Con Totti si chiude la leva calcistica del ’76, la migliore di sempre

La sua ultima gara con la maglia della Roma mette la parola fine all'ultimo rappresentante di una generazione d'oro: Nesta, Shevchenko, Seedorf, Ronaldo, Van Nistelrooy hanno in comune con Totti l'anno di nascita

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GABRIEL BOUYS / AFP

27 Maggio Mag 2017 0830 27 maggio 2017 27 Maggio 2017 - 08:30

Oggi è ormai opinione comune tra gli storici del medioevo che nei confronti del periodo da loro studiato è stato compiuto un grosso errore, che perdura tuttora. A scuola, quando si studia il medioevo, capita di sentirsi dire che si tratta di un periodo buio, nato dal crollo dell’Impero Romano e unto dalla grande peste, nel quale gli uomini sopravvivevano sopraffatti da signorotti locali e incapaci di trasformare i popoli in grandi stati nazionali. Questa visione è stata definita oggi come un grande errore prospettico, semplicemente perché è stato commentato e recintato nella storia a cominciare dall’Illuminismo, dove gli strumenti di lettura del passato erano diversi. Insomma, si è letto il medioevo con un’ottica non coeva.

Ora, non se la prenda Francesco Totti se parliamo del suo addio alla Roma cominciando a parlare di medioevo, perché non è certo intenzione dargli del vecchio, o dell’arretrato, seguendo gli schemi di cui sopra. Il fatto è che il capitano giallorosso questa domenica gioca la sua ultima gara con la maglia della Roma. E molti di noi sembrano persi. Deve c'entrare il fatto che noi che abbiamo ancora avuto la fortuna di divertirci a fare le figurine ci siamo aggrappati a quella maglia numero 10 con una nostalgia matta e disperatissima. E ora che Totti lascia la Roma, ma dice che forse non lascia il calcio giocato (per quanto Dubai o Usa non siano proprio questo calcio di cui parliamo), rischiamo di correre quell’errore prospettico, ma al contrario. Poiché il pallone ha regole tutte proprie che nemmeno la storiografia più seria può approcciare tanto facilmente, accade che l’addio di Totti al calcio possa farci ritenere che nulla sarà più lo stesso e che il medioevo sia qui e ora.

Nulla di più normale in fondo è già successo con Roberto Baggio – ah, da quando Baggio non gioca più – o con il nostro mito personale, con il suo poster tolto dalla cameretta ma non dalla nostra memoria. E poi oggi il pallone è solo business, si corre troppo, non c’è più poesia. Se poi andiamo a guardare la carta d’identità di Francesco, il rischio di correre in cantina e recuperare un album Panini da coccolare tutto il pomeriggio dondolandoci avanti e indietro sul divano è forte, fortissimo. Francesco Totti è nato il 27 settembre del 1976. Il punto non è che passata l’estate compirà 41 anni (o meglio, non è il punto di questo pezzo). Il problema – vi preghiamo di restare ancorati sulla sedia, dignità sempre signori – è che con Totti che lascia se ne va un’intera generazione d’oro. Perché quella del 1976, manco i genitori si fossero messi d’accordo da un punto all’altro del mondo, è fino ad oggi una leva calcistica spettacolare. Diciamolo: la migliore di sempre.

Se dovessimo ideare un fantacalcio della nostalgia, potremmo attingere a piene mani ad un’asta che comprende: Given, Nesta, Oddo, Roque Junior, Kuffour, Song, Dellas, Cordoba, Sorin, Seedorf, Vieira, Emerson, Ballack, De La Peña, Giuly, Gravesen, Zenden, Camoranesi, Tomasson, Shevchenko, Ronaldo, Van Nistelrooy, Kluivert (questi ultimi in pratica gemelli, nati entrambi l’1 luglio), Morientes, Nuno Gomes, Recoba, Morfeo. Ma roba da farsi venire le lacrime agli occhi, proprio. Li abbiamo messi tutti, almeno quelli che siamo riusciti a trovare. Accanto a piedi sopraffini come Totti o artisti come Seedorf ci sono potenziali delinquenti come Gravesen o la ruvidezza di Kuffour.

Se dovessimo ideare un fantacalcio della nostalgia, potremmo attingere a piene mani ad un’asta che comprende: Given, Nesta, Oddo, Roque Junior, Kuffour, Song, Dellas, Cordoba, Sorin, Seedorf, Vieira, Emerson, Ballack, De La Peña, Giuly, Gravesen, Zenden, Camoranesi, Tomasson, Shevchenko, Ronaldo, Van Nistelrooy, Kluivert (questi ultimi in pratica gemelli, nati entrambi l’1 luglio), Morientes, Nuno Gomes, Recoba, Morfeo. Ma roba da farsi venire le lacrime agli occhi, proprio.

Già. Passi una vita a evitare ogni retorica, poi basta una lista di nomi e ti sdilinquisci, non ce la fai a non paragonare Sheva al miglior Picasso, per dire. Uno come Sgarbi ti direbbe che «Sei come Sandro Curzi, fai della retorica insopportabile», ma tu te ne freghi e già con la testa sei al Montjuic di Barcellona, quando alla finale dell’Europeo 1996 l’Italia vinse il terzo titolo contro la Spagna. Nesta, Totti e Morfeo contro Morientes, con Vieira già eliminato. Se per ogni mito c’è un episodio fondante, quella del 1976 trova qui, sulla collina che domina la città, una tappa importante. Totti si era rivelato all’Italia dopo il Mondiale del ’94, segnando al Foggia del compianto Mancini. E all’estero aveva spiegato come stavano le cose sia a Wembley con l’Under 16 (Anno 1992) sia alla Coppa del Mondo Under 17 l’anno successivo, toccandola piano. Contro la Spagna aveva segnato già nella finale dell’Europeo Under 18, poi persa. Si vendicherà nel 1996, sebbene non avrà modo di tirare dal dischetto: Nesta e Morfeo segneranno, De La Peña no. Il pelato Ivan andrà in Italia alla Lazio senza troppa fortuna, Morfeo fuggirà nascosto nel portabagagli di un auto per sfuggire alla furia dei tifosi nerazzurri, Nesta vincerà tutto, Totti quasi. Ed eccolo, l’ultimo problema. Il numero 13 biancoceleste andrà al Milan complice le difficoltà economiche di Cragnotti, Morientes lo ricordiamo nel Real ma ha fatto qualche giro per l’Europa, Seedorf ha vinto la Champions con tre squadre diverse, Ronaldo ha lasciato l’Inter poi è tornato a Milano ma nell’altra sponda, Shevckenko alla prima partita con il Chelsea baciò la maglia dopo aver incantato sempre quell’altra sponda di Milano (vabbè il Milan, si può anche dire) e via discorrendo. Totti è sempre rimasto a Roma. Ha vinto lo scudetto, ha perso la possibilità di bissarlo con Champions o Pallone d’Oro e questo lo ha reso Re di Roma per sempre.

E verrà un giorno nel quale magari giocare fino a una certa età, o il rifiutare altre piazze per vincere di più, verranno viste come cose contrarie al comune senso del pallone. Non sappiamo come il calcio si evolverà e con esso il modo che avremo di vederlo, di viverlo. Ma il rischio di leggere il suo passato con schemi che gli appartengono è sempre forte. Volendo succede pure ora, in queste righe: sebbene Seedorf abbia cambiato più squadre, questo non lo rende tecnicamente inferiore a Totti. E allora, non ci resta che guardare avanti, pensando a quanto siamo stati fortunati a vedere la leva calcistica del 1976, con il giusto grado di nostalgia.

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