbio.

Sì, resta il fatto che ciò che ad altri campioni di talento, cioè l'ordinario, alla fine tutto si perdona, nel caso di Virginia, talento extra-strong, non si accetta la subalternità al banale televisivo che rispecchia il banale antropologico. Potrà sembrare abbastanza inspiegabile, ma dal suo talento è giusto pretendere assai di più della semplice parodia di una Donatella Versace, tutta Das, rimmel e plastilina, e il fatto che i truccatori abbiano lavorato assai bene di mastice sul mento, al punto che Virginia R. nei panni di Donatella trasformi la propria faccia in una confezione di pongo, beh, anche questa trovata diventa un'aggravante verso il basso.

Insomma, "Facciamo che io ero", parlo sempre personalmente, lascia un grande amaro in bocca. È vero che da anni aspettavamo qualcuno che, dopo la mancata crocifissione della performer Marina Abramovic ne "La grande bellezza" di Sorrentino, con la scena dell'artista 'mbecille che prende a capocciate l'Acquedotto romano, qualcuno che, al contrario, affondasse il ridicolo radical-art-chic, infatti la parodia che Virginia R. della suddetta performer è invece assai più acida e convincente, e tuttavia, alla fine, sull'intero circo resta il grande "ma" di prima, che è poi il ma del nazional-popolare interclassista che continua a zavorrare il volo completo. Domanda supplementare: perché mai Paola (Cortellesi) risulta più convincente di Virginia? Diceva William Blake: "La via dell'eccesso porta all'edificio della saggezza". Nel nostro caso, la via dell'Auditel a tutti i costi porta al comprensorio dove il vero genio finisce sacrificato sull'altare dell'anvedi.
Anvedi quant'è brava 'sta stampellona! Com'è che se chiama, Virginia, se chiama?

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