Perché la sentenza del Tar contro i direttori stranieri fa acqua da tutte le parti

Quel che rimane, di questa vicenda, è la sgradevole sensazione di una sentenza che mira a intaccare uno dei principi rivoluzionari della riforma Franceschini, ossia il ricorso a competenze straniere per gestire al meglio dei beni pubblici italiani

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ALBERTO PIZZOLI / AFP

26 Maggio Mag 2017 1027 26 maggio 2017 26 Maggio 2017 - 10:27

Si chiama Iraklis Haralamdibis e forse il suo nome vi dice poco. Ma se volete davvero capirci qualcosa della sentenza del Tar che boccia le nomine dei direttori stranieri dei musei figlia della riforma Franceschini dobbiamo partire da lui. Il signor Haralamdibis, cittadino greco, nel 2011 era stato nominato presidente dell’autorità portuale di Brindisi - posto pubblico - dall’allora ministro dei trasporti Matteoli. Quasi immediatamente era partito il ricorso di uno degli altri candidati alla carica, l’ingegnere Calogero Casilli. Le motivazioni? Le stesse addotte dai ricorrenti contro i direttori stranieri dei musei: le cariche pubbliche, in Italia, sono solo per gli italiani.

Bene. Peccato che il ricorso sia stato bocciato. E che il Consiglio di Stato abbia dato ragione ad Haralamdibis, affermando che “le disposizioni sulla libertà di circolazione all’interno dell’Unione (…) siano da considerarsi recepite nell’ordinamento interno, nell’ambito del quale il diritto dei cittadini dell’Unione di accedere a posti di lavoro nel nostro Paese è assistito dalla garanzia generale dell’art. 45“. E che “l’art. 51della Costituzione non richiede alcuna disapplicazione, poiché va piuttosto letto in conformità all’art. 11, nel senso di consentire l’accesso dei cittadini degli Stati dell’Unione europea agli uffici pubblici e alle cariche pubbliche nazionali in via generale“.

Tradotto in italiano: il diritto europeo ha più valore di quello italiano. E se in Europa si dice che i lavoratori hanno libera circolazione nell’Unione, salvo eccezioni, questo principio dev’essere rispettato. O comunque preso in seria considerazione. Lo dice la sentenza Haralamdibis, lo dice un presidente emerito della Corte Costituzionale come Sabino Cassese. E l’ha detto pure la Corte dei Conti che proprio in sede di promulgazione del decreto sulla riforma dei musei aveva sollevato questa obiezione al ministero dei beni culturali, cui ha successivamente dato il proprio nulla osta.

Tradotto in italiano: il diritto europeo ha più valore di quello italiano. E se in Europa si dice che i lavoratori hanno libera circolazione nell’Unione, salvo eccezioni, questo principio dev’essere rispettato. O comunque preso in seria considerazione. Lo dice la sentenza Haralamdibis, lo dice un presidente emerito della Corte Costituzionale come Sabino Cassese.

Solo un’interpretazione estremamente conservatrice del diritto, che nega l’assenza di un diritto europeo e di sentenze pregresse poteva portare a una sentenza come quella che il Tar ha pubblicato ieri. Sentenza, peraltro, in cui traboccano le contraddizioni. Perché il Tar ha accolto solo due ricorsi su sette? Perché alcuni direttori stranieri, come quello degli Uffizi, sono legittimi e altri no? Perché dire che i colloqui erano a porte chiuse quando, a quanto risulta, non lo erano? Perché la registrazione audio dei medesimi - come garanzia di trasparenza ancora maggiore - non è stata nemmeno presa in considerazione nella sentenza? Col paradosso finale di uno dei due ricorrenti, l’archeologo Francesco Sirano, che è poi stato nominato direttore di Ercolano con la medesima procedura che aveva contestato (ovviamente solo quando ha perso).

Quel che rimane, di questa vicenda, è la sgradevole sensazione di una sentenza che mira a intaccare uno dei principi rivoluzionari della riforma Franceschini, ossia il ricorso a competenze straniere per gestire al meglio dei beni pubblici italiani. Che lo faccia senza alcun rispetto della volontà politica, che pure avrebbe una solida giurisprudenza a favore - nazionale e comunitaria - da far valere. E che lo stesso facciano le forze politiche d’opposizione - anche quelle che si definiscono europeiste, anche quelle che parlano di cultura da promuovere a ogni stormir di fronde - che si attaccano a un cavillo procedurale per poter attaccare l’avversario politico attraverso una delle riforme che meglio gli erano riuscite. Se questo è il futuro che ci aspetta, c’è da preoccuparsi davvero.

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